La distribuzione del Ristoro

La distribuzione del Ristoro

Lo scorso 28 gennaio il MiBACT ha decretato il riparto del fondo di sostegno alle imprese, i cosiddetti “ristori”, per la distribuzione cinematografica. Quello che emerge è un paradosso: gli aiuti sosterranno soprattutto chi ha già avuto modo di incassare, lasciando in estrema difficoltà le realtà più piccole e le meno tutelate.

Già il 17 marzo del 2020, con il Paese in lockdown da una settimana, il governo retto da Giuseppe Conte ufficializzava un decreto-legge (convertito poi in legge, con alcune modifiche non sostanziali, il successivo 24 aprile) recante “Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”. L’articolo 89, in particolar modo, si proponeva il fine di sostenere i settori dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo, tra i più colpiti dall’espandersi dell’epidemia. Venivano dunque istituiti due Fondi, uno di parte corrente e l’altro in conto capitale, per arginare la sofferenza economica delle imprese che si occupano di spettacolo dal vivo, di cinema e di audiovisivo nel suo complesso. Il 28 gennaio scorso, infine, il MiBACT ha decretato la ripartizione del fondo. La lettura del Decreto Ministeriale pone però delle specifiche che appaiono preoccupanti, e che sembrano andare in controtendenza proprio rispetto alla necessità di aiutare tutte le imprese in difficoltà. Occorre partire, prima di allargare il discorso, dalle due specifiche che introducono le misure scelte dal dicastero gestito da Dario Franceschini (nel toto-ministri che i media rilanciano di giorno in giorno in attesa della sintesi di Mario Draghi nessuno mette in discussione la riconferma dell’esponente del Partito Democratico a Santa Croce in Gerusalemme). Le si riporta qui fedelmente:

TENUTO CONTO che la chiusura delle sale cinematografiche disposta quale misura di contenimento del contagio da Covid-19 ha determinato significative ricadute sulle attività delle imprese di distribuzione cinematografica;

RITENUTO opportuno prevedere una misura di ristoro delle perdite subite dalle imprese di distribuzione cinematografica in conseguenza della chiusura delle sale cinematografiche;

Le premesse non lasciano dunque dubbi sull’indispensabilità di un’azione che tuteli ogni impresa che si occupi di distribuzione, quale che sia il suo peso all’interno dello scacchiere economico. Il primo punto dell’Articolo 1 sembra fare ulteriore chiarezza: «Una quota pari a euro 25 milioni per l’anno 2021del fondo di cui all’articolo 89 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020 n. 27, è destinata al sostegno delle imprese di distribuzione cinematografica». Il secondo punto si muove nella medesima direzione: «Possono presentare domanda di contributo i soggetti con codice ATECO 59.13 che hanno distribuito, dal 20 febbraio 2020 al 31 dicembre 2020 almeno un film di lungometraggio, di qualunque nazionalità, provvisto di nulla osta di proiezione in pubblico di cui alla legge n.161 del 1962 ed uscito in sala cinematografica, così come certificato da idonea documentazione SIAE. Ai fini del presente decreto non sono considerate uscite in sala eventuali passaggi del film in rassegne, festival, anteprime e altre proiezioni speciali nonché diffusioni attraverso fornitori di servizi media audiovisivi ivi incluse, in ogni caso, le piattaforme Tvod e Svod».
Il terzo punto dell’Articolo 1 prevede però una specifica che nei fatti annulla le premesse del Decreto: «Ai fini del calcolo del contributo, sono eleggibili i film che hanno ottenuto un incasso pari ad almeno 10.000 euro».

