Terminator

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Titolo centrale all’interno della riscrittura dell’immaginario fantascientifico, Terminator è un incessante viaggio al termine della notte, che James Cameron dirige con stile, senza rinunciare a una violenza esibita, che si inserisce nel discorso sulla carne che tanta parte ha nel cinema degli anni Ottanta.

Il coatto sintetico

Un cyborg proveniente dal 2029 fa il proprio arrivo a Los Angeles per uccidere Sarah Connor, destinata a diventare madre del futuro capo della resistenza umana in un mondo governato da robot. [sinossi]

Si è scritto fin troppo, già dall’epoca dei forum online e della fanzine più oscure, sul supposto scippo che James Cameron avrebbe compiuto ai danni di Stefano Tamburini ai tempi della creazione e della realizzazione di Terminator. Certo, la somiglianza tra il cyborg assassino inviato da Skynet nel passato e Ranxerox, l’androide iperviolento e amorale scritto da Tamburini su disegni di Tanino Liberatore, è sorprendente, ed è altrettanto vero che l’idea del film al regista statunitense fosse venuta – per sua stessa ammissione – durante il suo soggiorno a Roma per la post-produzione di Piraña paura, quando Ranxerox era all’apice della fama grazie alla pubblicazione mensile sulle pagine di “Frigidaire”. Due indizi non fanno in ogni caso una prova, e al di là di questo è abbastanza superfluo fermarsi a questo livello di analisi a meno di non voler scandagliare gli eventuali diritti d’autore che non vennero mai corrisposti. La diatriba “Terminator vs. Ranxerox”, tolto questo dettaglio (che interessa esclusivamente gli aventi diritto), si ferma a uno sterile gioco sociale, al chiacchiericcio, e non va in nessun caso alla sostanza delle cose. Eccezion fatta per la somiglianza fisica, e per il concetto di “uomo robotizzato” (già qui in realtà ci sarebbero dei possibili distinguo da porre), è difficile trovare punti di connessione tra le due opere, e semmai è un peccato rimarcare come in Italia la genialità di Tamburini non sia stata riconosciuta – se non nella stretta cerchia di adoratori – nonostante il richiamo a un film di così ampio impatto nell’immaginario collettivo degli anni Ottanta. Terminator avrebbe dovuto fungere da volano per la riscoperta e la giusta venerazione artistica di Ranxerox, e se così non è stato la colpa non la si può scaricare su Cameron, ma su un sistema socio-culturale italiano che non ha mai visto di buon occhio l’ipertrofia narrativa, il ricorso a una violenza così estrema da divenire parossistica, la qualità di una scrittura amorale, priva di intenti pedagogici. Ma questa è un’altra storia, e serviva semmai a rimarcare come Cameron, il regista di due dei più grandi incassi dell’intera storia del cinema – si parla ovviamente di Titanic e Avatar –, abbia mosso i primi passi nell’industria lavorando su produzioni dalle finanze, per così dire, creative. La guerra tra umani e robot rientrava già nella narrazione del suo primo cortometraggio, Xenogenesis, diretto nel 1978 a ventiquattro anni grazie all’investimento effettuato da un consorzio di dentisti californiani; poi la carriera si sviluppa imparando a fare di necessità virtù dal maestro assoluto, Roger Corman, industriandosi a lavorare agli effetti speciali e alla scenografia (è anche sul set di 1997: Fuga da New York di John Carpenter), prima che Ovidio G. Assonitis lo assuma per esordire alla regia con Piraña paura, seguito di quel Piraña che nel 1978 aveva fornito l’esordio “in solitaria” a Joe Dante dopo l’esperienza a quattro mani con Allan Arkush per Hollywood Boulevard.

