Lo sperone nudo

Lo sperone nudo

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Terzo dei cinque western in cui Anthony Mann diresse James Stewart, Lo sperone nudo è forse quello in cui la riflessione sul cinema e sulla lettura degli umani desideri si fonde con maggior naturalezza, grazie anche ad alcune sequenze destinate a passare alla storia della Settima Arte.

Il mito della caverna

Tradito e rovinato da una donna mentre era in guerra, Howard è alla ricerca di un modo rapido per far soldi e rifarsi una vita. Con compagni di fortuna, insegue un assassino, Ben, per guadagnarsi la taglia di cinquemila dollari che gli pende sul capo. Ma Ben vende cara la pelle e coinvolge nella fuga un anziano cercatore d’oro e Lina, la sua ragazza. Fino all’ultimo il bandito vende cara la pelle, ma… [sinossi]

L’immensità di un panorama che dal fusto di un albero può arrivare fino al dettaglio di uno sperone apre, prima ancora che siano terminati i titoli di testa, Lo sperone nudo. Anthony Mann sottolinea il primo conflitto, tra i molti che attraverseranno il terzo dei cinque western diretti con James Stewart come protagonista e destinati a entrare nella storia del cinema: da un lato una natura maestosa, selvaggia ma pura nella sua potenza assoluta, e dall’altro il dettaglio umano, la capacità dell’uomo di penetrare quella natura non per entrarvi in relazione, ma con l’unico scopo di ritrovare se stesso. Una ricerca che nel film è esteriorizzata, visto che Howard Kemp, questo il nome del personaggio cui dona volto, fisico ed espressioni Stewart, sta vagando per quelle montagne con un volantino con su disegnato il viso di Ben Vandergroat, ricercato per aver ucciso uno sceriffo ad Abilene, nel Kansas. Tanta è la strada da percorrere dallo “Stato dei girasoli” al monte Elbert, vetta più alta delle Montagne Rocciose in Colorado, là dove scorre il White River, e a farlo notare al protagonista è Jesse Tate, un vecchio cercatore d’ore che incontra sulla strada e che sarà il primo a unirsi all’inseguimento del criminale. Chi è che per acciuffare un solo uomo affronterebbe un migliaio di chilometri in territori ostili, selvaggi, con il rischio di cadere in un crepaccio, di finire preda di un puma o di un orso o di incontrare gli indiani? Solo chi, ed è il caso di Kemp, debba in realtà cercare due persone: il criminale, da consegnare “vivo o morto” per ottenere la taglia che grava sulla sua testa, ma anche e soprattutto se stesso, che ha combattuto la Guerra Civile tra l’Unione e i Confederati (il film è ambientato nel 1868, a tre anni dalla fine del conflitto bellico) per poi scoprire che la fidanzata a cui aveva intestato il ranch ha venduto tutto per fuggirsene con un altro uomo. Dilaniato, come il Paese squarciato a metà dallo scontro fratricida, e non liberato, Kemp vaga per le montagne inseguendo il proprio passato, sognando di poter mettere le mani su così tanto denaro da riuscire a ricomprarsi un ranch, che equivale a ricomprare la sua stessa vita perduta. E non sarà l’unico a cercare ben più di un taglia…

