That’s the Art, Baby!

That’s the Art, Baby!

Il 2021 si apre con l’annuncio, da parte prima di Pfizer e quindi di Astrazeneca, di grandi ritardi nella distribuzione dei rispettivi vaccini per l’Unione Europea; lo scenario della cosiddetta “ripartenza” si fa dunque più fosco del previsto. In questo panorama sembra del tutto scomparsa qualsiasi riflessione sul Cinema come elemento condiviso e dunque collettivo. Non si parla di esercenza, di distribuzione, di senso dell’audiovisivo e relativa fruizione. Si ha però un nome per quella che il ministro Dario Franceschini da mesi chiama la “Netflix della Cultura”: ITsART.

Nel giorno in cui Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, annuncia che la UE batterà i pugni sul tavolo per far sì che Pfizer e Astrazeneca rispettino gli accordi presi (“Abbiamo intenzione di far rispettare alle società farmaceutiche i contratti che hanno firmato usando i mezzi legali a nostra disposizione”, ha affermato in una conferenza stampa), viene naturale porsi interrogativi su come questi ritardi annunciati nella distribuzione dei vaccini per contrastare la diffusione del COVID-19 incideranno sulla ripartenza. Se è probabile, come ha dichiarato sempre Michel, che sarà difficile raggiungere l’obiettivo di vaccinare il 70% degli adulti entro la fine dell’estate 2021, è lecito chiedersi quali misure saranno prese per gestire socialmente la pandemia. Si dovrà prevedere un anno sulla falsariga di quello appena finito, con lockdown più o meno severi e rigorosi, spostamenti rallentati o bloccati del tutto e realtà considerate “non essenziali” costrette ad altri dodici mesi di parziale se non totale inattività? Ma soprattutto, in una prospettiva in cui la vita è continuamente procrastinata, quasi senza soluzione di continuità (le interruzioni da questo stato sociale sono poi strettamente connesse solo a questioni abitudinarie – le vacanze estive, il Natale, le “seconde case” – o economiche, come testimonia il cashback di Stato previsto per garantire le spese in vista del 25 dicembre), cosa potrebbe accadere? Poco più di venti anni fa in Homo Videns Giovanni Sartori lanciava strali contro l’inevitabilità dell’informatizzazione, vedendo nell’uomo nato e cresciuto in una società “televisiva” il vagito di una continua e pervicace disinformazione, un ritorno all’analfabetismo concettuale. L’impossibilità dell’uomo di dominare le immagini televisive ha poi trovato una sua estensione nel mondo virtuale, con l’interazione sociale che ha perso progressivamente un carattere personale e si è disumanizzata, celata dapprima dietro gli avatar dei forum e dunque dietro la parvenza di verità assoluta, il privato vomitato nell’agorà della rete. Il tono apocalittico di Sartori è ben noto, e non c’è dubbio che la sua visione – in cui il tubo catodico in quanto tale si proponeva come unico reale antagonista, nemico da combattere: si era d’altro canto in Italia nel pieno della virulenza berlusconiana, con tutto quel che la discesa in campo dell’imprenditore milanese comportò anche nella strutturazione della dialettica intellettuale – risulti parziale, ma a far paura non è l’inesattezza di alcune previsioni di Sartori, ma semmai il fatto che nessuno oggi sembri interessato nel dibattito pubblico a ragionare su quei concetti, a elaborarli, a metterli al centro di una speculazione.

