Bad Luck Banging or Loony Porn

Bad Luck Banging or Loony Porn

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Bad Luck Banging or Loony Porn è l’ennesima conferma non solo del talento di Radu Jude, tra le figure di spicco dell’eminente scena cinematografica rumena, ma anche della capacità del regista di lavorare sugli elementi della narrazione con uno sguardo sempre teso alla trattazione filosofica e teorica degli argomenti in scena, senza che questo aspetto faccia perdere forza allo sviluppo della storia. Qui l’occasione per riflettere sull’ipocrisia del mondo occidentale, sull’accettazione o meno morale di ciò che è visibile, è data da un escamotage della sinossi: una apprezzata e stimata professoressa viene messa alla berlina dopo che un video privato in cui ha dei rapporti sessuali con il suo compagno si diffonde in internet. Una follia brechtiana in concorso alla Berlinale.

Breve dizionario di aneddoti, segni e prodigi

Un video diventa virale. Mostra un uomo e una donna che si riprendono durante rapporto sessuale. La donna è, tuttavia, identificata. Peccato che sia un’insegnante e dovrebbe essere un modello. E questo, inoltre, in una società (post-socialista ma in definitiva qualsiasi) che si sta perdendo in un discorso sui social network come luogo dove viene censurata ogni impudicizia, con saputelli pseudopolitici, sciovinismo ipocrita e grottesche teorie cospirazioniste. Ognuno ha un’opinione. Il dibattito si trasforma in un tribunale – sul sesso consensuale, la pornografia e altro ancora. [sinossi]

Tra i molti motivi che fanno vivere con un senso di sperdimento e maggiore stanchezza il trasferimento sulle piattaforme online dei festival cinematografici in quest’epoca pandemica c’è anche la visione solitaria, che rischia di rendere ogni film niente più che un’esperienza solipsistica. La reazione della sala, nello svolgimento di una proiezione collettiva e dunque condivisa, permette di cogliere non solo la portata dell’opera – per quella spesso è sufficiente l’opera in sé – ma anche la sua capacità di infrangersi contro gli scogli del presente e del contemporaneo, e la relativa forza con cui ciò accade. Sarebbe stato bellissimo potersi imbattere in Bad Luck Banging or Loony Porn (il titolo originale rumeno è Babardeală cu bucluc sau porno balamuc) sugli schermi della Berlinale, al Berlinale Palast o al Cinemaxx, perché con ogni probabilità ciò avrebbe significato l’immersione in uno scontro culturale, nell’agone tra diversi significati dati al cinema. Ci sarebbero state qua e là ovazioni, e il film sarebbe stato applaudito con forza da un manipolo di resistenti, ma è probabile che si sarebbe andati incontro a molte defezioni, alla classica diaspora di chi abbandona la sala disgustato, e persino a qualche fischio più o meno convinto. Durante la visione casalinga, comodamente inghiottiti dal divano e con gli occhi tesi verso uno schermo inesorabilmente troppo piccolo, si può solo intuire lo schianto del nuovo film di Radu Jude su una massa spettatoriale, e sorge naturale il rimpianto. Basterebbe il fermo immagine su cui poi scorrono i titoli di coda per garantire un’eco lunga almeno per l’intera durata del festival, tra capannelli di persone ferme ai crocicchi o ai bar e pronte a rilanciarsi l’annosa domanda: “l’hai già visto Jude?”. Niente di tutto questo è stato possibile, ovviamente, e dunque resta solo Bad Luck Banging or Loony Porn come film, come oggetto prodotto nel campo dell’audiovisivo. Ed è già tantissimo. Radu Jude, forse solo diversamente, ma assai probabilmente più della stragrande maggioranza dei suoi colleghi sparsi per il globo, ha capito perfettamente non solo il senso della Berlinale 2021, ma dell’intera riflessione sul cinema, sull’immagine in movimento come veicolo di una dialettica. Il suo film, da un punto di vista drammaturgico racchiuso in un prologo, tre episodi, e un esodo, era già in pre-produzione prima che la pandemia da COVID-19 si spandesse in tutta Europa, chiudendo le nazioni e limitando in modo drastico la libertà di movimento dei cittadini. Se molti registi hanno affrontato il ritorno sul set fingendo che nulla fosse accaduto – e dunque lavorando sulle sceneggiature già chiuse prima dell’irruzione del virus nella vita quotidiana – Jude si è mosso in modo diametralmente opposto. Bad Luck Banging or Loony Porn non è un film sulla pandemia, ma è un film che vive nella pandemia. Esiste in un’epoca pandemica e non fa nulla per nasconderlo, pur eludendo con forza le trappole del cronachismo stucchevole e della retorica. La presenza in scena di personaggi che indossano la mascherina non è né sottolineato – a rimarcare un’aderenza col reale – né proteso a una metafora. È solo la rappresentazione di una contingenza storica, e diventa dunque elemento della messinscena perché tutto ciò che è visibile e dunque inquadrabile conforma lo sguardo, l’etica, la morale di un popolo.

