La sparatoria

La sparatoria

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Il 1966 è un anno particolare per Monte Hellman, che dirige due western destinati a svolgere un ruolo non indifferente nella rilettura del genere tanto a Hollywood quanto nel resto del mondo: La sparatoria e Le colline blu. La sparatoria, che esce in sala nel mese di giugno, è un western che flirta con il noir, con tanto di femme fatale che tiene in pugno un terzetto di maschi in un film di viaggio e inseguimento. Essenziale ma ricco di fascino, il film dimostra la grandezza poetica di Hellman, regista troppo in fretta dimenticato, e ancor più grave poco studiato.

Sulle tracce di Coigne

Il minatore ed ex cacciatore di taglie Willet Gashade torna al proprio accampamento, dove scopre dal racconto del suo giovane socio Coley che il fratello Coigne Gashade è fuggito dopo aver ucciso accidentalmente, poiché ubriaco, un uomo ed un bimbo. L’altro socio Leland, invece, è stato freddato da un misterioso avventore durante la notte precedente. Il giorno successivo giunge all’accampamento una giovane donna misteriosa, che si rifiuta di rivelare il proprio nome, e chiede ai due uomini di scortarla attraverso il deserto. Dopo un’iniziale riluttanza, Willet e Coley (convinti anche dall’abbondante somma che viene loro offerta) decidono di accettare la richiesta della ragazza… [sinossi]

Il prossimo 12 luglio Monte Hellman compirà ottantanove anni. È dal 2013 che non dirige – all’epoca si trattò di uno dei 70 corti commissionati dalla Mostra del Cinema di Venezia per festeggiare il proprio settantennale –, mentre il suo ultimo lungometraggio, il quattordicesimo in cinquant’anni, è Road to Nowhere, presentato senza il meritato trionfo critico e di pubblico sempre a Venezia, in concorso. Per quanto il suo sia stato un nome di culto, destinato a riapparire di volta in volta nei modi più impensati, come ad esempio quando lavorò come produttore esecutivo per Le iene, esordio alla regia di quel Quentin Tarantino che avrebbe contribuito a premiarlo proprio per Road to Nowhere con un inusuale Leone d’oro speciale per l’insieme dell’opera, non c’è dubbio che Hellman sia stato progressivamente dimenticato, e in ogni caso poco studiato, poco approfondito, assai poco ri-visto. Da un punto di vista archivistico e di curatela sono scarni gli omaggi ricevuti – in Italia viene in mente quello in nove film che gli dedicò la Cineteca di Bologna nell’ottobre del 2009, e più di recente i sei titoli proiettati nel gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma all’interno di Strade a doppia corsia, la rassegna curata da Elisa Battistini. In occasione della retrospettiva del 2009 la Cineteca di Bologna diede alle stampe il volume collettivo American Stranger. Il cinema di Monte Hellman, a cura di Michele Fadda: una delle rare occasioni di incontrare saggi critici su un nome inafferrabile, che ha partecipato alla demistificazione del western senza mai sposare le timbriche crepuscolari o lasciarsi andare alla sarabanda dello spaghetti-western – pur girando un titolo in Italia, Amore, piombo e furore nel 1978. Un nome che ha descritto la via da percorrere alla New Hollywood, quella “strada a doppia corsia”, nella dialettica estetico-narrativa, senza per questo far mai parte della New Hollywood, e che ha lavorato in più occasioni con il Dio dell’indipendenza Roger Corman senza accettare in maniera prona i suoi diktat espressivi. Monte Hellman è così inafferrabile che si è preferito lasciarlo in un cantuccio, dove sia possibile adorarlo senza però che la materia trattata risulti viva, vera e pulsante, e dunque a suo modo in ogni caso pericolosa. È un peccato certificare come la sua grandezza (perché è stato ed è uno dei nomi più luccicanti del cinema statunitense post-crisi degli studi) sarà apprezzata e riconosciuta solo dopo la sua eventuale dipartita, quando invece sarebbe stato possibile tributargli tutti gli onori in vita. Ma questa è una storia vecchia, destinata a ripetersi chissà quante altre volte ancora.

Si citava dianzi il nome di Roger Corman, ed è proprio a lui e alla sua factory che bisogna tornare con la mente se si vuole affrontare un titolo come La sparatoria, uno dei primi film a far appuntare su taccuini sdruciti il nome di Monte Hellman. Sono trascorsi cinquantacinque anni da quando Corman mise a disposizione di Hellman 150.000 dollari, che servivano alla realizzazione non di uno, ma bensì di due film dal costo pressoché paritario di 75.000 dollari cadauno. Quei due film, due western, sarebbero stati gemelli, al punto da essere realizzati quasi senza soluzione di continuità per poi raggiungere le sale uno dopo l’altro: i loro titoli originali sono Ride in the Whirlwind e The Shooting, che diventeranno in italiano Le colline blu e La sparatoria. Assunto su di loro l’onere della produzione esecutiva, Hellman e Jack Nicholson (in rampa di lancio come attore, ma con grandi ambizioni all’epoca anche nel campo della scrittura, e autore dello script de Le colline blu) vennero abbandonati al loro destino da Corman nello Utah, i cui paesaggi erano stati scelti come proscenio nel quale ambientare le vicende narrate. La sceneggiatura de La sparatoria viene firmata da Adrien Joyce, pseudonimo dietro il quale si cela in realtà la trentaduenne Carol Eastman – che in seguito scriverà Cinque pezzi facili per Bob Rafelson, Mannequin – Frammenti di una donna per Jerry Schatzberg e Due uomini e una dote per Mike Nichols –, e si caratterizza per la volontà ferrea i sposare ai cliché del western alcuni passaggi topici del noir americano. Con la necessità di asciugare il più possibile gli eventi in scena in modo da contenere i costi di produzione restando dunque nell’esiguo budget messo a disposizione da Corman (tanto per porre un metro di paragone sempre nel 1966 El Dorado di Howard Hawks venne prodotto con più di 4 milioni di dollari), Hellman e Joyce/Eastman costruirono l’intero impianto tanto sui pochi personaggi, quanto e soprattutto sulle psicologie che li animano.