Sarebbe pleonastico star qui a sottolineare una volta di più quali siano state le categorie umane, ma anche sociali e produttive, più colpite dalle restrizioni cui hanno fatto ricorso i vari Stati in giro per il mondo (anche se vi sono forti discordanze in tal senso, come si scriverà più avanti): l’impossibilità del contatto fisico, o almeno la sua drastica riduzione, ha eliso dalla quotidianità il concetto di assembramento, che ha portato con sé a mo’ di slavina l’eliminazione di manifestazioni, sit-in, concerti, rappresentazioni teatrali, proiezioni cinematografiche. Tutte queste attività del corpo, oltre che della mente, che prevedevano spostamenti fisici, ricollocazioni all’interno di scenari pubblici – le sale, ad esempio, ma anche le piazze delle città – trasmissioni che non si limitassero alla sfera cognitiva ma mettessero in campo l’udito, la vista, il tatto, l’olfatto, i sensi nella loro complessità, tutte queste attività del corpo, si scriveva, sono state deviate verso una rappresentazione. «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione»; anche a cinquantatré anni di distanza si torna sempre a Guy Debord, perché nessuno è riuscito a cogliere con tanta precisione la pietra rotolante dell’avvenire quanto il filosofo francese, morto suicida con un colpo di pistola al cuore il 30 novembre 1994. Questa rappresentazione è oggi il pane quotidiano di chiunque si occupi di immagini, della loro produzione e del loro senso. Nulla, nel cuore della pandemia, può essere considerato direttamente vissuto. Nulla, nel cuore della pandemia, può essere considerato compiuto nella sua essenza reale. Nulla, nel cuore della pandemia, può forse essere considerato davvero Cinema, ma al massimo delle sue potenzialità Spettacolo.
Per scansare qualsiasi tipo di dubbio o perplessità, ed evitare fraintendimenti, non c’è l’intenzione di mettere sotto accusa le chiusure delle sale cinematografiche in Italia: sono state fatte valutazioni legate a uno scenario pandemico e si è deciso che era meglio non rischiare eventuali focolai o momenti di trasmissione attraverso le oramai celeberrime “goccioline”. Certo, permangono i dubbi già esposti su altre aperture che sono state probabilmente condizionate da riflessioni ulteriori (gli esercizi commerciali aperti stanno lì a testimoniare soprattutto il fatto che Cinema e Teatri, ma anche i Musei, non sono considerati altrettanto validi come procacciatori di guadagno), ma non è il caso di rivangare ora determinate polemiche. Se si avverte la necessità, sul finire di gennaio, di tornare a ragionare sulla chiusure delle sale, è semmai per un motivo uno e trino. Un moto affettivo, legato al senso di comunità che trasmette la sala cinematografica a cinefili e addetti ai lavori: la nostalgia con cui ci si ricorda della prima volta che si è messo piede in un cinema non ha nulla di proustiano nella sua profondità, non è la scaturigine improvvisa della memoria, ma il ribadire una centralità, che mette in relazione il sé, la propria intimità, con il mondo esterno. Il secondo motivo è ovviamente professionale: il Cinema è un campo lavorativo, un territorio in cui in modo stratificato si muovono tipologie professionali diverse. Il terzo motivo è speculativo, e riguarda la concezione dell’immagine e il suo ruolo nella sfera sociale.

