Terminator 2 – Il giorno del giudizio

Terminator 2 – Il giorno del giudizio

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A trent’anni dalla sua realizzazione Terminator 2 – Il giorno del giudizio è ancora una pietra di paragone proibitiva per chiunque cerchi di trovare il punto di interconnessione tra lo spettacolo “fine a se stesso” del blockbuster, la capacità di rendere personale qualsiasi materiale e l’utilizzo futuristico degli effetti speciali in computer grafica. Due ore e venti al fulmicotone che lasciano senza fiato, ed eleggono definitivamente Arnold Schwarzenegger star di prima grandezza dell’action mondiale.

Il futuro

Un Terminator torna sulla Terra perché incaricato di difendere Sarah Connor e suo figlio John dall’attacco di un terrificante modello di cyborg , il letale T-1000, capace di scomporsi come una gelatina e di ricomporsi in mille guise, assumendo le fattezze altrui al semplice contatto, di estroflettere micidiali lame, di celarsi furbescamente appiattendosi sui pavimenti, di passare attraverso sbarre con irrisoria facilità. Mentre combattono contro il micidiale killer, Sarah, John e il Terminator ‘buono’ entrano in contatto con Dyson, responsabile del futuro progetto Skynet… [sinossi]

È davvero un peccato che, vista la materia del contendere, James Cameron non possa pensare di portare a termine un Titanic 2, e forse è proprio in virtù di una tale impossibilità che si è concentrato alcuni anni or sono per ripresentarlo al pubblico in chiave tridimensionale stereoscopica (con risultati abbastanza lontani da quelli sperati, ma questo è un altro discorso). Hollywood, non è una novità, ha tra i suoi cromosomi quello del riciclo infinito, della riproposizione a volte vitale ma spesso stanca del medesimo schema: da una catena di montaggio industriale, d’altro canto, sarebbe sorprendente pretendere il contrario. Così la carriera da regista cinematografico di Cameron si inaugurò proprio mettendo le mani su un “Part Two”, e anche se il suo Piraña paura paga dazio rispetto all’originale diretto da Joe Dante è indubbio che vi si possa intravvedere già una mano ben consapevole e non priva dell’autoironia indispensabile per approcciarsi a un film di cassetta dalle basi di partenza così retrive. Non si svela alcun arcano nel ricordare come Cameron stesso consideri il suo esordio a tutto tondo solo Terminator, nonostante sia di due anni successivo alle disavventure con protagonisti i famelici pesciolini sudamericani, ma è interessante notare come dopo l’avvento in scena dell’iconico cyborg interpretato da Arnold Schwarzenegger il regista sia stato chiamato una volta di più a confrontarsi con un sequel, Aliens – Scontro finale, tra i pochi seguiti a reggere ampiamente testa al capostipite, rinnovandone forma e contenuto senza per questo disperderne minimamente il senso ultimo. Anche per questo appare del tutto naturale che, dopo Avatar, Cameron abbia subito iniziato a metterne in cantiere non solo il secondo capitolo, ma perfino quelli successivi: e non c’è dubbio che sarebbe naïf pensare di trovarsi a tu per tu con una pura e semplice prosecuzione di quel che accadde su Pandora. Conscio del valore eternamente riproduttivo dell’industria, Cameron ne rifugge la prassi da replicante anodino, amando al contrario il concetto di riscrittura, di modifica parziale o completa dell’angolazione dello sguardo. Quell’angolatura così difficile da trovare, e da rendere peculiare, da spingere un regista del tutto inquadrabile nell’ottica commerciale statunitense a rarefare le proprie incursioni dietro la macchina da presa, appena otto in quasi quarant’anni – sempre aspettando il già citato Avatar 2. La prospettiva dello sguardo è una concezione teorica, ma le cui potenzialità sono spesso costrette a passare per quel che concede l’avanzamento tecnologico: il merito del tutto fuori dalla norma di Cameron è quello di non aver mai permesso alla tecnocrazia di sopravanzare l’aspetto umano, l’interrogazione incessante sui desideri, sull’utopia dell’individuo, sulla necessità di sopravvivere.