Girando tutto intorno ad appena quattro personaggi, di cui tre uomini e una donna – il medesimo schema verrà ribadito in Strada a doppia corsia –, La sparatoria mette in scena un indagatore, il minatore e cacciatore di taglie Willet, un suo assistente, il poco brillante e sfortunato Coley, un antagonista, il crudele e laconico Billy, e una femme fatale, la donna senza nome da cui scaturisce l’intera narrazione. È infatti lei a chiedere – quasi costringendoli – a Willet e Coley di aiutarla nell’attraversamento del deserto, lasciando però cadere nel vuoto le legittime richieste sui reali motivi che la spingono ad affrontare una simile impresa. Squadernando in modo eclatante il concetto di wilderness, di superamento del confine, che è sempre stata la base portante del western, Hellman costruisce un film di viaggio privo di reale obiettivo geografico (sarà così, di nuovo, in Strada a doppia corsia), che si esaurisce – se così si vuol dire – nelle relazioni burrascose tra i personaggi. Il climax emotivo è sempre a un passo dal sopravvenire, ma come il paradosso di Zenone, sembra altrettanto impossibile raggiungerlo, come se nella sua negazione vivesse il mistero intrinseco del cinema di Hellman, la cui anti-spettacolarità è tutta nel racconto stesso, nell’amore per i personaggi, nella capacità innata di cogliere il senso intimo di un paesaggio e di trasformarlo senza forzature nella metafora della narrazione. Se la spoliazione è senza dubbio figlia delle contingenze economiche, Hellman ne fa comunque un attestato di virtù cinematografica, lavorando sul linguaggio con una finezza espressiva rara: lo testimonia ad esempio lo splendido racconto al passato che Coley fa a Willet, spiegando a lui – ma in realtà allo spettatore – l’origine di tutti i drammi che si svilupperanno di lì in poi. C’è apparentemente poco ne La sparatoria, ma in realtà la detection apparentemente spinta verso lo svelamento del reale motivo che spinge la donna ad assumere i due uomini, è solo un escamotage per costringere lo spettatore a interrogarsi sui desideri repressi, gli slanci disillusi e le potenzialità negate agli uomini in scena, che sono già guerrieri ma prima ancora operai, minatori, tesi all’estrema fatica.

Nella gara di sopravvivenza che è alla base, in un certo senso, di tutta l’epopea del Vecchio West, non c’è per Hellman spazio né per l’enfasi né per la retorica. C’è la brutalità, il disossare quotidiano la propria pelle per scoprire nuove abiezioni, la tensione a vagare nel nulla per trovare un senso al sé – che è poi quello che fa anche Edwards/Wayne in Sentieri selvaggi, a ben vedere –, lo schiacciare l’inerme con l’unico gusto di sentirsi ancora vivi, perché dominanti. Lo sguardo sardonico e già con riflessi infernali di Jack Nicholson racchiude in sé tutte queste derive, ma nel riflesso dello sguardo del sontuoso Warren Oates, interprete tra i più lucenti e incredibilmente dimenticati di quegli anni, è già esistita la stessa fiammella, ora stancata dalle intemperie degli anni. Non c’è un crepuscolo, per Hellman, perché il sole non tramonta mai davvero, non c’è spazio per il ristoro della notte, non c’è riposo possibile, sia esso mitico o crudelmente reale. Tutto è così eliso dalla sua concezione di finis (terrae o vitae che sia) che La sparatoria, sorta di Aspettando Godot del climax per eccellenza del genere, il duello, si risolve senza che allo spettatore venga svelato chi vive e chi muore in quell’agone terminale. Che senso ha d’altro canto saperlo? Quale verità aggiungerebbe? Hellman, che ha seguito i suoi personaggi dispersi nel nulla brullo del deserto, non ci dirà mai chi vive e chi muore, chi avrà diritto a continuare a vagare e chi verrà sepolto a mani nude, sasso per sasso, granello di sabbia per granello di sabbia. Quello è un lusso che può concedersi la grande industria, che vive della replica del medesimo scenario: per Hellman non esiste replica, ma solo la certezza della finitezza infinita del vivere, e del potere interminabile del cinema. Una lezione preziosissima, così preziosa che non ha scolari.

Info
La sparatoria, un trailer.

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