Se i primi due fattori svolgono una funzione apodittica, che non ha bisogno di spiegazioni, è il caso di soffermarsi sul terzo. Ridurre la grandezza dell’immagine ai pollici di un televisore, per quanto grande esso sia, o anche di un proiettore domestico – prodotto che non a caso si trova oggi a buon mercato, senza i salassi che comportava fino a qualche anno fa – e, ma non è il caso di specificarlo, di un computer o addirittura di un cellulare, significa restringere lo sguardo, spingerlo in una direzione centripeta, impedirgli di spaziare, di muoversi. La fruizione personale di un film sul grande schermo prevede la necessità della postura, lo slittamento dell’occhio da un lato all’altro per poter dominare l’ampiezza. Lo sguardo sul grande schermo si sviluppa in larghezza, quello sul piccolo schermo è costretto a una profondità che nella struttura bidimensionale del televisore risulta continuamente frustrata. Allo stesso tempo la sala cinematografica è uno spazio altro, diverso, distante dal privato. Non solo per la compresenza di altri esseri umani, ma perché non prevede la gestione dello spazio: il divano della propria casa, o il letto, sono elementi di conforto, gestibili in ogni modo. La poltroncina della sala è dello spettatore solo per il tempo della proiezione. Infine lo sguardo domestico, anche quello del più rigoroso dei cinefili e del più serio dei professionisti, vive una relazione completamente diversa con il tempo: un film visto su una piattaforma, o anche in dvd o blu-ray, può essere interrotto e ripreso a piacimento, dilatato, abbandonato per un po’ al suo destino. Un lusso – pericoloso – che non è concesso dalla visione in sala. Questo sguardo domestico e dunque addomesticato/addomesticabile impigrisce l’occhio, lo disabitua alle spigolosità del cinema, alle zone d’ombra, ai silenzi, agli spazi vuoti che possono essere riempiti surrettiziamente con una doppia velocità. Nello spazio ristretto della visione domestica si corre continuamente il rischio di tralasciare il potere dell’immagine per puntare la centralità sulla narrazione pura e semplice, sullo sviluppo, sul “colpo di scena”; non è casuale che in una fase pandemica e dunque di reclusione casalinga a proliferare nel dibattito pubblico non siano i film (anche quelli usciti, distribuiti sulle piattaforme) ma soprattutto le serie televisive, che volenti o nolenti concentrano l’attenzione – ad esclusione di alcune eccezioni eccellenti – su quello che accade in scena e sul perché accada.

Con la perdita del senso dell’immagine inizia la discesa agli inferi del Cinema, contraddistinta dalla concezione della forma come costrutto esterno di un contenuto. Con la chiusura delle sale si perde il senso di un’immagine che sia SEMPRE più grande dello spettatore, e che dunque non possa essere circoscritta a una GIF, o a un meme, ma debba necessariamente essere parte di un discorso più ampio sulla condivisione dello sguardo, sulla relazione dell’occhio con l’occhio dell’altro, con le sue sinapsi, con la percezione che si ha dell’esterno. La chiusura coatta nelle case fa perdere cognizione nel lungo tempo dell’esterno da sé, un discorso che si amplia ovviamente nel momento in cui si pensa alla seconda dolorosa chiusura, quella delle scuole. La didattica a distanza, con DAD che è divenuto un acronimo di uso comune, quasi quotidiano, non solo acuisce le distanze sociali – nel senso stretto della relazione interpersonale, come anche nel senso più largo della sperequazione tra le classi –, ma disabitua lo studente e la studentessa dalla dialettica, rimpolpando le schiere del soliloquio già ingigantite dall’utilizzo sempre più ossessivo dei social network. Il rischio è quello della costruzione di una società ottusa, chiusa solo ed esclusivamente nel personale, incapace di connettere la propria esperienza con l’esterno. Il fatto che non si discuta, almeno in Italia, di questo così come anche dell’impossibilità di accedere collettivamente a un gesto artistico – sia esso un film, una rappresentazione teatrale, un concerto, una mostra di fotografie – dovrebbe essere fonte di preoccupazione tanto per l’oggi quanto e forse ancora di più per il domani. Per questo non si reclama una “semplice” riapertura delle sale (per quanto il silenzio delle associazioni di categoria risuoni preoccupante), ma la messa in discussione di un sistema che ha fatto dell’immagine piatta, priva di profondità, il suo logo. Gettate via i libri, uscite per le strade, gridava accorato il titolo di un capolavoro di Shūji Terayama riprendendo un motto sessantottino. L’uscire per le strade di oggi è metaforico, ma riguarda il ribadire la centralità degli spazi sociali, dei luoghi in cui l’arte è condivisa, è a uso e consumo di una collettività.

