Stringi i denti e vai!

Stringi i denti e vai!

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Terzo e ultimo western della carriera di Richard Brooks (dopo L’ultima caccia e I professionisti) Stringi i denti e vai! descrive un mondo al crepuscolo, dominato dall’idea di denaro e di profitto ma ancora in grado – negli antieroi che il regista propone – di anelare a un orizzonte diverso. Splendide le interpretazioni di Gene Hackman, James Coburn, e Candice Bergen, tutti alla ricerca di una redenzione impossibile nel mondo del Capitale.

Non si uccidono così anche i cavalli?

Ai primi del Novecento (nel 1906) il giornale The Western Press organizza una corsa di resistenza a cavallo di settecento miglia nel Far West. Alla partenza, una decina di partecipanti, tra cui i due amici Sam Clayton e Luke Matthews, ex Rough Riders reduci della guerra ispano-americana, l’ex prostituta Miss Jones, un giovane ambizioso e arrogante, un vecchio e acciaccato cowboy, un gentiluomo britannico amante degli sport e un Messicano afflitto da mal di denti. [sinossi]

Nel corso della sua ultra-trentennale carriera Richard Brooks girò ventiquattro lungometraggi. Di questi soli tre sono riconducibili al western: si tratte de L’ultima caccia (1956), I professionisti (1966) e Stringi i denti e vai! (1975). Un western per decennio, un western ogni dieci anni, quasi si trattasse di un ritorno rituale, di una riappropriazione della storia statunitense vista di volta in volta con occhi nuovi, e messa in relazione a una realtà in perenne movimento. L’ultima caccia, che esce nelle sale nello iato tra la Guerra di Corea e l’invasione del Vietnam, è dei tre il titolo più apertamente utopico, per quanto sia rappresentata pienamente la mattanza degli innocenti (la metafora della guerra passa attraverso la caccia al bisonte, ma anche la dominazione subita dai nativi); I professionisti riflette, quasi ad anticipare il Sessantotto, sul concetto di Rivoluzione, e sul suo potere romantico prima ancora che reale; Stringi i denti e vai!, che esce quando ancora lo scandalo Watergate riecheggia nell’aria, è l’amara riflessione sul potere oramai inevitabilmente vittorioso del Capitale. Bite the Bullet tuona il titolo originale, e in effetti ai protagonisti del film non resta che stringere i denti per sperare di trionfare sugli altri e di vincere la folle corsa di resistenza a cavallo che li vede attraversare ben settecento miglia del Far West. Oltre millecento chilometri di paesaggi brulli, ma oramai già colonizzati, già civilizzati. In Bufalo Bill, la canzone del 1976 di Francesco De Gregori, un cinquantenne Will Cody si mette “sul ciglio di una strada a contemplare l’America | Diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo”. De Gregori si fece ispirare tra le altre cose da La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah, con l’immagine di Jason Robards schiacciato dalle ruote dell’automobile di Stella Stevens. Il moderno uccide lo spirito del Vecchio West, e non solo idealmente. Il moderno in Brooks è sempre riconducibile al Capitale, alla logica ferrea del profitto, all’impossibilità di trovare una propria libertà nei meccanismi della società e alla fine di precetti quali l’uguaglianza, il superamento della classe di appartenenza e via discorrendo. Figlio del New Deal rooseveltiano – Brooks era un classe 1912 – il regista guarda con amarezza un mondo selvaggio al crepuscolo, sostituito da un futuro irregimentato e ancora più brutale. La sfiducia nel sistema passa sempre, nel suo cinema, da una sfiducia nei mezzi di comunicazione di massa, e dunque non c’è da stupirsi se la trama di Stringi i denti e vai! si sviluppi partendo da un annuncio pubblicato da un giornale, il The Western Press. Gli uomini e le donne che si daranno battaglia – con qualche ricorso alla scorrettezza, ovviamente – per la vittoria del premio di 2000 $, paragonabili a quasi sessantamila dollari di oggi, lo faranno a uso e consumo dei lettori civili di un giornale, che ben si guarderebbero di saltare su una sella e affrontare l’arsura del deserto. Gli Stati Uniti del 1906 sono per Brooks già nel pieno della Società dello Spettacolo, in cui ogni fase del reale viene ricondotta a una sua rappresentazione spettacolare, e dunque non solo depotenziata ma serializzabile. Brooks nel creare questo avvenimento fittizio si rifece alla gara che nel 1908 organizzò il Denver Post tra il Wyoming e il Colorado.

