Petite maman

Petite maman

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Una storia all’apparenza piccolissima (una bimba che dopo la morte della nonna si trova a tu per tu con la madre a sua volta però ancora bambina) come quella di Petite maman permette a Céline Sciamma di dispiegare in modo chiaro e netto la propria poetica espressiva, tornando a ragionare su temi a lei cari ma anche dimostrando cosa significhi affrontare un set e una narrazione nel pieno di una pandemia. In concorso alla Berlinale.

La capanna nel bosco

Nelly, otto anni, ha appena perso la sua amata nonna e sta aiutando i suoi genitori a ripulire la casa d’infanzia di sua madre. Esplora la casa e i boschi circostanti dove sua madre, Marion, giocava e dove ha costruito la casa sull’albero di cui Nelly ha tanto sentito parlare. Un giorno sua madre se ne va all’improvviso. È allora che Nelly incontra una ragazza della sua età nei boschi, che sta costruendo una casa sull’albero. Il suo nome è Marion. [sinossi]

A un anno esatto dall’esplosione della pandemia legata alla proliferazione del COVID-19 non è stato abituale imbattersi in film che si ponessero l’interrogativo su cosa avesse davvero senso riprendere, e perché. In molti si sono lanciati armi in resta a osservare il quotidiano, perdendosi dietro una ricerca cronachistica, quasi che la documentazione in un’epoca di audiovisivi imperanti rischiasse in ogni caso di venire meno. Altri sono invece andati dritti per la loro strada, avvalendosi del fatto che i film su cui stavano lavorando erano lì a sedimentare da anni, e non era più possibile procrastinarli, o provare a rimetterci mano. In pochi invece hanno sentito l’urgenza di confrontarsi a più livelli con quanto stava accadendo fuori dalle finestre di casa: un confronto che necessariamente doveva mettere in crisi il sistema narrativo abituale, e con esso i modi di produzione canonici. Tra i film visti alla Berlinale 2021 rientra in questo novero esiguo senza dubbio il vincitore dell’edizione, lo stupefacente Bad Luck Banging or Loony Porn di Radu Jude, girato tra le strade di Bucarest nel mezzo della crisi sanitaria, e che proprio sui concetti di morale condivisa e dunque di collettività costruisce il proprio percorso semantico. Per quanto si tratti di film tra loro estremamente diversi viene naturale porre al fianco della folle operazione di Jude anche Petite maman, il quinto lungometraggio diretto da Céline Sciamma nell’arco di quattordici anni. Petite maman è stato portato a termine a due anni di distanza da Ritratto della giovane in fiamme, con cui la quarantaduenne cineasta francese (compirà 43 anni il prossimo novembre) ottenne il riconoscimento per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes. Non era mai accaduto che tra due film diretti da Sciamma intercorresse un lasso di tempo così breve, e non è con ogni probabilità casuale: per allestire la produzione di Petite maman, portare a termine le riprese e lavorare al montaggio non sembra occorrere molto tempo. Non ricerca orpelli, Sciamma, e si muove in direzione di un’asciuttezza tanto del racconto quanto della messa in scena che in ogni caso in nessun modo sembra depauperare l’opera. Anzi, semmai i riverberi che nascono da un semplice dissolvenza, o da un breve piano sequenza su una bambina che fa colazione, permettono di arricchire ulteriormente il testo, senza che l’essenza naturale del tutto venga in alcun modo svilita.

