The Campaign

The Campaign

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Presentato nel concorso lungometraggi del 32° Trieste Film Festival, The Campaign (Berliner) è il nuovo film del rumeno Marian Crișan, spaccato di una Romania rurale che vive nella totale calma piatta, lontanissima dalla capitale come dall’Europa. La classe politica mediocre considera questo mondo di periferia solo in campagna elettorale. Ma anche in questi desolati territori rimane traccia dei traumi storici del paese, il regime filonazista di Antonescu e la dittatura di Ceaușescu.

La Romania è vicina

Viorel, un conducente di trattore di una cittadina della Romania occidentale, incontra Mocanu, un politico in campagna elettorale per un seggio al Parlamento Europeo. La sua auto si rompe e Viorel e sua moglie lo accolgono nella loro modesta abitazione. Indagato per corruzione, Mocanu intravede un’opportunità e decide di prolungare la permanenza presso questa semplice famiglia per il resto della campagna elettorale, per conquistare gli elettori atteggiandosi a uomo comune in compagnia di un “vecchio amico”, un onesto contadino e gran lavoratore. Viorel, in cambio, riceverà un nuovo trattore. [sinossi]

Quando, nel 1993, in Italia, Silvio Berlusconi scese in politica, qualcuno, come il sociologo Alessandro Dal Lago, evocò il romanzo Presenze di Jerzy Kosinski, e il suo adattamento cinematografico Oltre il giardino di Hal Ashby, a indicare un modo di fare presa sull’elettorato fatto di puri slogan vuoti, come le massime di un adorabile ritardato, come il giardiniere Chance, che venivano rilanciate da tutti i media. Mentre in Italia si sviluppava questa demagogia mediatica, in Romania era da poco vigente un nuovo, claudicante, sistema democratico instaurato sulle ceneri del sistema dispotico di Ceaușescu. Nel panorama del cinema, d’autore e non, che arriva da quel paese, emerge un sentimento generale di disillusione per le mancate promesse del nuovo corso, in una società che non ha mai saputo fare del tutto i conti con il proprio passato, sia quello del periodo socialista, sia quello dei crimini antisemiti del regime filonazista di Antonescu. Un quadro sostanzialmente confermato da una commedia leggera e a tratti surreale come The Campaign (il titolo originale è Berliner) di Marian Crișan, presentato nel concorso lungometraggi del 32° Trieste Film Festival.

Siamo a Salonta, nell’ultimo limbo della Transilvania, al confine con l’Ungheria, nei luoghi che hanno dato i natali al regista. Un mondo rurale dominato dalla calma piatta, dalle casette isolate di campagna, dalle stradine percorse dai trattori, di persone religiose – come si capisce dai vari quadri riproducenti L’ultima cena nella casa di Viorel e dalle preghiere della moglie – dai ritmi lentissimi della vita contadina, come l’America profonda raccontata da Lynch in Una storia vera. Un mondo accogliente, come mostra il film, dove gli stranieri sono benvenuti e ospitati, tra salami e pálinka. Il film racconta dell’incontro tra l’agricoltore Viorel e l’uomo politico di Bucarest Mocanu, che si trova in quei luoghi per la sua campagna elettorale per il Parlamento Europeo e che sfrutta l’occasione per spacciare quell’uomo, perfetto esempio di operosità contadina, come un vecchio amico per esaltare, sui media e sui social, la sua vicinanza alle persone umili. Il primo dato che emerge da The Campaign è lo scollamento estremo tra il mondo agreste e la capitale, tra la periferia e il centro del paese. Un mondo dimenticato, dove non prendono i cellulari ma che è tappezzato di manifesti dei candidati alle elezioni: i politici se ne ricordano solo in campagna elettorale. Viorel non sa chi sia quell’uomo politico quando lo incontra la prima volta, e nemmeno si ricorda che ci siano le elezioni, sembra che nella sua vita esista solo il trattore. Quando poi Mocanu saluta la gente per strada nessuno gli risponde. Centrale è un dialogo tra i protagonisti, quando il candidato prorompe con la sua vuota retorica sui martiri di Timișoara, gli eroi della rivoluzione che hanno permesso di vivere in un paese libero, il contadino chiede: «Quale rivoluzione?», «Quella del 1989», gli risponde Mocanu, «Ah, quella!», ribatte Viorel. Nemmeno quel fatto drammatico, avvenuto neanche molto lontano da Salonta, sembra avere sconvolto o cambiato le vite di quella gente di campagna. I traumi della storia però sono incarnati in quella toccante scena in cui il padre allettato di Viorel rinfaccia all’apatico politico, il dramma e gli stenti del proprio padre che aveva partecipato come soldato all’invasione della Russia, arruolato al servizio della patria. Il padre in fin di vita rappresenta lo scoramento totale di un paese, lui che è passato attraverso suoi drammi, con la sua dose di nichilismo che lo porta a contestare l’uomo politico che promette nuove strade, quando la rete viaria è ormai stata realizzata nell’era di Ceaușescu.

