King Kong

King Kong

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Primo remake del classico film del 1933, King Kong è un kolossal fantascientifico declinato al filone catastrofico, risultato di una contesa per i diritti che ha visto trionfare Dino De Laurentiis, che ha affidato la regia al britannico John Guillermin. Banco di prova per gli effetti speciali animatronici di Carlo Rambaldi, con risultati discutibili, mentre la sceneggiatura è ben attenta a contestualizzare la storia originale, dall’America della Grande Depressione a quella della crisi energetica e del Watergate degli anni Settanta.

Gorilla gigante nella nebbia

Il paleontologo Jack Prescott si imbarca clandestinamente su una nave diretta verso un’isola misteriosa nell’Oceano Indiano, per una spedizione di ricerca di giacimenti petroliferi. Durante il viaggio l’equipaggio salva una ragazza, Dwan, scampata a un naufragio. La spedizione approda all’isola, dove ci sono degli indigeni intenti in riti sacrificali. Di notte gli indigeni rapiscono Dwan per offrirla alla loro divinità, un gigantesco gorilla. Kong si mostra premuroso nei confronti della ragazza. Il mostro viene catturato e trasportato a New York per essere esibito come attrazione. Ma lo scimmione si libera e fugge seminando il panico nella città. Cattura Dwan e la porta sulle torri del World Trade Center, dove sarà abbattuto da degli elicotteri. [sinossi]

«E mo’ sta a Los Angeles» cantava Renzo Arbore nella sua Ballad for Dino, dedicata al grande produttore italiano che approdò a Hollywood. Tra le attività di Dino De Laurentiis in terra americana, ci fu la pratica del remake di grandi classici di un immaginario di celluloide, come avrebbe fatto anche con Flash Gordon, oltre a dare nuova linfa a un bestiario di mostri a seguito de Lo squalo di Spielberg, poi proseguito con L’orca assassina, e a inserirsi nel rinato genere catastrofico, per cui avrebbe prodotto anche Uragano, un altro remake. Frutto di queste tendenze è il primo rifacimento del King Kong del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack per la RKO, di cui De Laurentiis riuscì ad aggiudicarsi i diritti dopo una grande contesa. Del gigantesco gorilla erano stati fatti fino a quel momento un sequel, Il figlio di King Kong, e alcuni adattamenti giapponesi di Ishirō Honda. La scelta del regista de L’inferno di cristallo appare funzionale alla parte di disaster movie finale, quando il gorillone mette a soqquadro New York. Sembra che a John Guillermin De Laurentiis sia arrivato dopo una serie di rifiuti eccellenti (Steven Spielberg, Milos Forman, Roman Polanski e Sydney Pollack). Il regista britannico apparteneva alla generazione dei cineasti del dopoguerra come i registi di James Bond (Terence Young, Guy Hamilton, Lewis Gilbert, Peter Hunt) e aveva servito durante il conflitto nella Royal Air Force (curiosa analogia con Merian C. Cooper che era aviatore e aveva combattuto nella Prima guerra mondiale). Aveva poi un background, già nel periodo inglese, di film esotici, come alcuni Tarzan, e di ambientazione coloniale come Cannoni a Batasi.

Rispetto alla successiva operazione di Peter Jackson, che avrebbe ricreato l’atmosfera vintage degli anni Trenta dell’originale, la versione del 1976 si configura come modernista, tutta tesa ad attualizzare nel contemporaneo la storia e con continui riferimenti al mondo dell’epoca. Significativo il passaggio dalle guglie art déco dell’Empire State Building, come vetta su cui si arrampica la creatura prima di essere abbattuta, con i parallelepipedi squadrati svettanti delle Torri Gemelle, simbolo del New Formalism e di sfida architettonica, all’epoca i grattacieli più alti al mondo soppiantando proprio l’Empire State Building. Il King Kong di Guillermin ha inaugurato questi grattacieli, terminati pochi anni prima, e ne ha voluto rappresentare l’equivalente cinematografico in chiave di kolossal dagli effetti speciali all’avanguardia, architettati da Carlo Rambaldi. L’animatronica avrebbe dovuto all’epoca soppiantare lo stop motion nell’ottica di effetti speciali oggettivi nella ripresa di qualcosa di reale. Tuttavia il risultato in King Kong è assai discutibile. Il ruolo vero di Rambaldi, che pure vinse l’Oscar per il film, è stato poi ridimensionato (si vedano in tal senso le nostre interviste ad Alexandre Poncet e a John Landis). L’animatronica mostra il suo limite nell’innaturale lentezza per esempio dei movimenti della mano di Kong, e si deve ricorrere comunque a sovrapposizioni ottiche decisamente mediocri. La scena in cui lo scimmione cattura la ragazza con la mano infilata nell’appartamento, mentre il suo volto spunta alla finestra, sfiora il ridicolo. Ricorda la scena del gatto con la casa di bambole di Radiazioni BX: distruzione uomo (The Incredible Shrinking Man), un film degli anni Cinquanta. Infine non è più stato possibile creare il mondo perduto con tutta la sua fauna preistorica, sarebbe stato ulteriormente troppo costoso. Per cui l’unico altro mostro è un enorme serpentone, pure realizzato male.

