Gritt

Presentato nella Tiger Competition del 50° IFFR, Gritt rappresenta l’esordio al lungometraggio per la filmmaker norvegese Itonje Søimer Guttormsen, un film che segue, con il fiato sul collo, la protagonista, l’attrice teatrale Gritt, nella sua vita e nel suo lavoro artistico. Un film sull’urgenza dell’arte come mezzo di ribellione, sull’arte vera che non può che passare per la sofferenza dell’artista, che può condurlo all’autodistruzione. Nel solco tracciato da Antonin Artaud e dal Living Theatre.

Norwegian Wood

Gry-Jeanette ha lasciato la Norvegia con il sogno di diventare un’attrice. 17 anni dopo, non essendo riuscita a trovare né fama a Hollywood né notorietà a Berlino, torna nel paese natio con il nome di Gritt. Mentre i suoi vecchi compagni si sono affermati nel circuito teatrale di Oslo, Gritt intende il teatro come un rituale collettivo radicale, con il fine di seppellire capitalismo e patriarcato. Viene cacciata dal suo appartamento e si stabilisce presso gli spazi di una compagnia underground con cui comincia a collaborare per uno spettacolo sui rifugiati. [sinossi]

Esordio al lungometraggio della filmmaker norvegese Itonje Søimer Guttormsen, Gritt è un film sull’arte radicale, o un film radicale sull’arte, sull’arte estrema come unica vera forma di arte possibile, unica possibile ancora per il riscatto dell’umanità, ma anche possibile veicolo di autodistruzione. Con Gritt la regista torna a Rotterdam, presentando il film nella Tiger Competition, dopo avervi partecipato nel 2017 con il corto Retrett, incentrato sulla stessa protagonista interpretata da Birgitte Larsen. Gritt è una giovane attrice che torna a Oslo dopo aver invano tentato una carriera mainstream a Hollywood come a Berlino. Incontrando alcuni suoi colleghi, si dipanano varie possibilità e declinazioni dell’arte teatrale, che possono anche sembrare importanti o alternative, ma nessuna di queste rappresenta l’autentica via.

C’è per esempio la sua collega regista, portatrice di Sindrome di Down, che ci fa pensare a tutto il teatro sociale o alla teatroterapia molto in auge anche alle nostre latitudini. Lei medita di fare un musical bizzarro a carattere sociale, sui minatori delle Svalbard (solo Jacques Demy avrebbe potuto concepire qualcosa del genere) e sogna di stare con loro in una Jacuzzi, e in questo caso l’arte funziona come sublimazione delle proprie fantasie. Gritt la definisce quale un’operazione narcisistica più che politica. Nemmeno il grande autore nazionale norvegese, Henrik Ibsen, pur con i suoi lavori caustici sulla borghesia, può più rappresentare un percorso di ricerca artistica. L’autore viene messo in scena nel festival di cultura norvegese a New York, in uno spettacolo pot-pourri dal titolo “I tre colori di Ibsen”, ma si tratta di qualcosa di dimostrativo, didattico, borghese esso stesso come è il destino delle opere che diventano dei classici e vengono, in questo modo, rese innocue. L’incontro, a New York, con dei ragazzi del Living Theatre, tuttora in attivtà, portato avanti dai discepoli dei fondatori, che le parlano di Judith Malina, e la sua crescente ossessione per la concezione radicale del teatro di Antonin Artaud, la indirizzano verso una strada ben diversa. L’attrice lavora così a un progetto dal titolo “La bianca infiammazione”, laddove il bianco rappresenta il concetto di decomposizione di Artaud, con l’obiettivo di seppellire capitalismo e patriarcato. L’intensità del suo lavoro la porterà a consumarsi gradualmente, a bruciarsi. Troverà accoglienza anche abitativa, avendo perso la sua casa, in uno spazio teatrale underground, il Teatro della crudeltà, dal nome che richiama una classica opera di Artaud. Si dedicherà a un lavoro sui reietti della società, sui rifugiati e sui migranti, che coinvolgerà nella costruzione dello spettacolo stesso. Proprio come l’attrice Birgitte Larsen deve essere stata coinvolta nella costruzione del suo personaggio, tanto in Retrett come in Gritt. Gritt compierà un lavoro osservazionale su questi ragazzi, raccogliendo le loro storie di profughi, in fuga dalla Siria in guerra e dall’arruolamento; li coinvolgerà in un training dell’attore e studierà i riti collettivi.

L’esperienza la consumerà proprio come Artaud: il teatro deve cessare di essere il doppio della vita, diventando esso stesso vita. La spirale autodistruttiva porterà la protagonista a diventare lei stessa una reietta come i suoi personaggi, senza fissa dimora, con un grado crescente di follia, anche per la frustrazione di venire ignorata dalle istituzioni artistiche ufficiali, portandola all’attenzione di analisti e assistenti sociali. Gritt interiorizzerà anche la carica autodistruttiva della figura mitologica di Lilith, nelle culture mesopotamica ed ebraica, il demone femminile, lo spirito del vento, e la prima moglie di Adamo, prima di Eva, donna ribelle che si opponeva alla società patriarcale. Con il linguaggio cinematografico, Itonje Søimer Guttormsen procede in parallelo, trasferendovi la stessa intransigenza e lo stesso rigore che muovono le azioni di Gritt, la stessa crudeltà di Artaud. La regista usa una mdp estremamente fluida e nevrotica, sempre in movimento, spesso con dei bruschi scatti, un po’ nello stile di Dogma 95. E inserisce, senza soluzione di continuità visiva, ma di aspect ratio e grana dell’immagine, degli inserti in pellicola 8mm, il formato tipico di tanto cinema sperimentale. Inserti che diventeranno sempre più frequenti nella parte finale, quella dell’eremitaggio nella natura di Gritt, teatro dell’autodistruzione e della decomposizione artaudiane.

Info
Gritt, il trailer.

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