La retorica vuota sulla rivoluzione non è l’unica di quelle sciorinate da Mocanu. Esalta gli ideali e i valori europeisti, la sua, presunta, vicinanza alla povera gente. Ma il capolavoro è quando cita il discorso di Kennedy «Ich bin ein Berliner» dovendolo spiegare perché nessuno avrebbe capito il riferimento. Ma lo fa senza convinzione, come un bambino a scuola che ripete una poesia a memoria. Una retorica copiata male. Non capisce in realtà quel mondo rurale di cui vorrebbe ergersi a difensore, non ha nessuna forma di empatia nei confronti di quella gente. È goffo, non sa andare in bicicletta. Si fa fotografare con i bambini che nemmeno sorridono. Sembra il prototipo dei vecchi democristiani di casa nostra, elargendo facili promesse e soldi in cambio di voti. Si infila nelle cerimonie di paese, facendo il padrino ai battesimi e non esita a mettere in mezzo anche la propria figlia per motivi di immagine. Ricorda, anche per la politica di vicinato in una realtà di provincia, quel Vittorio Gordini Malvezzi di La Cina è vicina, che prendeva a scappellotti il bambino che gli aveva rubato il foglio al comizio. Lui e gli abitanti del villaggio viaggiano su onde diverse, come diversa è la sua pressione arteriosa, ovviamente più alta, quando gliela misura la moglie di Viorel. Non è chiara la sua collocazione politica. Il suo partito, il PUP, risulta un’invenzione del film. Per lo scontro in tribuna elettorale con un esponente della sinistra, potrebbe essere di centro-destra. Sicuramente è europeista in un contesto politico dove stanno crescendo, come ovunque, le forze sovraniste. In ogni caso, poco importa. Appartiene a una mediocrità diffusa. Sempre con lui il fido fotografo/social manager, figura che rientra in un generale quadro grottesco, conta i like in un territorio dove a malapena i cellulari prendono. Mocanu ci appare come un povero dilettante rispetto alla scaltrezza diabolica dei politici nostrani con il loro pervasivo utilizzo dei social. E persino i suoi guai con la giustizia ci sembrano delle magagne di un dilettante.

Tra la vita tranquilla di quel mondo, che procede con la solita routine come quella della moglie di Viorel che sbuccia patate guardando la televisione, e la pochezza morale e politica, fatta di aria fritta, di Mocanu, con i giornalisti a seguito che paiono lobotomizzati, The Campaign procede con un ritmo pacatissimo, con un incedere alla Roy Andersson, continuamente fissato nei quadri dei personaggi messi in posa per il fedele fotografo. Ma nel cinico finale la corruzione morale della politica contaminerà quella dimensione tranquilla campagnola. E a Viorel non sarà nemmeno concesso di diventare un nuovo giardiniere Chance: mentre va alla tribuna elettorale affiancando Mocanu, e sciorina una massima di saggezza contadina sull’agricoltura sotto la neve, viene bruscamente zittito dall’avversario, di sinistra, che gli dice che non gliene può fregar di meno.

Info
La scheda di The Campaign sul sito del Trieste Film Festival.

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