La morte ti fa bella

La morte ti fa bella

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A quasi trent’anni dalla sua realizzazione La morte ti fa bella è un film più vivo che mai, eppure – un po’ come le star che si rivolgono alla diabolica Lisle von Rhoman interpretata da Isabella Rossellini – sembra sparito dalla circolazione. Peccato, perché poche opere furono in grado di portare così all’estremo il punto di raccordo tra corpo plastificato dell’edonismo reaganiano e la carambole slapstick dei cartoon, già immortalate da Robert Zemeckis quattro anni prima in Chi ha incastrato Roger Rabbit.

Essere secondo natura

Sul finire degli anni Settanta l’aspirante scrittrice Helen vede la sua ex compagna di classe Madeline “scipparle” il fidanzato Ernest, chirurgo. Quattordici anni dopo il matrimonio tra Ernest e Madeline è in piena crisi, e la donna è ossessionata dalla chirurgia estetica, unico modo per mantenere la parvenza di un’eterna giovinezza. La paranoia raggiunge il suo vertice quando la donna incontra nuovamente Helen, e la trova più giovane che mai: non resta che ricorrere all’aiuto della misteriosa Lisle von Rhoman, in possesso di un elisir di lunga vita. Ma che succede quando chi assume quell’elisir muore? [sinossi]

Nel Bhāgavata Purāṇa, uno dei testi sacri dell’induismo si legge «Colui che non sa distinguere la differenza fra il Sé e il suo corpo pensa di essere solo un corpo, e così non capisce che la vita del Sé continua in differenti corpi». Non sono certo ferventi induiste Helen Sharp e Madeline Ashton, le acerrime nemiche che si combattono senza esclusioni di colpi in Death Becomes Her, conosciuto in Italia come La morte ti fa bella: non esiste altro al di fuori dei loro corpi, e nulla ha in sé un reale valore se non è riconducibile all’immagine della giovinezza. Helen e Madeline, ricorrendo un po’ alla scienza (il chirurgo Ernest, anche surreale oggetto della contesa) e un po’ al fantastico (l’elisir di lunga vita), battagliano non per cogliere l’attimo, secondo l’adagio riportato in auge da L’attimo fuggente di Peter Weir, ma per fermare l’attimo, congelare il tempo impedendogli di assolvere al suo principale compito, quello di scorrere. La lotta delle due donne, che è all’apparenza lotta per un uomo – che è in realtà sacrificabile senza eccessivi ripensamenti, non fosse per la sua qualità professionale – e sempre in modo superficiale lotta per il predominio nel palcoscenico della vita, si palesa alla resa dei conti per essere un agone contemporaneamente interiore e universale. La pelle che invecchia, le rughe, il ricorso sempre più ossessivo ai “ritocchini” dell’estetica, sono dettagli che appartengono idealmente all’intimità delle due donne, alla loro sfera “privata”. Nell’atto plateale della morte-non-morte (o vita-non-vita, ribaltando la prospettiva) questi stessi dettagli diventano le scaturigini più evidenti di una guerra infinita, quella che l’essere umano combatte contro la caducità, l’autunno e l’inverno della vita. “Io inseguo la primavera. Non vedo un autunno né un inverno da anni”, questo afferma Lisle von Rhoman, misteriosa splendida e giovanissima settantunenne che è pronta a svelare – alla brezza rassodante del frusciare del dollaro: si è pur sempre nella capitale del Capitale – il segreto dell’eterna giovinezza, quel mistero che fa di Los Angeles non la patria delle stelle, ma quella degli zombie (e su questo tema, in modo del tutto diverso da La morte ti fa bella – e anche tra loro – torneranno David Lynch con INLAND EMPIRE e David Cronenberg con Maps to the Stars). Gli zombie ritornano in vita, e dunque procedono in retromarcia rispetto allo svilupparsi del tempo. Robert Zemeckis, che con La morte ti fa bella entra prepotentemente nel decennio che lo consacrerà definitivamente a Hollywood con quattro titoli in grado di dimostrare la poliedricità mai sterile del suo sguardo (si fa riferimento a Forrest Gump, Contact, e al dittico Le verità nascoste/Cast Away, usciti a un pugno di mesi di distanza l’uno dall’altro), sa bene come trattare il Tempo: ha racchiuso i desideri di libertà di un’intera generazione in un giorno con 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles!, e soprattutto ha mandato avanti e indietro nel Tempo Marty McFly a bordo di una Delorean nella trilogia Ritorno al futuro. Ma la regola che Marty ha imparato sulla sua pelle, quella che ammonisce gli esseri umani dal ritoccare il Tempo pensando che non vi possano essere conseguenze, deve essere ancora imparata a memoria da Helen e Madeline.