Quando si pensa alle gare di resistenza nel cinema statunitense non si può non tornare con la mente a Non si uccidono così anche i cavalli di Sydney Pollack: ed è proprio sulla carcassa di un cavallo che irrompe in scena il Sam Clayton interpretato da Gene Hackman “protettore degli animali, delle vedove, dei bambini, e difensore delle cause perse” (per rubare le parole al suo sodale Luke Matthews, un magnifico James Coburn). I cavalli, come i difensori delle cause perse, sono inutili nella nuova America. Non è certo casuale che Clayton e Coburn siano stati insieme Rough Riders, volentieri in cavalleria nell’esercito statunitense durante la guerra ispano-americana in merito alla questione cubana: è proprio a quel conflitto armato che generalmente si fa riferimento per parlare della nascita dell’imperialismo statunitense. I nuovi Stati Uniti, oramai rigenerati dalla vittoria in guerra e distanti quarant’anni dal conflitto fratricida tra Nord e Sud, vedono nel Vecchio West una zavorra, e nei cowboy un ricordo utile per affondare radici, ma non per seguire un codice di comportamento. I cavalieri di Brooks non sembrano poi così distanti dalla rappresentazione spesso fatta dei samurai, abbandonati al loro destino dal Giappone dopo la Restaurazione Meiji del 1868. Ed è un racconto profondamente morale Stringi i denti e vai!. In poco più di due ore non si racconta solo l’estenuante corsa verso un traguardo monetario, ma anche l’incedere della stampa sensazionalistica, la crudeltà sempre più accentuata, il profondo razzismo di un Paese che si andava modernizzando solo nella sua funzione strettamente meccanica e tecnologica, ma perdendo di vista qualsiasi riferimento umanista, filosofico, concettuale. Brooks affronta questi temi in un rutilante film sportivo, che pure non perde mai di vista le dinamiche del genere (si pensi al personaggio interpretato da Candice Bergen, ex prostituta che partecipa alla gara con l’intenzione di far evadere l’uomo di cui è innamorata – salvo poi svelarne lo squallore maschile: destinata a passare alla storia la battuta che le fa la tenutaria di bordelli Rosie, che le presterà il denaro per partecipare alla corsa, quando Bergen obietta che per restituirle i soldi dovrà lavorare molto come prostituta “Fa molto meno male al sedere che settecento miglia sulla sella”) senza però scendervi a compromessi eccessivi.

È l’approccio al western di Brooks, naturalmente politico, in grado di ragionare sulla messinscena con grande acutezza, di lavorare i grandi spazi nel quale immergere personaggi sempre troppo piccoli per combattere realmente la natura (torna alla mente anche il finale nella bufera de L’ultima caccia, per esempio). Brooks non rinuncia ad alcuni mezzi espressivi retorici, quali il ralenti, ma lo fa con un vigore terragno insuperabile, e con una schietta lucidità morale, che fanno perdere all’escamotage qualsiasi retrogusto estetizzante. In questo senso il finale di Stringi i denti e vai! rappresenta indubbiamente uno degli apici della sua carriera registica, sia per il portato sentimentale di quello che accade in scena, che per quello strettamente politico – la rinuncia all’agone e all’egotismo a favore di una condivisione della sofferenza che valga tanto per gli umani quanto per gli animali –, ma anche per la raffinata costruzione del montaggio, e la capacità di utilizzare l’immagine per sottolineare un’idea, e non il contrario. Stringono i denti Clayton e Matthews, anche se sanno che pur vincendo perderanno, perché il Sistema li ha già catalogati, inscatolati e messi in naftalina. E quel termine (bite the bullet) acquista un suo valore anche strettamente narrativo, con il concorrente messicano che ricorre a quello stratagemma per chetare il mal di denti che lo affligge. Non ci sono più westerner come Matthews e Clayton, e non ci sono più registi come Richard Brooks. Ha vinto l’ottimismo, hanno perso i cavalli. E forse anche il cinema.

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Il trailer di Stringi i denti e vai!

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