A River Runs, Turns, Erases, Replaces

A River Runs, Turns, Erases, Replaces

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Presentato al Forum della Berlinale, e in concorso anche nell’imminente Cinéma du Réel, A River Runs, Turns, Erases, Replaces rappresenta un nuovo tassello del ritratto di Shengze Zhu della nuova Cina, del suo vertiginoso sviluppo e delle trasformazioni sociali, urbanistiche che questo comporta. Un film pervaso da un pathos per qualcosa che non c’è più, che coglie nella sua città natale, Wuhan, dove la pandemia ha contribuito all’eradicazione del passato e della memoria.

Le luci della città

Un ritratto degli spazi urbani lungo il fiume Yangtze nella città di Wuhan. Un palcoscenico collettivo dove ci sono persone che si esibiscono in vari modi: alcuni ballando, cantando, nuotando; a fianco a chi spala, salda, lavora con il martello pneumatico nei mille cantieri in corso. Un paesaggio in evoluzione che è drammaticamente alterato da macchine roboanti e infrastrutture in aumento. Dove le memorie sono sepolte. [sinossi]

Una strada deserta, ripresa da un’inquadratura fissa, da una telecamera di sorveglianza. Solo poche persone ci passano, forze dell’ordine, vigili urbani, fattorini e postini. Una fotografia del lockdown come abbiamo tristemente conosciuto anche nelle nostre città. Questa però è la scena madre, l’immagine primordiale nel luogo dove tutto è partito, la metropoli di Wuhan, capoluogo dello Hubei. La scena del lockdown apre il nuovo lavoro di Shengze Zhu A River Runs, Turns, Erases, Replaces (河流,奔跑着,倒映着 è il titolo cinese del film, una coproduzione USA-Cina), presentato al Forum della 71a Berlinale e in concorso anche nell’imminente Cinéma du Réel. La regista, cinese di Wuhan e residente a Chicago, vincitrice nel 2019 a Rotterdam con Present.Perfect., aggiunge un nuovo tassello al suo ritratto di un grande paese in continua e vertiginosa trasformazione, con il crescente inurbamento della popolazione che migra nelle città che diventano megalopoli di architetture high tech, con la cultura virtuale che sta prendendo piede come in tutto il mondo.

Dopo le immagini del lockdown il film prosegue con quelle di un grande assembramento, per usare ancora un’espressione diventata di moda, lungo il fiume. Si può facilmente comprendere che si tratta di immagini precedenti la pandemia. Shengze Zhu ha concepito il film prima dell’avvento del virus come ritratto della sua città, dove una nuova cultura urbana sta soppiantando quella preesistente. Wuhan è una città fluviale, trovandosi alla confluenza tra il fiume Han e lo Yangtze, il Fiume Azzurro il cui bacino, insieme con quello del Fiume Giallo, ha rappresentato la culla dell’antica civiltà cinese. Il primo ponte sulla grande massa d’acqua che lambisce Wuhan è stato realizzato nel 1957 ed è stato a lungo l’unico. Il secondo risale al 1995 mentre oggi si contano altri nove ponti tutti realizzati nel nuovo secolo, mentre anche una linea metropolitana passa sotto il letto del fiume. E ciò dà un’idea di come, e con che tempistica, si sia trasformata la città. Una volta, come racconta uno dei diari del film, ci si spostava da una riva all’altra prevalentemente in traghetto, comunque un mezzo non ancora abbandonato: nel film si vede un’imbarcazione che porta una grande chiatta dove sono parcheggiate le automobili che attraversano il fiume.

Vecchie palazzine diroccate si vedono nel film, macerie soffocate da opprimenti manufatti di cemento. Una visione della città parte dalla cornice delineata da grandi finestre spoglie di uno scheletro di edificio, come quel celebre sguardo sulla città di I ragazzi di Feng Kuei. È una città fluorescente la Wuhan moderna, accesa di notte da un’illuminazione colorata, cangiante come nel nuovo ponte, il Qingshan Yangtze River Bridge, l’ennesimo, e decorata dai fuochi d’artificio. Gli edifici vecchi, diroccati, si distinguono anche perché spenti, avulsi da quella nuova estetica rutilante della città. La gente si ammassa sulle sponde del fiume, nelle terrazze che vi si affacciano, grandi spazi di svago, o nuota nelle sue acque. L’ambiente fluviale comporta anche l’abitudine alle sue fisiologiche esondazioni, che sommergono una tipica pagoda – che spunta dall’acqua, unico esempio di edificio tradizionale nel film –, che allagano il territorio dove, nei sobborghi della città, si trovano anche bufali d’acqua. Fa parte dei contrasti di una realtà in continua trasformazione, dove i campi di cavoli hanno sullo sfondo un paesaggio di gru, dove tra un cantiere e l’altro permangono balere per anziani o i ritratti di Mao.

Shengze Zhu usa un linguaggio da cinema muto, nessun dialogo, dove il flusso di immagini si accompagna ai suoni della città, quello martellante dei cantieri. Come una musica della città è la canzone sui titoli di coda dei SMZB, la prima band punk di Wuhan dal 1996. Coerenti con l’estetica del muto sono le didascalie di brani di diari e lettere rivolti ai cari estinti per la pandemia, non letti da voci off ma semplicemente scritti sullo schermo. Chi si rivolge alla nonna, chi, ormai andato a vivere altrove come la regista, al padre, chi rimpiange di non aver potuto tornare per le festività, chi di non essere riuscito a porgere l’estremo saluto in ospedale. La pandemia ha rappresentato una pietra tombale di un mondo già al capolinea, di un mondo che non c’è più, fatto di zuppe di fagiolini, di orate di Wuchang, di partite di mahjong. I paesi del Sudest asiatico non conoscono il concetto di tutela degli edifici storici, non si fanno problemi a cancellarli in nome di un continuo rinnovamento urbanistico, non rientra nella loro concezione filosofica che preferisce assecondare il tempo piuttosto che cercare di fissarlo. Il fiume non dimentica, come si dice nel film da un lato. Ma il fiume continua a scorrere seguendo il suo corso in modo irreversibile come la vita, come il fluire del tempo.

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La scheda di A River Runs, Turns, Erases, Replaces sul sito della Berlinale.

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