Il genocidio invisibile – Le infinite miserie del cinema romano

Il genocidio invisibile – Le infinite miserie del cinema romano

Dopo quasi quarant’anni l’Azzurro Scipioni, il cinema creato e gestito da Silvano Agosti, chiude i battenti. Colpa della pandemia, certo, ma anche e soprattutto il risultato concreto di una gestione cittadina che ha frustrato e ostacolato nel corso dei decenni l’attività dal basso, limitando la socialità, la diffusione della cultura, la riappropriazione degli spazi. Roma è una città di cinema fantasma, morti e disseminati come un camposanto esteso a perdita d’occhio. Nel 2021 la Capitale tornerà al voto per eleggere i propri amministratori, ma sembra utopia pensare che possa cambiare l’orizzonte culturale.

Roma è il comune più popoloso d’Italia, nonché il terzo dell’Unione europea (dopo Berlino e Madrid). Con i suoi 1287,36 km² è anche il più esteso d’Italia e la quinta città più estesa d’Europa – la sopravanzano solo Mosca, Istanbul, Londra e San Pietroburgo. È la città più estesa dell’Unione Europea. Si tratta anche del comune europeo con la maggiore superficie di aree verdi. Era, ma non è più, la “città dei cinema” insieme a Parigi.
Quando nel 2000 il Filmstudio riaprì, nella sede storica in via degli Orti d’Alibert (una traversa di via della Lungara a Trastevere, a due passi dal carcere di Regina Coeli e dalla Casa Internazionale delle Donne), a Roma si respirava un’aria di piccola rinascita culturale. Forse, a posteriori, più una restaurazione coatta che una reale rinascita, ma tant’è. Le istituzioni erano ovviamente tutte presenti, a glorificare la restituzione di uno spazio culturale alla collettività. Il Filmstudio non era stato solo il primo film-club di Roma, ma di tutta Italia: aperto nel 1967, aveva ospitato vere e proprie stagioni di lotta, facendo da apripista per una realtà sociale che si sarebbe cosparsa, a mo’ di vaiolo, delle macchie di una resistenza cinematografica a oltranza. La pellicola come punto di difesa del territorio, di riappropriazione da parte della società “civile” di spazi chiusi e dunque asfittici. Quando il Filmstudio riaprì era già l’epoca delle vhs (anzi, iniziavano a circolare anche i primi dvd), e il nastro magnetico si era sostituito in gran parte alle pellicole: lo spazio trasteverino proiettava un po’ le une e un po’ le altre, senza troppe distinzioni. Era l’anno del Giubileo, Roma veniva dal decennio a guida del centrosinistra dopo l’ottennale bianco-scudato (Nicola Signorello, Pietro Giubilo) e il fallimento socialista di Carraro, cui fece seguito il commissariamento della città.
Per quanto esperienze storiche come quelle del Politecnico di via Tiepolo, de l’Offina in via Benaco, del Tevere in via Pompeo Magno, del Georges Sadoul in via Garibaldi, delle esperienze cinefile in via del Mattonato (dapprima L’Occhio, l’Orecchio, la Bocca e quindi il Misfits) e del Cinecircolo Rosa Luxemburg a Ostia Lido fossero oramai un ricordo del passato, a un passo dal nuovo millennio Roma pullulava ancora di cineclub: c’era lo storico Grauco in via Perugia al Pigneto, aveva riaperto lo Spazio Comune (già C.O.C.P. – Centro Ostiense di Cultura Proletaria) in via Ostiense, e così anche Kaos alla Garbatella. Negli anni Novanta erano nati il Detour in via Urbana, e La Camera Verde in via Miani. C’erano poi tutte le sale “cinema” dei centri sociali, occupati o autogestiti che fossero: il Casale del Podere Rosa, il Forte Prenestino, il Villaggio Globale. Al posto del Tevere a Prati c’era da una ventina d’anni il Labirinto, e sempre nello stesso quartiere, a settecento metri di distanza, Silvano Agosti portava avanti l’Azzurro Scipioni, che aveva aperto nel 1983 per rispondere alla mancanza d’interesse degli esercenti – anche i cosiddetti indipendenti – nei confronti de Il pianeta azzurro di Franco Piavoli.

