Pane e tulipani

Pane e tulipani

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Apice del cinema di Silvio Soldini, dei suoi ritratti femminili, della sua esplorazione di un’Italia ancora divisa tra Nord e Sud, Pane e tulipani è la storia di una fuga da una vita mediocre, dove l’approdo è una Venezia colorata, nel meraviglioso lavoro di Luca Bigazzi, popolata da piccola gente buffa e marginale.

Viaggio in Italia

Rosalba è una casalinga di Pescara in gita a Paestum con marito e due figli in una comitiva. Durante una sosta in autogrill, Rosalba si attarda alla toilette e il torpedone riparte senza di lei. La donna fa l’autostop e si ritrova a Venezia, dove non e mai stata. Decide di prendersi una vacanza dalla famiglia e dalla routine. Conosce un cameriere filosofo, Fernando, che le dà ospitalità, fa amicizia con la vicina di casa di lui, Grazia, massaggiatrice olistica, trova lavoro da un anziano fioraio anarchico e bisbetico, Fermo. Si crea un’eterogenea compagnia tra cui anche l’improbabile detective privato, Costantino, che il marito di Rosalba ha messo alle costole della moglie. Rosalba tornerà, si, a casa: ma per ripartire subito dopo per la sua nuova vita. [sinossi]

Nel 1992 il cinema italiano consegue un grande successo internazionale con Mediterraneo, Oscar come miglior film straniero, parte della cosiddetta “tetralogia della fuga di Gabriele Salvatores”. In quegli anni inizia la sua carriera un altro regista milanese, Silvio Soldini, che avrebbe sviluppato in modo assai più interessante e complesso il tema della fuga, rifuggendo da qualsiasi facile dimensione turistica, di esotismi radical chic. Con Pane e tulipani Soldini racconta una fuga, quella di una donna, Rosalba di Pescara, oppressa da una vita mediocre da casalinga, con un marito ottuso e oppressivo. Due treni persi la portano a quella deriva: il primo è involontario, quel torpedone della comitiva che riparte senza aspettarla, dopo che si è attardata in bagno, senza che nessuno, nemmeno marito e figli se ne accorgano, anzi il primo le farà una sceneggiata, colpevolizzandola, al telefono. Il secondo treno perso è quello che lei dovrebbe prendere alla stazione di Venezia per tornare subito, ma pure arriva quando è appena partito, neanche tanto inconsciamente.

Rosalba sa qual è la capitale dell’Islanda per i suoi ricordi scolastici: era brava in geografia. E Silvio Soldini conferma, dopo per esempio Le acrobate, il suo occhio geografico, la sua fotografia di un’Italia divisa tra Nord e Sud, di un paese dove le testimonianze storiche, le città – il film comincia a Paestum e finisce a Venezia, con parti ambientate a Pescara – sono come isole collegate, anche abbastanza facilmente, da gangli di autostrade e un tessuto connettivo di non luoghi, autogrill, parcheggi, centri commerciali, stazioni. La parte di road movie nel film è ancora una volta importante, così come la meta, una Venezia inedita, spesso notturna, quella delle piccole calli e dei campielli, di alberghetti squallidi, trattorie semplici, canali pieni di sporcizia e pantegane. I tulipani non provengono dall’Olanda come tutti credono, rimbrotta Fermo, l’anziano fioraio anarchico, bensì dalla Persia, tant’è che Le mille e una notte ne è pieno. La vera essenza delle cose e delle persone si colloca in una dimensione interiore, diversa dalle apparenze. Così la Venezia di Pane e tulipani non è mai una cartolina turistica. Piazza San Marco e il suo campanile li intravediamo solo nel riflesso degli occhiali di Rosalba, mentre li vede per la prima volta estasiata. Solo il suo volto, nessun controcampo, così come succederà con Costantino appena uscito dalla stazione, altrettanto inebriato da quella prima visione lagunare. La Persia dei tulipani, e la Cina difesa da Fernando per la sua ristorazione, nella sua trattoria che si chiama Marco Polo: Venezia, nel passato al centro di traffici mondiali, si tinge di colori orientali. Come Costantino colora la mappa della città, per segnare le zone dove ha cercato Rosalba, così Luca Bigazzi tinteggia la Serenissima di nuovi colori. Colori sui muri sono i poster di Rosalba con cui Costantino tappezza la città, alla sua ricerca. E Rosalba, altro meraviglioso ritratto femminile di Licia Maglietta, personaggio quanto mai solare, è anche lei colorata, già con il nome che comprende la rosa, e con i suoi vestiti dalle tinte accese, con decorazioni floreali.

La Venezia dei campielli è una sacca di resistenza rispetto all’omologazione del mondo moderno, rappresentato tra l’altro dal centro commerciale Auchan alla fine, tutto decorato di fiori, ma sono fiori stilizzati, finti. In questa Venezia nascosta trovano rifugio personaggi cosmopoliti, come l’anziano cameriere Fernando, il fiorista anarchico Fermo. E poi la stravagante massaggiatrice olistica Grazia, con il suo telefono dalla cornetta a forma di hot dog, e Adele, unico personaggio veneto autentico che porta i segni del male di quelle terre, il Petrolchimico, in cui lavora come operaia come il padre morto di cancro. E ancora il detective improvvisato e pasticcione Costantino, cocco di mamma che non ha mai visto Venezia, come la stessa Rosalba, e forse non è nemmeno mai uscito dal nido famigliare. Soldini sa impiegare al meglio alcuni attori all’epoca alle prime armi, come Giuseppe Battiston, cui affianca altri attori dell’ambiente teatrale milanese in piccoli ruoli: Fausto Russo Alesi, uno di quelli che dà un passaggio a Rosalba, e Massimiliano Speziani, il tour operator. E valorizza le arti comiche della cabarettista Marina Massironi. Aggiunge poi alcune vecchie glorie come Bruno Ganz e Felice Andreasi. La dimensione musicale, che accresce l’atmosfera circense e naif di quel gruppo, è affidata al sodale Giovanni Venosta, che appare in un ruolo cammeo, uno dei due musicisti dell’assurda balera kitsch, come anche Soldini stesso.

Non manca un taglio ironico con cui Soldini tratteggia l’italica società. Dal Cicerone che, davanti al Tempio di Cerere, decanta quel mix di cultura romana e greca che rappresenterebbe lo spirito ancestrale dell’Italia, salvo che, subito dopo, sul pullman, si organizza la classica vendita di pentole. All’incontro tra una donna del Sud quale Rosalba, che dice che si è sposata a 21 anni, con una del Nord che invece, alla stessa età, aveva fatto il secondo aborto a Copenaghen. C’è ironia anche sulle immagini digitali, all’epoca in espansione, con l’uso della macchina fotografica e della telecamera: fino a un certo punto ogni controcampo del marito, anche a distanza al telefono, è inquadrato nelle riprese del figlio. Ma Pane e tulipani è anche un delicatissimo e poetico dialogo tra due solitudini, tra due vite, quelle di Rosalba e Fernando. Rimanendo nel pudico: lei si copre quando lui entra nella stanza dove lei è a letto, nemmeno così discinta peraltro. Un dialogo che usa il linguaggio della composizione delle immagini, i fiori di lei e le colazioni, cibo povero ma artisticamente disposto, che le lascia lui. Un amore platonico che si concretizzerà nel finale, in quella festa con valzer nel campo, forse. Potrebbe essere ancora un sogno come quelle apparizioni a Rosalba dei suoi famigliari di Pescara.

Info
Pane e tulipani, trailer.

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