The Forest of Love

The Forest of Love

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The Forest of Love (Ai-naki mori de sakebe) è il film che Sion Sono ha diretto sotto l’egida di Netflix. Eppure neanche la piattaforma fondata da Reed Hastings è riuscita a riformare il cinema liberissimo di Sono, che torna a mescolare alcune delle sue ossessioni e dei punti cardine della sua poetica, dalla follia omicida all’atto stesso di filmare, fino alla tensione suicida e all’incapacità/impossibilità di uscire dall’adolescenza.

Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?

Un truffatore e una squadra di aspiranti cineasti entrano a forza nella vita di due giovani donne segnate dal dolore, ma niente è come sembra. [sinossi]
Amore è un fumo levato col fiato dei sospiri;
purgato, è fuoco scintillante negli occhi degli amanti;
turbato, un mare alimentato dalle loro lacrime.
Che altro è esso?
Una follia discreta quanto mai,
fiele che strangola e dolcezza che sana.
Romeo e Giulietta di William Shakespeare

Nella seconda scena del secondo atto di Romeo e Giulietta Romeo afferma che «Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito». Di cicatrici, interiori ed evidenti a occhio nudo, ne hanno da sempre da sfoggiare i protagonisti dei film di Sion Sono, e non sono certo da meno i personaggi che agitano il sottobosco criminale e cinematografico – e criminale in quanto cinematografico, e viceversa – di The Forest of Love, trentottesimo lungometraggio e quarantanovesima regia complessiva portata a termine dall’infaticabile regista giapponese nell’arco di poco meno di quarant’anni (a dimostrazione della vitalità espressiva di Sono nel 2020 è stata la volta di Red Post on Escher Street, mentre lo scorso 31 gennaio il Sundance Film Festival ha ospitato la prima mondiale di Prisoners of the Ghostland, suo thriller-fantasy prodotto interamente negli Stati Uniti). The Forest of Love è stato in gran parte snobbato, seguendo una linea critica che vede Sono sempre più ai margini dell’interesse di chi pensa al cinema: colpevole di bulimia? Può essere, anche se i ritmi di Sono non sono così bizzarri dalle parti di Tokyo. Forse la vera colpa del regista è stata quella di aprirsi una volta per tutte e definitivamente al popolare, giocando in maniera aperta con generi di massa per il pubblico nipponico e senza dunque chiudersi nella torre d’avorio dell’intellettuale, distante dal volgo e quindi puro, in una visione distorta per quanto diffusa. La stessa accusa, e non è un caso, colpì anni fa anche Takashi Miike. Poco importa che entrambi i registi abbiano mantenuto con presa ferrea e salda i propri punti fermi poetici, tanto nel racconto quanto nella tessitura dell’immagine. L’auteur non ha diritto di far parte della massa, pena la scomunica. A rincarare la dose, per quel che concerne The Forest of Love, è stata poi la scelta di farsi produrre da Netflix. In questo senso è davvero doloroso che un film come quello portato a termine da Sono non sia stato possibile vederlo e apprezzarlo sul grande schermo, dove meritava di approdare – e per qualità e per ambizione del racconto –, ma allo stesso tempo appare quasi sorprendente come sia stato concesso un registro emotivo ed espressivo così schizofrenico, folle, iperviolento e dolente nel medesimo istante, da parte di una piattaforma che non ama di certo l’eversione, né finora è sembrata spingersi volentieri fuori dai tracciati dell’immagine predefinita, e dominante. Sion Sono al contrario ricerca in continuazione lo scarto, la demistificazione della logica imperante. Il suo cinema è ossessionato da figure ricorrenti: liceali suicide in tenuta d’ordinanza, raptus omicidi che arrivano ben oltre il vilipendio di cadavere, gesti di insubordinazione continui, uno sguardo disilluso su una società iperattiva e malata, malsana, chiusa a doppia mandata in famiglie catatoniche, ottuse e nonostante tutto dittatoriali. L’asfissia è l’unica via di fuga. Il suicidio una liberazione inutile, e dunque passibile di derisione.