Alcuni hanno scritto, non senza un fondo di verità, che l’immagine rimbalzata di social in social, e perfino su qualche pagina stampa, con la dismissione dell’insegna dell’Azzurro Scipioni, racchiudesse il senso della fine di un’epoca. Vero solo in parte. Senza dubbio si tratta di un evento traumatico, una realtà che da poco meno di quarant’anni proponeva regolarmente grandi classici d’autore in pellicola – oltre a qualche altra proiezione più contemporanea – che chiude per sempre, riducendo ulteriormente quell’area che per necessità o per vocazione non si è mai rassegnata a conformarsi all’egemonia, preferendo muoversi in modo personale, a tratti quasi nell’ombra, atmosfera in ogni caso consona a una sala cinematografica. Non è però così corretto parlare oggi di fine di un’epoca. Sarebbe stato necessario farlo una ventina di anni fa, quando era stata già tradita l’esperienza dell’Estate Romana, che sotto il controllo di Renato Nicolini aveva risvegliato il torpore atavico capitolino ricordando anche a chi non fosse nato nel Centro che quella città gli apparteneva, e aveva tutti i diritti di rivendicarlo. L’Estate Romana si era invece progressivamente trasformata solo nella mercificazione dell’arte, in una grande arena estiva in cui ritrovare i film persi in sala durante l’anno. Massenzio non più come costruttore e ricostruttore di immaginari ma come puro luogo dello svago, dello spaesamento, là dove la ricerca iniziale era stata al contrario quella dell’epicentro per poi diffondere il verbo in tutta l’urbe. La chiusura dell’Azzurro Scipioni arriva fin troppo tardi, a voler vedere le cose da un’ottica un po’ sarcastica. La si sarebbe potuta preconizzare già una decina di anni fa. Se Agosti ha resistito strenuamente non è perché la città gli abbia restituito lo sforzo fatto, ma solo per caparbietà. Per tenacia. Se alcuni spazi culturali della città ancora sopravvivono (si pensi all’Alphaville a Pigneto, all’Apollo 11 all’Esquilino, ai già citati Detour e La Camera Verde) è solo perché l’usura del tempo non li ha ancora corrosi fino in fondo. Quello che spaventa davvero è la rassegnazione con cui oramai la cittadinanza cinefila – che a Roma dovrebbe essere comunque corposa – accetta che gli spazi vengano progressivamente a mancare. Certo, non sarebbe stato possibile, causa assembramento in epoca pandemica, fare cordone davanti all’Azzurro Scipioni in questi giorni, ma dopotutto dov’era il popolo cinefilo quando chiuse il Labirinto nel 2007, o il Grauco nel 2010? Dov’era il popolo cinefilo quando il Filmstudio riaperto da neanche quindici anni richiuse nuovamente i battenti? Dov’era il popolo cinefilo quando le camionette della polizia hanno sgomberato il Cinema Palazzo a San Lorenzo, mentre il proprietario dello stabile “prometteva” (sarebbe meglio scrivere “minacciava”) «Diventerà un teatro. Vorremmo Sgarbi direttore»?

Roma era (ed è, ma solo da un punto di vista catastale) la città dei cinema: a guardare la mappa della città si può notare un vero e proprio cimitero di sale. Oltre centocinquanta sale chiuse, trasformate in bingo, ricreate come piscine o come supermercati, o direttamente demolite. Un’ecatombe silenziosa, di cui in pochi, troppo pochi, hanno parlato. L’Azzurro Scipioni è l’ultima vittima, per ora, del morbo che ha distrutto la vitalità culturale della città. Un morbo che nulla ha a che vedere con la malattia da Coronavirus che giustamente occupa oggi le prime pagine dei giornali e i titoli di testa di tutto il comparto dell’informazione, pubblica e privata. Un morbo che attanaglia le grandi città da anni. L’indifferenza. La totale, spaventosa indifferenza con cui viene vissuta la demolizione degli spazi sociali, delle aree di comunità, delle zone in cui la dialettica e la collettività hanno ancora un peso, un senso, dove si alimenta l’incontro attraverso l’arte, la cultura e la sua diffusione. Dopotutto, questa è la vulgata comune, se Agosti non era più in grado di sostenere le spese di gestione del suo cinema vorrà dire che la gente non ne sentiva il bisogno. La logica del profitto capitalista torna dunque a pretendere la sua lettura della realtà, e nessuna forza politica pare opporvisi con forza. Di certo non l’attuale giunta, che ha contribuito a impoverire l’offerta culturale della città, proseguendo con zelo il lavoro già intrapreso da sindaci precedenti. Da un lato l’idea dell’arte come perenne tappeto rosso, in cui si è mossa l’azione veltroniana, dall’altra l’assenza totale di idee in relazione all’arte. Nel mezzo? Una città che per un po’ ha malamente galleggiato e ora sta affondando, senza che nessuno si muova per mettere almeno in salvo le scialuppe. Ogni singola attività culturale partita dal “basso” è stata mortificata – si pensi agli ostacoli posti di fronte alle azioni di Baobab Experience, per uscire dal seminato del cinema –, messa in difficoltà, costretta nel tempo a perdere slancio. Un tempo, appena vent’anni fa o poco più (e fino a una decina di anni fa), la popolazione si riprendeva gli spazi occupando, aprendo luoghi chiusi di nuovo ai cittadini, ridando vita alle sale in disuso, trasformando campi di erbacce in orti metropolitani. Là dove l’azione dimostrava la sua utilità a volte – non sempre, ovviamente – l’amministrazione donava gli spazi in comodato d’uso, nei fatti legalizzando l’atto sovversivo. Cosa ne è stato di quella città? Morta, sepolta, spazzata via. La questione relativa agli occupanti del cinema America, che hanno vinto il bando di gara per l’assegnazione della sala Troisi (già noto come cinema Induno) che riaprirà non appena finirà l’emergenza legata al COVID-19, ha catalizzato l’attenzione di stampa e addetti ai lavori, nonché delle istituzioni, scalfendo però solo la superficie del problema. Perché altrimenti non ha senso pensare che sia giusto – com’è giusto – sostenere la voglia di spazi culturali di un gruppo di giovani ma non aiutare Silvano Agosti a difendere la creatura che ha fatto nascere nel 1983. Non ha senso che le istituzioni annuncino una nuova riapertura (l’ennesima) del Filmstudio quando nulla è stato fatto per salvare il Grauco. Quello che manca a Roma è una vera visione di politica culturale: quando nel maggio del 2018 Virginia Raggi organizzò l’incontro “Roma per il Cinema & il Cinema per Roma” alla Casa del Cinema – uno dei pochi spazi cinematografici istituzionali che hanno saputo rafforzarsi nel corso del tempo – nella cornice di Villa Borghese fu chiaro che quello che non c’era era proprio una visione prospettiva, un’idea reale. Un’idea che probabilmente aveva, e ha, Luca Bergamo (all’epoca e fino allo scorso gennaio assessore alle politiche culturali), senza però che siano state approfondite e chiarite nel corso degli anni.

