Jane B. par Agnès V.

Jane B. par Agnès V.

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Speciale Senza il cinema. Con il cinema.
Ogni documentario sull’arte o su un artista, compresa se stessa, diventa occasione per Agnès Varda di costruire un discorso teorico sull’arte in tutte le sue declinazioni. Non può che essere così per la poliedrica Jane Birkin, oggetto di Jane B. par Agnès V., un dialogo tra le due artiste, un’esplorazione dei possibili modi di fare un biopic, e un confronto tra cinema e fotografia e pittura, tra immagini fisse e in movimento.

Variazioni per un biopic

Musa di Serge Gainsbourg, con cui ha interpretato lo scandaloso brano “Je t’aime … moi non plus”, attrice (Blow-Up), icona della moda (la Birkin Bag di Hermes), Jane Birkin accetta di farsi ritrarre in un film da Agnès Varda. Le due artiste discutono a lungo come realizzare quel documentario. Birkin vorrebbe essere vista come una persona qualunque e non come una star. La vita dell’artista, tra Londra e Parigi, passerà per un biopic immaginario tra pittura, fotografia e cinema. [sinossi]

Jane Birkin, con la sua immancabile Birkin Bag, raggiunge Agnès Varda in un bistrò parigino. Le due sono riprese come da una mdp nascosta, come una candid camera. La regista della Nouvelle Vague propone all’attrice e cantante inglese, ormai naturalizzata francese, di realizzare un documentario su di lei, come un omaggio per i suoi quarant’anni. Lei è inizialmente titubante perché, spiega, è riluttante nei confronti degli sguardi in camera per una sua sorta di pudore. Agnès a quel punto le mostra l’occhio della cinepresa e la invita a pensare a questo come a uno specchio. La regista dice che sua intenzione è filmare l’autoritratto di Jane come in uno specchio, dove può comparire anche lei stessa come persona o con la sua mdp. Lo specchio apparirà spesso nel film, anche con specchi deformanti, fino ad arrivare alla moltiplicazione e frammentazione dell’immagine di un wellesiano labirinto degli specchi, dove Jane è Arianna con il suo gomitolo seguita da un operatore con macchina a mano. Con gli specchi si palesano spesso le immagini delle cineprese, dell’occhio che sta guardando, a volte della troupe che gira. Jane non sarà mai sola nello specchio, ci sarà la camera che è parte di Agnès. Jane B. par Agnès V. si sviluppa così come un dialogo continuo, in libertà, tra due personalità artistiche complesse e poliedriche, ma anche un dialogo tra forme d’arte, un confronto tra cinema e fotografia e pittura, immagini in movimento e immagini fisse. Come in ogni suo documentario su un artista, Agnès Varda è interessata alla decostruzione delle forme d’arte, ivi compreso il cinema, la sua stessa via espressiva. Non a caso avrebbe concepito anche opere autoriflessive, come Les plages d’Agnès e Varda par Agnès.