Posta, come tutti, in una condizione di clausura – che da materiale rischiava e rischia di trasformarsi in psicologica – Sciamma ha ragionato su ciò che potesse significare davvero nel 2020 “fare un film”. La sua risposta lega un aspetto puramente pratico a una speculazione assai più articolata. Quasi un’unica location, solo un pugno di personaggi, uno sviluppo narrativo ridotto al minimo (vi si tornerà tra poco): tutti modi pratici per aggirare le limitazioni poste dall’emergenza, e allo stesso tempo per ridurre al minimo il tempo da trascorrere sul set, in modo da cercare di schivare il rischio di infezioni durante le riprese. Ma allo stesso tempo uno sguardo che riesce ad attraversare il tempo e lo spazio, ricostruendolo e spingendolo a muoversi ben al di là della sua realtà. La storia attorno alla quale si muove Petite maman è molto semplice: la nonna di una bimba di otto anni, Nelly, muore nella casa di riposo in cui si trovava. La bimba, insieme alla madre – figlia della defunta – e al padre, si trasferisce per qualche giorno nella casa di campagna a limitar di un boschetto dove la donna viveva e la madre di Nelly, Marion, ha passato la sua infanzia. Il giorno successivo al loro arrivo Marion si allontana dalla casa senza dire nulla a Nelly, preferendo rimanere sola con il proprio lutto da elaborare. Nelly allora va a giocare nel bosco, dove da piccola sua madre aveva costruito una capanna di legno e fogliame: in una radura incontra una sua coetanea, che sta proprio costruendo una capanna e si chiama, guarda caso, Marion. Nelly avrà dunque modo di passare delle giornate con sua madre, ma come sua coetanea. È sorprendente come lo sguardo di Sciamma abbia la capacità di muoversi attraverso lo spazio e il tempo senza mai dover ricorre al più piccolo artificio, tanto espressivo quanto narrativo. Il suo obiettivo d’altronde è quello di ragionare una volta di più su alcuni dei temi che rappresentano il cuore pulsante della sua poetica espressiva, a partire ovviamente dall’età infantile e dai suoi piccoli e grandi traumi.

Se non si può non pensare a Tomboy, la sua opera seconda, è anche necessario volgere lo sguardo a un film d’animazione di cui la regista fu “solo” sceneggiatrice, l’ottimo La mia vita da zucchina di Claude Barras: il rapporto con la morte, con la perdita e la necessità di ritrovarsi in uno spazio altro (nel film di Barras un orfanotrofio, qui la casa della nonna), riecheggiano con forza in Petite maman. Così è anche possibile rintracciare il tema dell’amicizia tra ragazze, per di più inter-generazionale se si considera che in realtà le due bambine – gemelle nella vita reale – sono madre e figlia, che già si faceva forte e compiuto tanto nel sorprendente esordio Naissance des pieuvres quanto nel successivo Bande de filles (malamente tradotto in Italia Diamante nero). Una volta di più Sciamma scende all’altezza della sua protagonista e prova l’ebrezza di guardare con i suoi occhi, e di credere alla sua fantasia: chiede lo stesso sforzo allo spettatore, conscia che verrà naturale soddisfare l’esigenza. Perché nella purezza dello sguardo di Sciamma, e nella precisione estrema di ogni sua scelta di campo e di quadro, si nasconde la dolorosa necessità di elaborare il lutto non della perdita, ma della vita stessa. Quel lutto infinito e quotidiano dal quale non c’è mai davvero scampo, ma che può trovare sollievo nella vita ri-vissuta, nel tempo ri-vissuto. Così le due case (quella dove vive Marion bambina e quella della nonna oramai vuota nel post-mortem) possono convivere nello stesso spazio senza alcuna forzatura, e senza doversi perdere in chissà quale spiegazione. C’è un luogo del cuore, oltre che del pensiero, in cui è protetto e si svolge il cinema di Sciamma, e quel luogo non potrà mai essere distrutto, né davvero abbandonato. Ulteriormente addolcito dalla splendida presenza in scena delle piccole Joséphine e Gabrielle Sanz, Petite maman è un oggetto prezioso, piccolo solo per necessità e in apparenza, in grado di squarciare con una luce potente anche la notte più nera, quella in cui l’ombra sul muro alla fine del letto sembra essere una pantera pronta a ghermire la preda.

Info
Petite maman sul sito della Berlinale.

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