Tra i pochi cineasti contemporanei che cercano con pervicacia il punto di connessione tra esigenze narrative e portata teorica e filosofica del costrutto, Radu Jude sta tracciando da anni (per quanto ne debba ancora compiere quarantaquattro) un diagramma scrupoloso della Romania, e per estensione diretta, dell’Europa. Un’analisi spietata, a volte tragica, a volte marxianamente ridotta in farsa. La dicotomia tragico/ridicolo sopravvive anche in Bad Luck Banging or Loony Porn, al punto da rappresentare l’ossatura principale di un discorso sulla morale e sull’ipocrisia di classe – dominante – che Jude affronta ricorrendo come sovente gli capita a riferimenti diretti. Le opere di Jude spesso più che una cinematografia di riferimento si muovono nel campo della bibliografia, del rimando accademico. Come altri cineasti della sempre sorprendente nuova onda rumena (si pensi a Corneliu Porumboiu, il nome che sembra più logico accostargli) Jude gioca con la lingua, la teoria, la filosofia. Elementi che gli servono a corroborare la sua tesi, quella di una nazione infetta da un virus ben più impattante e difficile da debellare del COVID, e da cui è impensabile proteggersi facendo ricorso alle mascherine o al gel per le mani. La Romania mostrata nel film è ancora vittima del fascismo, del socialismo reale, del consumismo, del capitalismo. Vittima sempre e soltanto di qualcosa che la domina, e a cui si asservisce senza battere ciglio. La libertà di pensiero, così come quella di azione – a partire dall’utilizzo del proprio corpo – è bandita, combattuta con forza e coriacea cocciutaggine. Può il cinema inserirsi in un contesto simile cercando di sollevare una dialettica fertile, perché oggettivamente rivoluzionaria? La risposta è l’eterna questione che insegue a mo’ di Diogene il regista rumeno, e gli esiti possono essere solo e soltanto molteplici: da qui la necessità di ricorrere a tre finali ipotetici, tra loro mai complementari.