Se le realtà militanti non fossero state fiaccate, stremate, combattute per l’unica colpa di non essere tassello politico giocabile nel campo elettorale (ci provò proprio Raggi, con la sua partecipazione a un incontro al Cinema Palazzo, che poi accettò di far sgomberare quando probabilmente capì che non le rimandava indietro nessun voto utile) Roma sarebbe sempre una città difficile, un po’ chiusa, ma avrebbe dei condotti d’aria in più, permetterebbe di respirare con maggiore agio. Oggi non si piange la chiusura dell’Azzurro Scipioni, ci si ricorda le decine e decine di chiusure, gli sgomberi, le aree demolite, quelle abbandonate a loro stesse. Ci si ricorda degli ex-mercati generali di via Ostiense, chiusi per lavori di ristrutturazione dal 2002 senza che abbia mai visto la luce il polo multidisciplinare che doveva sorgervi; ci si ricorda del cinema Apollo di via Cairoli, che dopo anni di abbandono sarebbe dovuto riaprire nel 2003 e ancora oggi non vi è traccia di recupero; ci si ricorda del Quirinale, in via Nazionale, trasformato nel centro convegni di Bankitalia; dell’Arlecchino su via Flaminia, divenuto un hotel; del cinema Maestoso, per il quale si combatte una guerra da quindici anni. Nel 2021 Roma, con una pandemia ancora da debellare, andrà al voto. Le candidature sono ancora incerte (Raggi, probabilmente, tenterà il secondo mandato; a destra la Lega preme per Bertolaso; il Partito Democratico non ha sciolto riserve, mentre qualcuno cavalca l’idea Giuseppe Conte; Carlo Calenda ha invece già dichiarato di partecipare all’agone elettorale, ma senza alleati non è un candidato credibile), ma appare evidente come la questione culturale non interessi a nessuno. Il primo marzo scorso Renato Nicolini avrebbe compiuto 79 anni. Il suo nome continua a essere quello più evocato, quando qualcuno si azzarda a parlare di politica e cinema a Roma, eppure tutti si guardano bene dal perseguire quella strada, ed è probabile che anche la prossima amministrazione, quale che sia, snobberà il cinema – tranne quello prodotto con tutti i crismi: è pur sempre la città di Cinecittà e del Mibac – chiudendo dunque le porte a un elemento di socialità, di collettività, di vita urbana, di condivisione degli spazi. Un tempo si urlava “Gettate via i libri, scendete per la strada!”. Ora che i libri sono stati gettati via prima ancora di leggerli, e che le strade sono state disoccupate da qualsiasi cosa che non sia la transumanza dello shopping, viene naturale gridare “riprendete gli spazi, occupate”. L’utopia è che ogni stamberga abbandonata o in disuso diventi un luogo di proiezione, aperto a tutti. Quando gli assembramenti saranno di nuovo possibili sarà l’unico modo per sopravvivere.

Info
Il sito dell’Azzurro Scipioni.

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