Un film mostra 24 ritratti al secondo, spiega Agnès. E Jane B. par Agnès V. sarà incentrato sulla tensione tra fissità e movimento. La prima si esprime negli spettacolari e sensuali tableau vivant, riproducenti opere di Goya (La maja vestida) o Tiziano (la Venere di Urbino, con il corpo di Jane che è accarezzato sensualmente da una mdp sui fianchi fino ad arrivare al capezzolo), dove Jane è inserita; dalle immagini dei libri d’arte; dagli animali tassidermizzati che colleziona; dalle fotografie delle riviste patinate che la ritraggono o quelle della sua infanzia e storia di vita, che lei illustra, guardando in camera mentre scorrono alle sue spalle come diapositive. Il movimento è invece rappresentato dal cinema, come i film di Jane che fanno parte della sua storia, Non tutti ce l’hanno (The Knack …and How to Get It) di Richard Lester, e soprattutto Blow-Up, che suscitò scalpore per la sua apparizione a seno nudo. E poi gli spezzoni cinematografici reinventati con lei protagonista, reinterpretando Marilyn Monroe, Laurel di Laurel and Hardy, dove il secondo è impersonificato da Laura Betti, in uno sketch in una panetteria, in bianco e nero, con momenti slapstick come le torte in faccia. E poi la proteiforme Jane passa anche per le Jane del cinema, Calamity Jane, Jane di Tarzan fino a Giovanna d’Arco. La pulzella appare un ruolo significativo per Birkin, con le sue due heimat, inglese e francese, e per la quale naturalizzarsi in Francia è stato un processo lungo, non riuscendo a perdere l’accento britannico. La sua personificazione di Giovanna d’Arco parte da una scena a cavallo, in una trafficata piazza, sotto una statua delle medesima. Per finire con il rogo, giocato con il trucco delle fiamme in primo piano, di tanto cinema classico, da Dreyer a Metropolis. La parte finale nel magazzino dove si svolge il thriller diventa un labirinto intertestuale, in cui ogni porta conduce a un diverso mondo, a un tableau vivant, a un film.

Sospesa tra Londra e Parigi, la vita di Jane Birkin trapela in mezzo nel collage caleidoscopico che costituisce il film. Lei che è un’icona per la sua canzone “Je t’aime … moi non plus”, nella moda per la Birkin Bag di Hermes, la borsa dei lei ispirata diventata un oggetto di culto, e poi attrice e cantante anche di musical. E fondamentale anche il suo ruolo di musa per Serge Gainsbourg, per cui Varda la ritrae, coperta di ghirlande di fiori, come un quadro preraffaelita, a fianco di un’antica tomba, quella di Rousseau. Si diceva dell’amico tassidermista di Jane, cui porterà il suo gatto Mowgli quando sarà passato a miglior vita, per essere imbalsamato, fissato come una statua, oltre la morte. Nell’essere uccisa nel thriller, Jane afferma come sia eccitante morire in scena. L’unico ritratto possibile è quello mortuario, si chiede Varda, ricordando il volto di una ragazza sconosciuta, che si era suicidata buttandosi nella Senna, dal cui calco un artista aveva ricavato una scultura poi acquistata da Agnès. Un volto enigmatico, di una ragazza che si è tolta la vita, con un sorriso che sembra quello della Monna Lisa. Si tratta dell’immortalità, come quella evocata per Jane a causa della sua celebrità, che si raggiunge con l’arte, come fissazione, cristallizzazione della vita.

Nel corso di Jane B. par Agnès V. l’empatia tra le due artiste passerà per una serie di quegli sguardi in camera, rivolti evidentemente più alla regista che non all’obiettivo, che Jane inizialmente non amava. Agnès la riprende mentre cucina e piange in primo piano tagliando le cipolle. Un momento quotidiano, intimo di una celebrità che preferisce vestirsi in maniera casual e passeggiare a piedi nudi nel giardino di casa. E si arriverà in una tipica spiaggia, epifania della regista che interloquisce con Jane seduta su una sedia, con in mano un gabbiano imbalsamato, nella stessa posizione in cui coglierà Jacques Demy in Garage Demy (Jacquot de Nantes) e se stessa in Les plages d’Agnès. La vera essenza di Jane arriva al cadere di tutti gli orpelli e le sovrastrutture scenografiche. Dopo il tableau vivant che riproduce Visage paranoïaque di Dalì, che già si fonda sull’ambiguità dell’immagine, che cade, rivelandosi come una fragile scenografia, al soffiare del vento. E che porta Jane a esplorare il backstage del film, discettando del falso e dell’imitazione nell’arte. Jane B. par Agnès V. è un percorso che parte dalla realizzazione di un documentario biopic, che si tramuta in un film su come fare un documentario biopic, il ritratto di Jane Birkin, esplorando tutti i modi possibili, shakerando realtà e finzione, arte e vita.

Info
Jane B. par Agnès V., il trailer.

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