Come tutte le speculazioni anche Bad Luck Banging or Loony Porn basa parte consistente del suo ragionamento già partendo dalla struttura. Si faceva riferimento in precedenza sulla presenza di un prologo, tre episodi, e un esodo, ma occorre entrare maggiormente nel dettaglio. Il film si apre sul filmato amatoriale di un rapporto sessuale consenziente tra un uomo e una donna: un filmino pornografico in tutto e per tutto simile a quelli che proliferano su siti come Pornhub. La prima dichiarazione cinematografica di Jude è dunque anti-cinematografica, perché se il pensiero si fa nella bocca e la visione si fa nell’occhio anche la bassissima qualità tecnica ed estetica di un amplesso è già cinema. Il primo episodio, dal titolo Strada a senso unico, riflette invece sulla propensione diffusa nel cinema d’autore contemporaneo (il cosiddetto arthouse, che Jude ha sottilmente combattuto nel corso del tempo, senza mai farsi aggrovigliare dalle sue reti) a utilizzare il proprio personaggio principale come veicolo per l’osservazione del territorio: la fenomenologia di Jude è quella di mostrare un percorso cittadino della donna – protagonista del video porno del prologo – in un eterno movimento che è anche attraversamento di uno spazio sociale oramai completamente dominato dall’esibizione di sé, dai SUV invadenti parcheggiati sulle strisce pedonali alla cartellonistica che rimanda alla perfezione del corpo, al body building, alle arti marziali, mentre per strada si incrociano limousine che solo una minoranza della popolazione può permettersi. Jude panoramica con lo sguardo impressionistico che potrebbe essere proprio di un turista, e in effetti la sua camera può essere scambiata per quella di un amateur – di nuovo – al punto che i cittadini di Bucarest guardano fisso in macchina e magari si aggiustano la mascherina fino a quel momento lasciata ad altezza mento, per paura di essere immortalati, e dunque colti in fallo. Di nuovo è la morale precostituita dell’immagine a essere l’elemento dominante, così come nell’ipocrita catalogazione della pornografia domestica. Il secondo episodio, o movimento qualora si intendesse Bad Luck Banging or Loony Porn alla stregua di una composizione musicale, si intitola Breve dizionario di aneddoti, segni e prodigi e in esso il regista passa in rassegna tutti i termini propri della sua speculazione, e attraverso i quali ritiene indispensabile leggere – e giudicare – la società rumena. Da “23 agosto”, il giorno in cui nel 1944 il re Michele I ruppe i rapporti con il nazionalsocialismo per cercare di entrare nell’orbita sovietica, a “Zen”, termine che permette a Jude di far sua la già citata prospettiva marxiana della storia come tragedia e come farsa: nel mezzo si passa per “Bambini” (“prigionieri politici dei genitori”), “Cultura”, “Rovina”, “Denti”, “Gesù”, “Ceaușescu”, “Pornografia”, “Politica”, e via discorrendo. Jude ricorre a immagini girate ad hoc, filmati reperibili online, repertorio d’archivio, mescolando il tutto e delineando la propria schedatura poetica e ancor più politica. L’immagine, che contiene al proprio interno già il motivo politico della sua esistenza, può essere utilizzata in modo più o meno appropriato, o consapevole. Se il primo episodio mostrava il rapporto tra Jude e i suoi contemporanei (i “colleghi” magari incrociati ai festival), il secondo capitolo muove in direzione della dialettica godardiana. Le due parti trovano compimento nel terzo episodio, Prassi e allusioni (sitcom). Qui viene inscenato, con evidente riferimento brechtiano, il processo sommario alla povera professoressa, nell’atrio del liceo in cui insegna. Alla mercé di un corpo genitoriale volgare, ipocrita, reazionario e appartenente alla crème de la crème della società bucarestana, il corpo del reato – che è il corpo della professoressa stessa, colpevole di attività indipendente e sessuale – viene nuovamente mostrato ed esposto al pubblico ludibrio (ma se nel primo caso l’immagine era oggettiva e a tutto schermo, qui riemerge dall’iPad di un genitore). Si svolge dunque il processo, e il film arriva a mettere in dialettica le due parti che si erano distinte in precedenza. Ma la tragedia è già farsa, e non si può che procedere verso una serie di interventi continuamente egoriferiti, che vivono di riflesso intellettuale solo perché possono affidarsi alle citazioni reperibili online, e da leggere scorrendo lo schermo del proprio smartphone. Il distanziamento sociale non è materia virale, è in atto da decenni, è strutturale nella società dei consumi e del Capitale – e lo era anche prima in quella fascista e nella Romania socialsita di Ceaușescu. Solo il cinema può ancora scardinare la prassi, in un mondo che ha trovato termini per tutto e tutti (nella sceneggiatura si fa riferimento al mansplaining, così come al nazi-femminismo, ecc.) ma li usa sempre in una forma dominante, che annulla la dialettica a favore di una assertività in nuce fascista – quel fascismo che riemerge tanto nell’antisemitismo di alcuni genitori, quanto nell’orgoglio di un generale o nell’accusa all’insegnante di aver fatto revisionismo storico nell’aver citato uno scrittore bolscevico – e oramai sdoganata da tutti i mezzi di comunicazione, a partire ovviamente dalla rete sociale. Jude, come il cinema stesso (per descrivere il suo senso nel secondo capitolo il regista fa riferimento al mito di Medusa, affrontabile solo attraverso il riflesso nello specchio), rifugge tale assertività e continua a credere nella rivoluzione dello sguardo, nella dialettica incessante, nella messa in dubbio dell’occhio e del cervello.

Lui, come gli autori che lo hanno educato e che “ringrazia” nei titoli di coda (Walter Benjamin, Ambrose Bierce, Bertolt Brecht, Pierre Bourdieu, I.L. Caragiale, Doru Căstăian, Paul Celan, Emil Cioran, Umberto Eco, Ion Ghica, Radu Gyr, Witold Gombrowicz, Johan Huizinga, Louis Kauffman, Milan Kundera, Siegfried Kracauer, Curzio Malaparte, André Malraux, Cilibi Moise, Petre Pandrea, Pascal Quignard, Jean-Paul Sartre, Cvetan Todorov, Sebastian Țoc, Virginia Woolf), sembra un relitto del passato. E lo è anche Emi, la splendida protagonista interpretata da Katia Pascariu: lo è in quanto donna che reclama il proprio diritto all’espressione di sé, e in quanto professoressa che non si accontenta del programma prestabilito a livello ministeriale, e dunque predigerito, pensato a uso e consumo di una società degli (ab)usi e dei consumi. Solo il cinema a queste figure reiette può ancora concedere il lusso di ribellarsi, trasformandosi in super eroine e massacrando a colpi di falli di gomma le bocche ripiene di sentenze, ovvietà e scemenze fascistoidi il consesso umano – c’è anche un prete a dir la sua sulla questione educativa dell’infanzia. Un atto di ribellione dell’immagine deflagrante e spassoso, acme di un’opera di rara brillantezza, ennesimo tassello indispensabile nella filmografia di un regista prezioso, e che meriterebbe ben altra attenzione mediatica. Ma se così fosse si vivrebbe in un’altra società, in un altro tempo, in un’altra immagine.

Info
Bad Luck Banging or Loony Porn, il trailer.
Bad Luck Banging or Loony Porn sul sito della Berlinale.

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