La sopravvivenza è dopotutto un punto nevralgico della poetica cameroniana. Si cerca di sopravvivere agli eventi naturali (lo scontro frontale tra un transatlantico e un iceberg, l’insaziabile fame dei caraciformi), all’olocausto nucleare presente o futuro (la lotta di Sarah Connor contro Skynet), agli abissi dell’oceano e della memoria (The Abyss), alla propria menomazione fisica (l’ex marine Jake Sully in Avatar), perfino alla routine sfiancante del matrimonio, come in True Lies che in qualche modo racchiude al proprio interno la natura duplice del cambio totale di prospettiva, da commedia sullo sfascio di una coppia ad action adrenalinico con tanto di minaccia terroristica internazionale. Sopravvivere a un T-800 armato di tutto punto e con un obiettivo ben fissato nella sua memoria artificiale è un’impresa che rasenta l’impossibile, e lo sa bene proprio Sarah Connor, visto che l’ha scampata per miracolo in Terminator: la donna però non può neanche immaginare che esista un modello ancora peggiore, il T-1000. La sua capacità assai più infallibile e distruttiva è data ovviamente dall’avanzare inesorabile della tecnologia. Pur essendo un regista apertamente futurista, Cameron ha sempre visto nel progresso la certezza di poter disporre di armi sempre più terribili e non tanto la possibilità di una crescita sociale – la terza classe che costa “terrore e spavento” sul Titanic muore in massa, annegando sottocoperta. Ecco dunque che mentre è rinchiusa in manicomio per aver tentato di far esplodere una fabbrica di computer e di armamenti militari destinati al progetto informatico Skynet, Sarah Connor si vede messa alle calcagna, dal futuro, il suddetto T-1000. Chi giunge allora in soccorso, tanto suo quanto del di lei pargolo (che è stato affidato a una coppia che non lo sopporta più, e passa il suo tempo a “craccare” carte di credito)? Ovviamente proprio quel T-800 che solo qualche anno prima aveva fatto di tutto per uccidere la futura mamma.

Cameron dimostra una volta in più di comprendere fino in fondo il concetto stesso di replica, e il senso che acquista negli occhi dello spettatore. Da un lato segue un percorso diritto, di fatto tornando a marcare il territorio già occupato nel 1984, e dall’altro prendendone in ogni caso le distanze. Così Terminator 2 – Il giorno del giudizio segue esattamente lo stesso schema del primo capitolo, con gli umani perennemente preda di un cyborg che ha come unico scopo quello di ucciderli. Anche alcune situazioni sembrano ricalcate sul capostipite della saga, quasi che i sette anni intercorsi tra i due film parlassero a due pubblici differenti, e forse è davvero così. Ma Cameron non si limita di certo a una riproposizione piana e priva di senso di quanto già filmato: anzi, Terminator 2 – Il giorno del giudizio è uno dei pochi film a profetizzare in modo concreto dove porterà il futuro, a un utilizzo della computer grafica che permetta di liquefare i corpi – e non esaltarli come riteneva il body-horror del decennio precedente – e di confondere e fondere le forme, rimodellandole di volta in volta in quello che più aggrada. Una possibilità che Cameron avrebbe voluto concedere già nel 1984 a Schwarzenegger, ma la capacità tecnologica ancora non lo permetteva: il tempo non era maturo per una prospettiva così futuristica. La rivincita il regista se la prende dunque nel 1991, rivoluzionando non solo la tecnica, ma il significato stesso del modellamento dell’immagine, e dunque della sua stratificazione, del motivo scatenante per cui la si utilizza. Il pericolo del futuro è anche la possibilità del presente: se la maggior parte della critica (anche quella italiana, ovviamente), che in realtà aveva già guardato di sottecchi Terminator, considera problematica la deflagrante potenza frastornante del secondo capitolo, è proprio in quel dettaglio, nella capacità di spingersi sempre un passo oltre il lecito, e soprattutto il precostituito, che si avverte la grandezza della visione cameroniana, la sua inadattabilità al semplicismo dell’oggi e la ricerca continua, persistente, quasi irrefrenabile, della sperimentazione fino alle estreme conseguenze. Pochi oggetti mainstream possono vantare un côté per niente prono all’immagine dominante come i film di Cameron, e questo in particolare. Ma al di là di queste riflessioni Terminator 2 – Il giorno del giudizio resta a distanza di un trentennio anche un’opera di grande godimento spettatoriale, sotto tutti i punti di vista: è un appassionante film d’azione, con uno degli inseguimenti più sorprendenti e mozzafiato mai girati; un ottimo dramma, in cui i personaggi non sono mai semplici funzioni ma mettono in gioco desideri e frustrazioni (in tal senso illuminante proprio la scrittura del personaggio interpretato da Schwarzenegger, perfetto doppelganger di quello cucitogli addosso sette anni prima); un ironico divertissement che mette in gioco se stesso, e l’accettazione del credibile da parte dello spettatore medio. Come in buona parte della filmografia di Cameron il futuro si maschera da presente, e la teoria si specchia nello spettacolo puro (e viceversa). Una lezione che al momento, e chissà per quanto tempo, non sembra avere scolari attenti. Si potrebbe poi allargare il discorso sul fatto che nessuno, prima di Cameron, ha compreso il potenziale d’azione del corpo femminile, qui esaltato dalla presenza in scena di Linda Hamilton, ma lì non si entra nel campo del futuro, ma della fantascienza pura.

Info
Il trailer di Terminator 2 – Il giorno del giudizio.

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