Continuando a scorrere il Decreto si può arrivare a comprendere, ma non a condividere, il motivo per cui in modo del tutto burocratico si è deciso di porre una simile soglia d’accesso al fondo straordinario: nell’Articolo 2, dove si entra nel dettaglio dell’assegnazione dei contributi, si legge che le risorse, nei limiti dei già citati 25 milioni, sono ripartite partendo da «una quota fissa pari a euro 15.000 per ciascun beneficiario». Si è dunque calcolato che chi avesse guadagnato meno di tale cifra non potesse esigere un ristoro. Una scelta che non tiene conto, ed è qui che si forma una prima e grave preoccupazione, proprio della natura del fondo speciale. Escludendo nei fatti tutti coloro che non siano stati in grado di guadagnare almeno diecimila euro con la loro uscita in sala nel corso del 2020, si lasciano fuori dal contributo soprattutto le realtà più piccole, quelle che maggiori difficoltà stanno affrontando in questa durissima fase caratterizzata dalle sale chiuse (e sulla tragica situazione degli esercenti si tornerà a ragionare prossimamente). Una volta di più si è scelto dunque di favorire il vertice della piramide, e non la sua base. Nulla di nuovo, purtroppo, ma proprio per questo è doveroso porre l’accento su un errore così grave, e dalle conseguenze potenzialmente letali. Il punto del ragionamento dovrebbe essere quello di aiutare in particolar modo le imprese che non sono state in grado di raggiungere determinati risultati, non escluderle direttamente dal lotto dei pretendenti a un aiuto statale. Coloro che hanno portato in sala i loro film nel periodo di riapertura, quando le major avevano chiuso i condotti d’aria, sono proprio i piccoli distributori, che hanno cercato di venire incontro alla richiesta di esercenti altrettanto disperati ma desiderosi di riaprire l’attività. È un paradosso difficile da accettare quello che prevede che chi più di ogni altro ha provato a tenere vivo l’interesse per il cinema – per di più proponendo spesso opere non nazional popolari, già normalmente a rischio nell’incontrare i favori del grande pubblico – venga ora declassato, al punto da vedergli negato perfino il diritto al Ristoro.
Il secondo punto dell’Articolo 2 pone un’ulteriore disparità di trattamento, altrettanto iniqua: «La Direzione generale Cinema e audiovisivo assegna a ciascun beneficiario un punteggio calcolato per ciascun film eleggibile, secondo quanto previsto dall’articolo 1, commi 2 e 3, assegnando 10 punti per ogni 10.000 euro di incasso in sala». Dunque non solo chi non ha avuto in sorte di raggiungere 10.000 euro di incasso non può neanche fare richiesta di aiuti economici – di fatto sottolineando, da parte dello Stato, come non si tratti di una perdita così ingente da meritare attenzione – ma al contrario chi è riuscito a incassare di più (ovviamente le case di distribuzione già più forti sul mercato, e dominanti) ha addirittura diritto a un maggior Ristoro da parte del governo.

Una regolamentazione che sarebbe già discutibile in un momento di “normalità” economica, ma che diventa ingiustificabile quando si ha a che fare con una pandemia che ha costretto per legge le sale alla chiusura, impedendo ai distributori di immettere sul mercato le opere che avevano preventivamente acquistato. Il MiBACT sembra ignorare che per ottenere il diritto di sfruttamento di film che poi non hanno potuto godere di una diffusione normale sul territorio nazionale i distributori abbiano in ogni caso firmato contratti con i venditori internazionali, pagando a prezzo intero. Altra materia su cui il ministero pare aver glissato è il prezzo medio del biglietto, che varia a seconda del circuito in cui i film vengono distribuiti: ancora una volta a rappresentare l’anello più debole economicamente della catena sono quelle realtà che oggi si vedono brutalmente escluse dalla possibilità di un sostegno economico, e che non accedono normalmente con i loro film nei circuiti di primo livello. Sarebbe bastato, per evitare una disparità di trattamento, prendere in considerazione il numero di biglietti venduti, e non l’importo economico complessivo (come ad esempio da sempre fa la Francia, un modello che in Italia si segue, ma solo sulla carta). Preoccupa anche che si dia ampio spazio nei ristori a quei distributori che non hanno visto il loro film uscire in sala: se ne può comprendere il senso, in questo caso, ma non si rischia di spingere i maggiori distributori, visto l’andazzo, a rinunciare a qualsiasi battaglia per la riapertura delle sale visto che in ogni caso per loro è previsto un Ristoro economico? Chi ha a disposizione delle piattaforme di riferimento non punterà forse con ancora maggior convinzione su quella destinazione, invece che sugli aiuti al grande schermo?

Con dati come quelli che sono stati riportati anche ufficialmente da ANICA, e che parlano di una diminuzione drastica dei biglietti venduti, anche nel periodo in cui è stato possibile per gli esercenti riaprire le sale (dalla seconda metà di giugno alla fine di ottobre), stupisce che il governo Conte non abbia ritenuto di dover sanare tutte le imprese nel suo complesso, senza fare distinzioni di sorta: un precetto che dovrebbe essere alla base di ogni società non oligarchica, a maggior ragione quando si trova a fronteggiare un momento di estrema difficoltà derivato da agenti esterni e imprevedibili, come la diffusione virale di una patologia a livello nazionale e mondiale. Quale scenario si prospetterà da qui ai prossimi mesi se il governo non ritornerà sui propri passi, sanando un paradosso così evidente, e grave? Molte realtà che lavorano nel settore potrebbero essere costrette a ridimensionarsi o addirittura a chiudere, con una triplice perdita: di posti di lavoro; di impatto economico sulla filiera; di diffusione culturale. Un panorama in cui solo le aziende più consolidate possono pensare di riprendere l’attività senza eccessivi scossoni – e in ogni caso con il sostegno dichiarato e messo in pratica dal Governo – risulta inevitabilmente immiserito nella sua proposta cinematografica, ed è necessario che si intervenga per risolvere una situazione che rischia di diventare esplosiva, ed è già oggi incresciosa. Perché quel “ce la faremo se tutti insieme ci diamo una mano” pronunciato dall’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non resti solo una dichiarazione di facciata. Il rischio che sia così c’è, ed è concreto.

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