È a suo modo quasi incredibile che Sono sia divenuto – almeno per un lustro – un oggetto del desiderio cinefilo: forse si è scambiata la sua tensione all’atto, da raccontare e da mostrare perché non esiste reticenza possibile per lo sguardo, per vitalità, quando invece l’incedere dei suoi film è sempre catacombale. Sempre, anche quando poi l’ennesimo scarto fa vibrare delle corde di dolcezza inusitate, inattese, forse persino impossibili (si pensi all’indimenticabile finale di Love Exposure, per esempio). Misantropia e pop non sono elementi accomunabili, e Sono è sempre stato un fiero misantropo, per quanto incline alla delicatezza dell’animo, e alla ricerca disperata di una purezza irrintracciabile. “Era pura secondo te?” chiede Joe Murata a Shin, parlando di Mitsuko, ma la risposta dell’altro uomo è inequivocabile: “Non c’era neanche un grammo di purezza in lei”. “Io sono più puro, non trovi?”, rincara la dose Murata. Ma è impensabile muoversi in un territorio altro, come la purezza, per gli esseri umani. Forse può riuscirci il fantasma di Eiko, ma solo perché è lo spettro, l’ĭmāgo erotico-nostalgica di chi ha avuto la (s)ventura di sopravvivere, di andare avanti. C’è chi è sopravvissuto per scelta, come Mitsuko che ha deciso di non bere il sonnifero come le sue amiche (cadute poi dal tetto della scuola, in un’immagine che rievoca inevitabilmente il lancio collettivo nella metropolitana delle adolescenti in Suicide Club), e chi invece è sopravvissuto suo malgrado, come Taeko, che è caduta sì dal tetto ma per atterrare sul tettuccio di un’automobile, in uno schianto che l’ha lasciata per sempre sciancata. La sua cicatrice è così evidente che l’ha perfino tatuata – con il nome Romeo, il protagonista della pièce shakespeariana che avrebbe dovuto dirigere insieme alle sue compagne di classe. Che il tema fondante attorno al quale ruota l’intricata vicenda di The Forest of Love, che si articola addirittura su più livelli di flashback, sia quello della morte è evidente fin dalla primissima sequenza, quella in cui Joe Murata è seduto in un ristorante e sta guardando la televisione: al telegiornale un’inviata sta raccontando dell’ennesima vittima di un serial killer, che ama trucidare le proprie vittime nei boschi. Murata si rivolge al cameriere e dopo avergli confidato di essere uno sceneggiatore, gli chiede se sa cosa si prova a uccidere un uomo, suggerendo quindi che la sensazione dovrebbe essere simile a quella della perdita della verginità. “Non è niente di che, è finita prima di rendersene conto”.