Su Quinlan da un mese abbiamo inaugurato uno speciale, dal titolo “Senza il cinema. Con il cinema” nel quale vengono analizzati e riletti film che hanno al centro della loro speculazione proprio il cinema stesso, sia nel momento della sua realizzazione – il set – che nel suo senso teorico. Un modo, da parte di una rivista che è virtuale ma ricerca una relazione reale con i propri lettori, per non far cadere nel vuoto un intero mondo, quello della settima arte, che l’universo mediatico tralascia sempre di più, dandolo per scontato e dunque disinteressandosene continuamente. Il Cinema può dirsi davvero tale solo quando crea un interscambio umano, diventando spazio condiviso, tempo condiviso, sguardo condiviso. Si applaude giustamente a tutti quei festival che hanno resistito in questi ultimi mesi ribadendo la necessità di discutere di cinema – si pensi per esempio a Torino, al milanese Filmmaker, in questi giorni a Trieste – ma non si può fare a meno di rimpiangere la negazione della presenza. Essere a un festival significa vivere il Cinema, non solo condividerlo o discuterne. O meglio: significa discuterne perché è cosa viva, pulsante, respirante, esistente non solo nell’etere ma nello spazio. Allo stesso tempo non si può non pretendere una posizione chiara e netta dal ministro Dario Franceschini. In Italia le sale sono chiuse, ma non si parla neanche lontanamente delle riaperture, se non in modo laterale. Non esiste una posizione ufficiale del MiBACT sulla riapertura delle sale cinematografiche, mentre in giro per l’Europa e per il mondo ci sono molti paesi che consentono, anche nel pieno della pandemia, la presenza di spettatori in sala (in Portogallo, ad esempio, in Spagna, e poi in Cina, in Nuova Zelanda e Australia, in Giappone). Cineworld, il gruppo britannico che gestisce molte sale negli Stati Uniti, ha annunciato la riapertura di oltre cinquecento cinema a marzo. In Inghilterra cinquanta registi – tra i quali Steve McQueen, Danny Boyle, Andrea Arnold, Gareth Edwards, Stephen Frears, Paul Greengrass, Kevin Macdonald, Sam Mendes, Christopher Nolan, Ridley Scott, Ben Wheatley – hanno firmato un appello al governo per il sostegno alle sale e la riapertura, indispensabile per il benessere dei lavoratori del settore ma anche della collettività. In Italia si registra invece un quasi totale silenzio. Si è data per scontata che la soluzione delle chiusure fosse l’unica, senza prendere neanche in considerazione esempi sviluppati in giro per il mondo, e viene da chiedersi perché. Com’è possibile che non si capisca il vero senso di una lotta per il ritorno in sala? Com’è possibile che non si apra una discussione pubblica su un tema che riguarda il lavoro di migliaia di persone e una possibile attività dell’intera cittadinanza? La risposta forse è tutta nella presentazione ufficiale di ITsART, la piattaforma voluta da Franceschini e dal ministro sponsorizzata fin dalla scorsa primavera, quando vi si riferiva chiamandola “Netflix della cultura”. Una piattaforma che, stando a ciò che si legge entrando nel sito ancora in costruzione, si propone come “il nuovo palcoscenico virtuale per teatro, musica, cinema, danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, con contenuti disponibili in Italia e all’estero: una piattaforma che attraversa città d’arte e borghi, quinte e musei per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”. Si potranno dunque vedere film, opere teatrali, assistere a concerti, passeggiare virtualmente per le sale di un museo. Tutte esperienze che hanno senso e sviluppano un reale senso solo se vissute personalmente, fisicamente, e che invece vengono “allontanate in una rappresentazione”. La lettura di Debord viene agita direttamente dallo Stato. Ma una nazione che spinge la propria popolazione a uscire dalla verità vissuta per costruire la propria esperienza grazie alla connessione internet cosa sta suggerendo davvero al proprio popolo, se non l’abbandono definitivo del collettivo, e dunque del sociale? That’s the Art, Baby!, direbbe Bogey. Ma non siamo più in un film. Purtroppo.

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