Per quanto sia assurto agli onori delle cronache come uno dei grandi successi commerciali hollywoodiani degli anni Ottanta (quasi ottanta milioni di dollari incassati a livello mondiale), Terminator non è solo un piccolo film, dal budget che non raggiunse i sette milioni di dollari complessivi, ma deve essere anche ascritto al novero delle opere “indipendenti” dal sistema, visto che concorsero a produrlo Orion Pictures – che Arthur B. Krim ed Eric Pleskow avevano fondato dopo aver abbandonato la United Artists, assumendo nella neonata compagnia molti ex-collaboratori di Corman – e l’inglese Hemdale Film Corporation, combattiva casa di produzione che marchiò a fuoco il decennio contribuendo alla realizzazione tra gli altri di Salvador e Platoon di Oliver Stone, L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, e cult-movie quali I ragazzi del fiume di Tim Hunter, Colpo vincente di David Anspaugh, e Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon. È assai significativo che una delle svolte dello sguardo più feconde per l’immaginario statunitense, soprattutto ma non solo nel campo della fantascienza, non nasca in seno agli studi delle major, perché certifica lo stato di rinnovamento dell’industria, la sua necessità di allargare gli orizzonti, di evolversi per non rientrare nella crisi strutturale – e dunque economica, e in ultima istanza lavorativa – che l’aveva attanagliata prima dell’irruzione della New Hollywood. La Mecca del Cinema è in una certa qual misura ancora terra di possibile conquista, un po’ come la Los Angeles che vede l’irruzione dal futuro di un cyborg che appare indistruttibile, ed è assetato solo di distruzione. Cameron è in effetti come il suo Terminator, anche se l’effetto tellurico della sua apparizione in scena è meno catastrofico di quello del cyborg con le fattezze di Arnold Schwarzenegger: il cinema del futuro arriva a reclamare il suo diritto al dominio, e lo fa spazzando via i detriti del passato con una forza dirompente. Terminator preconizza con una precisione certosina il concetto di blockbuster che si andrà sviluppando nei decenni successivi, e che l’industria progressivamente ammansirà, addolcirà smussandone gli angoli. Perché l’opera di Cameron, contrariamente a quella che diverrà la prassi industriale, gronda ancora di umori contemporanei, non ha timore di inscenare la morte in tutta la sua virulenza. C’è sangue, in Terminator, come ci sarà con tutte le viscere del caso di lì a un paio d’anni in Aliens. Scontro finale: non è un regista edulcorato, Cameron, e il suo concetto di azione non si limita mai alla cinetica, alla funzione estetica dell’atto. La brutalità di Terminator, che oggi colpisce con ancora maggior forza proprio perché il pubblico si è abituato ai tonitruanti vendicatori Marvel dove centinaia di personaggi muoiono senza versare una goccia di sangue (e questa anestesia dello sguardo dovrebbe preoccupare chi di immagini in movimento si occupa, invece di generare entusiasmi quasi aprioristici) e viene acuita dalla sua appartenenza a un’epoca ante-digitale, è l’immagine di un cinema che apriva una dialettica incessante tra la propria essenza immateriale e intangibile e la nuda e cruda verità della carne. Cameron, con un vigore quasi atletico che ricaccia in fondo al proprio Es la componente psicoanalitica, semplificando ai limiti del bidimensionale le emozioni dei personaggi in scena – si veda in tal senso la tempistica dell’innamoramento tra Sarah Connor e Kyle Reese, per di più fondamentale per lo sviluppo della narrazione –, appare come lo specchio riflesso delle speculazioni del cinema coevo di David Cronenberg. Così come l’uomo ha dentro di sé la macchina tecnologica (Videodrome in tal senso resta un vertice insuperato, da cui proromperà sul finire del decennio l’uomo/metallo di Tetsuo di Shinya Tsukamoto), allo stesso modo il cyborg “terminatore” deve ripararsi ricorrendo alla chirurgia, perché nella sua costruzione c’è spazio anche per la natura (dis)umana.

«The machines rose from the ashes of the nuclear fire. Their war to exterminate mankind had raged for decades, but the final battle would not be fought in the future. It would be fought here, in our present. Tonight…», così recita la scritta che fa seguito alla prima sequenza, ambientata nella Los Angeles del 2029 – e nella realtà si sta avvicinando anche questo traguardo –, mentre la traduzione italiana è «Le macchine emersero dalle ceneri dell’incendio nucleare. La loro guerra per sterminare il genere umano aveva infuriato per anni e anni. Ma la battaglia finale non si sarebbe combattuta nel futuro: sarebbe stata combattuta qui, nel nostro presente… Oggi.». Mentre l’adattamento punta la conclusione sull’epoca, concentrando l’attenzione sulle differenze tra il 2029 e il “giorno d’oggi”, l’originale con il suo “tonight” sottolinea la scansione temporale del film. Terminator è un secco e puntuto viaggio al termine della notte, una caccia sadica, quasi che Schwarzenegger fosse il pronipote androide del conte Zaroff protagonista de La pericolosa partita: dall’inizio alla fine Sarah Connors è una preda, e non può sfuggire al proprio destino se non nella confusione dell’agone terminale, quando il mostro robotico venuto dal futuro (il “coatto sintetico”, come Tamburini chiamava Ranxerox) è stato addirittura colpito da una bomba ed è quindi indebolito. Cameron dimostra di saper gestire la suspense con invidiabile classe, lavorando di ralenti là dove lo spettro emotivo dello spettatore sta per raggiungere l’acme eppure senza mai dimenticare la componente ipercinetica. Oscuro, anche per la sua dimensione notturna, Terminator è un’eccitante naturale, che osa mettere un redentore omicida – dopotutto l’occidente bianco ha usurpato a sua volta a suon di violenze inenarrabili il ruolo di dominatore nel mondo – sulle tracce di un ultra-redentore, il figlio di Sarah che qui viene solo concepito, e avrà un proprio ruolo a partire da Terminator 2 – Il giorno del giudizio, quando si sarà già però negli anni Novanta. Non è poi così lontano dal Roy Batty di Rutger Hauer, l’androide che poetizza morendo sotto la pioggia in Blade Runner, Terminator: entrambi mettono in dubbio il diritto di onnipotenza dell’umano, ed entrambi lo fanno lottando. L’uno nel pieno possesso del proprio cervello, l’altro obbedendo – in questo primo capitolo – a un ordine ricevuto, a una programmazione.

Info
Il trailer originale di Terminator.

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