Lo sperone nudo è un titolo centrale all’interno della filmografia western di Mann con Stewart, e non solo perché in effetti occupa una posizione mediana – prima di lui sono usciti Winchester 73 nel 1950 (unico titolo girato in bianco e nero della pentalogia) e Là dove scende il fiume nel 1952, successivamente arriveranno Terra lontana nel 1954 e L’uomo di Laramie nel 1955. È il film in cui si esplicita con maggior forza la volontà di esprimere attraverso l’atto fisico, tipico del genere, vale a dire il duello, il combattimento, l’agone contro l’uomo o la natura, la discesa nel territorio selvaggio – la cosiddetta wilderness –, il costrutto psicologico ed emotivo dei personaggi in scena. Se non fosse che si svolge tutto all’aria aperta, eccezion fatta per una sequenza all’interno di una caverna, su cui si tornerà tra poco, Lo sperone nudo potrebbe essere considerato senza esagerazioni di sorta un kammerspiel, un dramma da camera i cui protagonisti sono quattro uomini e una donna. Sono infatti solo cinque i personaggi a cui sono destinate battute nel corso del film, visto e considerato che il capo della tribù dei Piedi Neri (o più correttamente Niitsítapi) viene freddato dal viscido e ambiguo Roy Anderson prima che possa aprire bocca, dando il la a un vero e proprio massacro nella cui portata a termine vengono coinvolti, nonostante tutto, anche gli altri quattro. La sequenza della sparatoria contro la tribù nativa è esemplificativa del rapporto che Mann ha con i punti cardine del genere, e con la messa in scena delle psicologie dei suoi personaggi: fino a quel momento Anderson ha dichiarato di essere stato congedato (con disonore) dall’esercito per aver fatto la corte alla figlia del suo capo. Un comportamento forse disdicevole per un militare, e per la gerarchia che deve rispettare, ma non certo per un essere umano civile. Di colpo, con la minaccia pellerossa che si fa largo e avanza – nello spazio naturale, non solo nella mente – la verità viene a galla: il disonore che ha spinto Anderson a disertare (senza congedo, dunque) per evitare la corte marziale non tratta di un semplice flirt, ma di una violenza sessuale perpetrata contro la figlia del capo tribù che ora lo sta inseguendo per vendicarsi, per ottenere giustizia. La vendetta e la giustizia si confondono tra le montagne del Colorado, e forse in tutti gli Stati Uniti macchiata dalla vergogna della guerra. Mann, che già inquadrava con sospetto Anderson, ora lo lascia al pubblico ludibrio: non sarà più una persona accettabile per il resto del film, anche se continuerà a far parte della combriccola. Chi è dopotutto accettabile? Il vecchio Tate, che ha sprecato la sua intera vita a cercare oro senza mai trovarne un grammo, mentre vicino a lui c’era chi inciampava casualmente in interi filoni diventando milionario? O forse il criminale Vandergroat, che scappa da chissà quanto tempo per evitare la forca? Ed è forse accettabile un uomo come Kemp, che ha perso tutto e non sa nutrire altro che la propria rivendicazione personale, arrivando perfino a confondere nel delirio la bella Lina con l’ex-fidanzata, la fedifraga che ha contribuito a sfinirlo definitivamente dopo le sofferenze della guerra?

È proprio Lina, perfettamente resa da Janet Leigh, unica donna e dunque unico elemento di contrasto in un mondo in tutto e per tutto maschile, a essere accettabile, in grado di seguire sempre la propria morale, crescendo nel corso del film senza rimanere chiusa nella propria ottusità come invece capita ai quattro uomini: è solo lei a poter convincere Howard Kemp a evadere dalla propria sete di vendetta, guardando al di là di un’orizzonte rancoroso e in ogni caso onirico, inapplicabile nella vita reale. Per far questo Kemp deve uscire dalla “caverna”, scatenandosi. Questo passaggio platonico è essenziale nella visione di Mann, proprio perché permette alle psicologie delle figure in scena di compiere un passo che è a un tempo intimo, d’azione e allegorico: la purezza espressiva raggiunge dunque il suo apice, senza bisogno di sovrastrutture, senza null’altro se non il confronto dialettico tra gli esseri umani, il dialogo incessante che non ha risoluzione che non sia scontro. Il duello non è inevitabile perché fa parte della prassi del genere western, è inevitabile perché gli esseri umani (i maschi) non sanno uscire dalla propria bolla ottusa, non sanno evadere dai recenti della mente, che domina passioni distorte – lo stupro, il dominio sull’altro, il massacro, la guerra. Nel finale quasi sofocleo Kemp ritrova la sua umanità scegliendo di seppellire il nemico che ha perso il duello invece di trascinare il cadavere per altri mille chilometri con l’unico scopo di ottenere denaro. L’umanità è in lotta non contro la natura, come poteva apparire nell’incipit, ma contro il sistema che lei stessa ha creato e strutturato, ed è a questo sistema che deve essere in grado di sopravvivere. Il gesto del caffè da mettere sul fuoco, che a Kemp era stato offerto già da Tate nella prima sequenza (rifiutandolo), viene infine fatto da Lina, mentre una sepoltura può essere portata a termine: in quel gesto c’è l’uomo, e il suo senso di pace, con sé e con il mondo esterno. Lo sperone nudo, per tornare a Tate, è una delle ultime occasioni per imbattersi sul grande schermo nel volto di Millard Mitchell, che morirà cinquantenne nell’ottobre del 1953. La fine, a suo modo, di un’epoca.

Info
Il trailer de Lo sperone nudo.

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