L’ultimo bacio

L’ultimo bacio

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Enorme successo di pubblico alla sua uscita nelle sale, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino compie vent’anni e riconferma ancora le sue qualità e i suoi tanti limiti. Indubbiamente ben diretto e interpretato, soffre in realtà di una sceneggiatura esile in evidente contrasto con una sproporzionata sovrabbondanza formale.

Ti amo, però…

Trentenne fidanzato da tre anni con Giulia e in attesa di un bambino, il pubblicitario Carlo conosce al matrimonio di un amico una spigliata diciottenne, Francesca, di cui resta immediatamente folgorato. Intorno a Carlo si muove un gruppetto di amici tutti quanti invischiati in rapporti contrastati con le donne. Tre di loro, l’ammogliato e affigliolato Adriano, lo sciupafemmine Alberto e l’isterico Paolo, iniziano a progettare di fare un viaggio all’estero on the road per sfuggire alla vita programmata che li attende. La madre di Giulia, invece, si scopre nel bel mezzo di una crisi coniugale appena viene a sapere che diventerà nonna, mentre Carlo cerca invano di restare fedele a Giulia… [sinossi]

Piaccia o no, ripercorrendo la storia del cinema italiano mainstream dal 2000 a oggi è inevitabile confrontarsi con L’ultimo bacio (Gabriele Muccino, 2001) di cui quest’anno cade il ventennale. Voltarsi dall’altra parte sarebbe un gesto sbrigativo ed elitario, dal momento che si tratta di uno dei maggiori incassi del nostro cinema più recente che non si collochi nell’ambito del comico o commedia intesi nel senso più puro. Al momento della sua distribuzione rimase in sala per mesi registrando costantemente il pieno, segnando una tappa piuttosto imprevedibile nei commerci del nostro cinema e lasciando pure qualche speranza (come sempre disattesa) di una solida risalita nell’incontro del cinema italiano con il suo pubblico, incoraggiati dall’esplosione più o meno congiunta dei fenomeni Muccino e Ozpetek. Le ragioni di un successo così enorme, per una commedia sentimentale facile facile che non tira praticamente mai la risata (nemmeno quando, qua e là, vorrebbe), sono interessanti e, dopo vent’anni, ancora non chiarissime. C’è chi parlò della capacità mucciniana di intercettare i fremiti dei trentenni, specie nel pubblico maschile, combattuti tra conformismo e fuga, tra vita programmata e libertà. C’è chi ne mise in luce la furbizia (e ve n’è una buona dose, indubbiamente) affidata a un romanticismo epidermico che nonostante le enfatiche apparenze poco ha a che fare con la realtà e la società italiana. La prova del nove è la re-visione del film dopo un ventennio; in L’ultimo bacio è praticamente impossibile ravvisare qualsiasi segnale o anche testimonianza indiretta dell’Italia che fu all’inizio del millennio. Fatti salvi gli antiquati modelli di telefoni cellulari, i personaggi si muovono in un panorama sociale di buona borghesia romana non meglio identificata. È stato spesso il limite del cinema di Muccino; due battute per collocare i propri personaggi in ambito familiare e professionale, e nient’altro. D’altra parte, la portata del film è talmente esile da non giungere nemmeno a tradurre i suoi protagonisti in exempla assoluti – e la tagline di lancio, invece, spingeva volenterosamente in quella direzione, «la storia di tutte le storie d’amore», trovata più pubblicitaria che altro poiché non è nemmeno troppo fedele allo spirito del film.