Nell’attualizzazione il film sembra comunque tenere dei punti di riferimento con il predecessore del 1933, come a demarcarne l’origine. L’Empire State Building appare prepotente nelle prime vedute di New York, e viene citato in una battuta metacinematografica ironica della terrorizzata Dwan, afferrata dal bestione, che gli urla del dramma di essere salita da bambina su quel grattacelo. Le prime immagini che testimoniano la presenza dell’isola risalgono al 1943, ancora in un’epoca vintage. Il déjà-vu che la creatura prova vedendo le Torri Gemelle, che gli ricordano le vette del suo habitat, è lo stesso che lo spettatore prova con il primo King Kong che rappresentava un mito dell’infanzia per molti americani, e non solo, dell’epoca.

L’America della Grande Depressione del primo King Kong è sostituta da quella della crisi energetica. Significativamente la spedizione all’isola misteriosa non è più compiuta da una troupe cinematografica, ma da affaristi petroliferi in cerca di giacimenti di oro nero. Rimarranno delusi: quel mondo perduto, anche se non si vedono creature preistoriche, è ancestrale fino in fondo, e i giacimenti trovati richiederebbero ancora 10,000 anni per diventare la preziosa fonte energetica non rinnovabile. Quando Kong semina distruzione nella città, non manca di devastare una centrale elettrica con i suoi tralicci, un qualcosa di molto prezioso. Unico retaggio rimasto del mondo del cinema è Dwan, l’attricetta ripescata in mare che avrebbe dovuto girare un film a Hong Kong, nell’epoca in cui impazzava ancora il mito di Bruce Lee. Diventerà come una star del cinema proprio nello spettacolo con Kong. Interpretata da una conturbante Jessica Lange al suo esordio, richiama un’estetica femminile di celluloide alla Marilyn. Incarna quell’erotismo di cui già palpitava il primo film. Rispetto a Fay Wrai della prima pellicola, diva patinata, potremmo riprendere la famosa distinzione di Hitchcock tra le donne come Brigitte Bardot o la stessa Marilyn e Grace Kelly: la prima ha il sesso stampato in faccia mentre nella seconda l’erotismo è qualcosa di più sofisticato che si manifesta di sorpresa. Quando Dwan viene salvata in mare, cita il film Gola profonda, che non voleva vedere mentre lo proiettavano sullo yacht poi naufragato, il celebre film hardcore che fornì anche l’espressione per indicare la fonte anonima dei segreti dello scandalo Watergate. Ancora una contestualizzazione temporale esibita ma anche una caratterizzazione già perversa del personaggio. Sua controparte è il paleontologo ecologista interpretato da un Jeff Bridges hippie, che recita con una perenne bocca spalancata di stupore, unica espressione in assenza del cappello di Clint Eastwood.

Il King Kong di Guillermin è figlio della sua epoca anche in virtù della concezione anticapitalista e ambientalista di cui è permeato. Si fa spesso riferimento ai conquistadores nei dialoghi, di cui gli avidi imprenditori petroliferi rappresentano il corrispettivo, nell’espoliazione dei beni naturali, e culturali, sottratti agli indigeni che, quando capiscono che la loro divinità verrà catturata e portata via, si inchinano per l’ultimo atto di devozione. Lo scimmione viene trasportato da una grande nave, stipato in una stiva in un’immagine che ricorda lo stoccaggio degli schiavi nelle navi dei negrieri. Lo strapotere dell’industria petrolifera, delle sette sorelle, rappresentato dal logo a stelle e strisce dell’immaginaria società Petrox, viene ridicolizzato nel pacchiano involucro a forma di distributore di benzina, in cui è imprigionato Kong per l’esibizione. Il cinismo del potere politico trionfa nella figura del sindaco che si fa fotografare davanti al trofeo della bestia abbattuta, che non ha cercato di far catturare viva nonostante le promesse. L’equivalente dell’ipocrita Presidente di 1997: fuga da New York, altro film dove la città viene messa a ferro e fuoco.

Il cadavere di Kong rimarrà a fare mostra di sé in una New York spettrale, tra le macerie del capitalismo in Ciao maschio di Ferreri, ma verrà resuscitato in King Kong 2, film di dieci anni successivo degli stessi autori, mentre la progenie della bestia farà capolino in un franchise cinematografico tutt’ora in corso.

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Il trailer di King Kong.

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