Quando La morte ti fa bella raggiunge gli schermi statunitensi, il 31 luglio del 1992, si è appena svolta a New York la Convention Democratica che ha decretato Bill Clinton come sfidante di George H.W. Bush alle Presidenziali. Gli Stati Uniti si apprestano dunque a uscire dal decennio Repubblicano, che ha visto il Grand Old Party trionfare per tre elezioni consecutive, senza alcun tipo di reale disputa – in totale quasi 150 milioni di voti per i Repubblicani, contro “appena” 110 milioni per i Democratici –, e propagandare il neoliberismo à la Friedman. Per un decennio l’americano medio si convince davvero che la “Reaganomics” sia la panacea di tutti i mali. È il decennio della lotta al pubblico, in ogni forma e sostanza (poi rimasta come mantra ossessivo anche nei decenni successivi, e forse parzialmente appannata solo oggi, dopo il quadriennio trumpiano e nel pieno della crisi pandemica), a favore del privato. Privato è anche necessariamente il corpo, che diventa l’immagine più evidente di un mondo dominato dall’apparenza: su questo scriverà pagine mirabili Bret Easton Ellis, da Meno di zero a American Psycho e Glamorama, ma il cinema non resta di certo a guardare. La messa in scena del corpo negli Stati Uniti degli anni Ottanta diventa automaticamente un atto politico, che trova nelle frange dell’orrore i guerriglieri più compatti (ma una scelta simile la si può scorgere anche nella messa in scena, mai così diffusa, del corpo adolescenziale). Robert Zemeckis è tra i primi, insieme a Sam Raimi e ai fratelli Coen di Arizona Junior, a comprendere come la messa in scena del corpo sia a sua volta una forzatura del reale, uno sfondamento della parete della credibilità: nasce anche da questa constatazione Chi ha incastrato Roger Rabbit, punto di non ritorno del corpo camuffato/reinventato/rivoluzionato. Il corpo immortale dei cartoni animati è lì per essere vilipeso, umiliato, scarnificato senza conseguenze apparenti: quello del crudele giudice Morton è il desiderio nascosto di tutti gli yuppie, a ben vedere. Anche Helen e Madeline nutrono lo stesso desiderio insano, quello di poter abusare del proprio Tempo, di poter trasformare il corpo in un oggetto di plastica smaltibile solo in migliaia di anni. Un oggetto inquinante. Dimenticando però le regole auree del viaggio contro il tempo (e quindi contro la natura, che il medico Ernest in una misura pur bislacca e a sua volta deforme incarna), le due donne trasformano ben presto l’eterna giovinezza in un gag slapstick da cartone animato, e così La morte ti fa bella diventa una lunga baruffa tra personaggi inanimati eppur moventi e pensanti. Zemeckis compie l’atto estremo, superando la stessa dicotomia tra umano e non-umano. Non c’è più Cartoonia, il luogo incantato oltre le cui porte tutto è possibile, anche sfracellarsi al suolo dopo una caduta di svariati metri senza riportare neanche un graffio. Per far questo oramai basta Beverly Hills, l’America dominante e dominata comunque dalla propria sete di ulteriore potere. Il corpo è dunque già trapassato, nel senso di morto ma anche di bucato, come la pancia attraversata da un proiettile di Goldie Hawn – in un “effetto speciale” che verrà ripreso di lì a un paio d’anni da Raimi nel suo Pronti a morire, dov’è il genere per eccellenza americano, il western, a essere trasformato in cartoon.

In uno spasso grottesco e surreale, nello spasmo di un mondo contratto che si vede finalmente allo specchio per quel che è, cadavere muffito di un presente che vive nell’eterno passato per dichiararsi portatore di futuro, Robert Zemeckis traccia le linee guida per rimettere in gioco l’immagine, la sua effettiva dimensionalità, la sua relazione con il Tempo. Se un prete può convincere i partecipanti a un funerale che la trasmissione dell’eternità passi attraverso la discendenza, e l’eredità del pensiero e degli affetti che si sono tramandati quando si era ancora in vita, il cinema risponde con uno sghignazzo sarcastico, per poi ricordare agli spettatori l’unico vero mistero, quello dell’immortalità dell’immagine, e del suo senso. Anche quand’essa fosse fracassata al suolo e spezzata in mille pezzi, come la bambola non più di carne che giocava ad avere ancora una carica erotica. Eretico nel pieno del mezzo industriale, Zemeckis filma ne La morte ti fa bella uno dei suoi sberleffi più eloquenti e sanamente amorali, impreziosendolo con le demoniache interpretazioni di Meryl Streep e Goldie Hawn, cui danno una preziosa mano Bruce Willis e Isabella Rossellini.

Info
La morte ti fa bella, trailer.

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