Insomma, non testimonianza particolare (diretta o indiretta) di un’epoca, né racconto assoluto capace di dire verità enormi sulla vita e (figuriamoci) l’amore. No, piuttosto un film medio sorretto a uno script come mille altri ne abbiamo visti, e come ne vedremo sempre di più nel cinema italiano da L’ultimo bacio in poi. Merito o colpa? Entrambe le cose, a seconda dei gusti e dei convincimenti personali. Vero è che la vicenda centrale dei Carlo e Giulia di Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno (e ancor meno dei loro amici disposti a cornice) non dice niente di nuovo, non ravviva percorsi già dissodati, ma piuttosto è affidata all’eccesso in modo crescente lungo il racconto, e anzi sta forse proprio nel suo eccesso la chiave del suo trionfo commerciale, la capacità tutta mucciniana di far passare per estremo realismo l’inasprimento dei conflitti intorno a un meschino caso di corna come tanti altri. Sta forse qui uno degli equivoci più interessanti nell’accoglienza riservata al film: si parlò di crudezza, cinismo e realismo per l’approccio arrembante, tutto urla e movimenti di macchina, che il giovane Muccino squadernò in questa occasione. A nostro avviso si tratta invece della classica montagna che partorisce il topolino. Spesso si ricava la sensazione di una netta frattura tra materia narrata ed eccesso di confezione. Il presunto realismo che porta dalle parti di un estremo artificio, ravvisabile pure nei dialoghi, molto più scritti e ben pettinati di quanto vorrebbero far credere (spesso formularici e anche poco credibili). Ormai a tutt’oggi abituati allo stile di Muccino, vi è pure da dire che nel 2001 il suo modo di girare era decisamente inconsueto per il cinema italiano, e in tal senso l’apprezzamento fu anche più che meritato. Attorno al film è ravvisabile la grande suggestione di Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999), ricondotto nell’alveo assai più ristretto e nostrano di un borghese drammetto sentimentale. Benché Muccino si sia schermito più volte al riguardo, il modello è percepibile, soprattutto nella modalità nuova andersoniana di scandire il racconto tramite un incessante commento musicale, spesso giocato sulla sospensione degli archi, legando insieme più situazioni simultanee tramite la musica stessa. Quanto al cinismo del film, ad oggi appare più di maniera che effettivo, affidato a una selva di battutine sulla felicità di coppia e a un finalino che pare voler citare un po’ gratuitamente la conclusione di Divorzio all’italiana (Pietro Germi, 1961). Qualche malinconia sembra pure sincera e di prima mano, soprattutto la costante enfasi sulle occasioni perdute che la vita ci propone, nella sua spietata catena di eventi che vanno in una sola direzione, senza possibilità di replicare le scelte fatte in passato. Quasi tutti i personaggi, presto o tardi, devono confrontarsi con il passato e il futuro, costantemente fuori fase rispetto alle proprie aspettative in uno stallo di eterno rimpianto. Il problema è che Muccino è sempre stato animato da un furore narrativo spesso carente in lucidità e coerenza. L’ultimo bacio procede a filosofeggiare a ogni passo, ma senza esser mai chiaramente sorretto da una pur tenue visione del mondo. Forse è troppo chiedere, certo, ma di sicuro non usciamo dalla visione del film con un’idea chiara nemmeno intorno all’amore borghese e alla relativa vita di coppia. Ne ricaviamo solo un’immagine di caos e costante precarietà, che tuttavia non rinuncia mai al conforto dei modelli dominanti – dopo tanto gridare e scalmanarsi, la soluzione è tornare a casa, sia per Carlo sia per sua suocera Anna, al centro di una tardiva crisi coniugale oltre i cinquant’anni. Come note dissonanti restano solo i tre amici che se ne vanno, ma guardati con uno sguardo misto di pietà e patetismo benpensante.

Finisce insomma che nel ben noto caos mucciniano emergono invece inattese preziosità nelle sezioni di rilassamento narrativo. Muccino bombarda il suo pubblico di pirotecnici movimenti di macchina e di concitazione audiovisiva, ma in realtà la sequenza di gran lunga migliore è quel passo pedinante nei corridoi dell’appartamento di Paolo, dopo la morte di suo padre, quando Giulia scopre a poco a poco il tradimento di Carlo. È una sequenza molto ben orchestrata, nel suo passo lento e crescente, nella capacità di registrare in fieri un sospetto che monta, attenuato nella rabbia dall’occasione funebre in cui prende corpo. Muccino non è un ingenuo, e probabilmente il peso di tale sequenza è scientemente enfatizzato dall’intenzione di creare un contrappunto forte con il resto del racconto, affidato a grida effettive e grida formali. Purtroppo, reincontrando i film di Muccino rimane un rimpianto costante, quello di vedere cotanta competenza tecnica (e pure sguardo cinematografico, se vogliamo) applicata a una materia più corposa, più problematica, più interessante. All’epoca dell’apparizione di L’ultimo bacio non sapevamo ancora quale sarebbe stato il percorso intrapreso dal suo autore negli anni successivi. A posteriori, constatiamo che Muccino ha scelto una strada tutta sua di “coerenza autoriale”, riflettendo sempre intorno alle solite due o tre piccole grandi cose della vita con mezzi più o meno convincenti, e senza mai esprimerne un’idea compiuta. A ben vedere, con le dovute proporzioni Muccino ha mantenuto tale coerenza anche nella sua esperienza americana, segnata da esiti altalenanti. Ma è una coerenza-prigione, sempre pencolante sul sospetto della mancanza di (ulteriori) argomenti. Eppure L’ultimo bacio, a suo tempo, ebbe una forza persuasiva come raramente si è visto nel nostro cinema degli ultimi vent’anni. I trentenni o quasi andarono in brodo di giuggiole, ed è più che evidente la ricerca da parte di Muccino di una diretta complicità con il pubblico maschile. Ma siamo comunque ben lontani dal manifesto generazionale, e una delle prove più schiaccianti è che rivederlo oggi non suscita il minimo brivido nostalgico. Semplicemente, L’ultimo bacio sposa un “discorso medio” buono per tutti, anche fuori dai confini nazionali – fu molto amato negli Stati Uniti dove fu oggetto di un remake con Zach Braff come protagonista, The Last Kiss (Tony Goldwyn, 2006), mai distribuito in Italia. Dispone di sequenze ben dirette e ha un buon parco d’attori, specialmente nella schiera dei maturi – ottimi Stefania Sandrelli, Luigi Diberti, Sergio Castellitto, Piero Natoli. Non ha però un robusto sguardo d’insieme, e niente fa dissipare una netta sensazione di gratuito e artificioso. Resta il dolce ricordo (questo sì, specie di questi tempi) di quelle sale piene, per mesi e mesi. Era comunque un piacere vederle. Un piacere enorme.

Info
Il trailer de L’ultimo bacio.

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