Verginità. Omicidio. Cinema. La grande triade attorno alla quale spesso Sono si è trovato ad aggirarsi, cercando traiettorie inusuali per approcciare tanto la tematica adolescenziale quanto i turbamenti dell’assassinio, quanto infine il cinema come atto del ri-prendere, e dunque del recitare ma anche dell’uccidere. Il cinema attraversa in lungo e in largo anche The Forest of Love, visto che Shin viene convinto da Jay e Fukami a intraprendere con loro la via della regia, con l’obiettivo di essere selezionati al PIA Film Festival (il festival del cinema autoprodotto e indipendente di Tokyo che dal 1977 dà voce ai nomi più interessanti e meno allineati della Settima Arte: da qui sono passati tra gli altri Sōgo Ishii, Yoshimitsu Morita, Shunichi Nagasaki, Kiyoshi Kurosawa, Ryōsuke Hashiguchi, Naomi Kawase, Kazuyoshi Kumakiri e, ça va sans dire, lo stesso Sion Sono) per intraprendere da lì la carriera autoriale. Quando i tre si recano a casa di Taeko, con l’unico obiettivo di far perdere la verginità a Shin, il poster della recita scolastica di Romeo e Giulietta in versione saffica attira l’attenzione di Fukami e Jay, che vi leggono sia un riferimento a Barbarella di Roger Vadim sia uno stile non dissimile a quello di Shūji Terayama, nome di punta della controcultura nipponica. Quando poi i quattro – Taeko si è unita al bizzarro trio – vanno invece da Mitsuko, sempre con l’unico scopo di far sì che Shin “diventi un uomo”, è quest’ultima a essere ricondotta alla Nancy di Sid e Nancy. Infine, quando Murata dovrà cercare di ottenere un prestito per sovvenzionare il film (che è una sorta di rilettura romanzata delle gesta dello stesso Murata, interpretato però da Shin) cercherà di convincere il riluttante funzionario dicendo “Che ci creda o no io sono un regista come Kurosawa e Ōshima”, salvo poi saltargli al collo per pestarlo selvaggiamente. D’altro canto per Sono il cinema non serve a esorcizzare il reale, e neanche a documentarlo, ma semplicemente a far sì che accada. Nel cinema, spiega Jay, puoi fare tutto: “Nei film puoi raccontare qualsiasi cosa. Un bombardamento alla stazione di Tokyo. Scopare donne in giro per il mondo. Sparare con una mitragliatrice. È tutto legale. Nei film abbiamo libertà assoluta”.

La libertà assoluta di Murata e Shin, ben presto destinati a capitanare questa ghenga di sbandati, è quella di uccidere chiunque, senza sensi di colpa o eccezioni di sorta. E anche quella libertà passa attraverso il filmare, il fingere una vita mettendo in pratica però tutto ciò di cui si parla: e quando la videocamera non è più a disposizione, basterà fare il quadro cinematografico con le mani per continuare a far sì che le riprese vadano avanti. Il cinema come elemento assoluto, di ultra-vita, come era già in Why don’t You Play in Hell? d’altro canto. Il cinema non salva però, in questo caso. Così come non salva l’amore, al contrario rispetto a Love Exposure o Himizu. Resta solo l’ossessione, quella che in ogni caso spingerà Shin nel bosco. Shin in giapponese, a seconda della scrittura, può significare Nuovo (新), Vero (真), o persino Dio (神), e in questa ambiguità Sono immerge il personaggio. Lui è più vero del cinema, perché la sua missione/follia lo spinge in abissi che nell’immaginario vengono quasi sempre sfumati. È l’uomo nuovo, sociopatico e vergine. È Dio, perché dispone delle vite altrui con nonchalance, lo stesso atteggiamento con cui Sono attraversa i generi, fa parlare mélo e splatter, teen-movie e thriller, meta-cinema e ghigno sardonico. In molti hanno accusato il regista si aver affrontato l’avventura Netflix rifugiandosi nella propria alcova, al sicuro, ed è indubbio che The Forest of Love tracimi delle inquadrature già pensate per altri film, e di soluzioni narrative già affrontate. Ma questo bignami, che tale poi non è, serve a far accedere lo spettatore medio e dunque neutro della piattaforma in un antro di cui ignorava completamente l’esistenza, e dal quale forse non saprà mai più tirarsi fuori. Quel che è certo è che Sono torna con questo film alla complessità dell’ordito, alla costruzione raffinata e orgiastica a un tempo, per immergersi una volta di più nella miseria umana e cercare di trovare ancora il senso di un’esistenza grondante sangue, parricida e matricida oltre che suicida. “Dov’è diretta?”, chiede Murata alla donna che l’ha raccattato al bordo della strada, e che è sempre il fantasma di Eiko/Romeo. Go to Hell. Resta il teatro vuoto e inutile, palcoscenico di una vita che non c’è (più) e dove si rincorrono senza trovarsi le voci delle varie ragazze che si chiamano. Taeko! Mitsuko! Eiko! Sono si è ispirato a fatti realmente accaduti, per The Forest of Love, ma è il fatto di farli accadere davanti a una videocamera a renderli davvero reali.

Info
Il trailer di The Forest of Love.

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