Ben-Hur

Ben-Hur

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Festa di cinema, trionfo della grandeur hollywoodiana anni Cinquanta, record di premi Oscar (ben 11) a lungo ineguagliato, Ben-Hur di William Wyler è un kolossal senza tempo che propone uno spettacolo semplice ed elementare, nutrito di stratificazioni facilmente allegoriche. Ma la sua portata di meraviglia resta intatta, testimone di un fare cinema ad oggi praticamente impossibile.

Amali, Padre, perché riuscivano a fare tutto questo

Nel 26 dopo Cristo, in Giudea il principe ebreo Ben-Hur entra in conflitto con il tribuno Messala, amico romano di un tempo. Messala chiede infatti a Ben-Hur di aiutarlo a sedare le rivolte della popolazione locale contro il potere di Roma, ma Ben-Hur si rifiuta. Di tutta risposta, al primo pretesto Ben-Hur, sua madre e sua sorella sono arrestati, e l’uomo è destinato come schiavo su una galea in mare. Dopo una battaglia navale Ben-Hur salva la vita al console romano Quinto Arrio, guadagnandosene la stima e l’affetto. Quinto Arrio dunque lo adotta e lo conduce a Roma con sé, dove Ben-Hur diventa campione delle corse con le quadrighe. Ma il suo intento è ritornare a casa, per rintracciare la madre e la sorella e vendicarsi di Messala. Intanto, Gesù Cristo inizia a diffondere il suo nuovo messaggio di amore e speranza… [sinossi]

La forza dirompente di Ben-Hur (William Wyler, 1959) può essere ben sintetizzata nel racconto degli spettatori che in quei tempi ne videro la comparsa nelle sale. Mio padre mi raccontava che, all’epoca bambino, si rinchiuse in un cinema parrocchiale a vederlo per due volte consecutive, restando sulla poltroncina praticamente per l’intera giornata mentre i suoi familiari non sapevano che fine avesse fatto. Lo ritrovarono verso sera e andò incontro a severi rimproveri. È un senso di stupore e meraviglia che si è perpetuato negli anni; nelle sue numerose riedizioni in sala, capitò anche a me, da piccolo, di essere accompagnato al cinema sempre da mio padre per vederlo. Tutto ciò si è conservato fino ai giorni nostri, quando ormai le riedizioni in sala sono più o meno sparite dai radar ma i passaggi televisivi (pasquali, soprattutto) si sono trasformati in un appuntamento fisso all’insegna della meraviglia. Adesso è più probabile che il diffuso commento sia «Guarda lì, con i mezzi del tempo, che cosa erano comunque capaci di realizzare». La meraviglia, da sincronica, si è tramutata in diacronica.

Le difficoltà di realizzazione hanno cambiato forma. Adesso le insidie sono perlopiù dislocate in sede di postproduzione. Moltiplicare le comparse, allestire set faraonici è diventato un problema di abilità informatica e digitale, che a sua volta propone proprie sfide e altri generi di laboriosità. Ma fare tutto questo in pellicola e in territori analogici significava innanzitutto un investimento in denaro senza precedenti, e non secondariamente la gestione di set che si trasformavano in veri e propri happening di massa. Alcune inquadrature, e intere sequenze, di Ben-Hur lasciano tuttora senza fiato. E quell’interrogativo si ripropone puntuale. Come sono riusciti a fare tutto questo? Al di là dell’organizzazione scientificamente industriale della macchina hollywoodiana, della volontà di investire capitali illimitati con la forza visionaria di chi vuole sperperare per un sogno, era necessaria anche una capacità di visione in massima parte attribuibile a metteur en scène dall’occhio espanso. Spesso Ben-Hur è stato considerato uno dei film meno personali, ancorché di stratosferico successo, nella carriera di William Wyler. Altrettanto spesso si è lamentato che davanti a un giocattolone mistico-enfatico di tal fatta entrasse in crisi la «politica degli autori», incapace di ricomprendere in uno sguardo personale un simile colosso offerto alle masse per l’intrattenimento, la meraviglia, e se vogliamo pure per l’indottrinamento di una quieta morale cristiana. Benché a nostro avviso la personalità di Wyler emerga con forza anche in questo contesto (alcuni tagli di inquadratura, la sapienza di messa in quadro, le geometrie, le prospettive, i reiterati effetti di doppia cornice interna al frame), sarebbe d’altra parte più che sufficiente la capacità di allestire un’opera simile a far saltare qualsiasi spartizione tra cinema alto e basso, tra autorialità e commercio, tra personalità e afflato popolare. Fare colossi è comunque lavoro di maestro, soprattutto «con i mezzi del tempo».

Prendersela con l’elementarità dell’intreccio, sia pure esteso fino ai 222 minuti di durata, sarebbe altrettanto assurdo. Sulle prime lo stesso Wyler rifiutò l’incarico di dirigere il film poiché riteneva che il soggetto e la sceneggiatura fossero di una banalità sconcertante. È molto probabile che tale consapevolezza fosse largamente diffusa durante la sua realizzazione. Ma lo scopo principale, come detto, era confezionare un’opera maestosa e fluviale che tenesse incollata la platea alle poltrone per quasi quattro ore. Spettacolo popolare, senza alcuna vergogna di esserlo e nella piena coscienza della propria funzione. In effetti, a fronte della sua durata smisurata, la sinossi di Ben-Hur può essere riassunta in poche righe. Oltretutto, l’innesco drammatico delle infinite peripezie del principe ebreo Giuda Ben-Hur è affidato a una semplice tegola smossa, foriera di immani sciagure per l’eroe e la sua famiglia. Sentimenti familiari, amicizia fraterna tradita, questioni di razza, Bene e Male spartiti con mano netta e bidimensionale (giusto qualche zona grigia nell’evoluzione manichea del protagonista, e anche nel suo rapporto di odio/amore con lo spietato Messala), avventura, spettacolo (audio)visivo, redenzione e perdono: il nucleo narrativo del film si racchiude tutto qui, tramite l’evocazione di sentimenti letteralmente elementari, buoni per un’immediata identificazione di massa. E, sopra ogni cosa, un sentimento cristiano semplificato nei suoi messaggi per giungere alle moltitudini, tramite un ben noto armamentario espressivo che tiene insieme una nutrita schiera di kolossal americani (spesso realizzati in parte sul Tevere, come Ben-Hur) apparsi tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. L’affettazione di Charlton Heston, diciamolo, spesso allontana l’empatia, ma non si può chiedere a un film di essere ciò che non vuole essere. Per riflessioni più problematiche è necessario rivolgersi altrove. Ben-Hur vuol meravigliare l’occhio, e per tale missione è assai agevole ridurre ai minimi termini il conflitto drammatico.

Sulle tre lunghe sequenze più celebri, la splendida coreografia audiovisiva degli schiavi costretti a remare sulla galea, la battaglia in mare e la corsa delle quadrighe, si è già detto tutto il possibile. Sono sequenze conosciutissime, pietre miliari della storia del cinema, dove la sfida alle possibilità del realizzabile (specie per la battaglia e per la corsa delle quadrighe) è condotta fino alle sue estreme conseguenze. Semmai, è da sottolineare che al di là del suo immediato effetto sul pubblico esse si propongono come sfida prometeica ai limiti dell’umano. È forse la cifra più pregnante di tutto il film, che non va meramente letto come prodotto finito e inzuppato di facili dinamiche di coinvolgimento, bensì come interrogazione sul “fare cinema” come atto di ardimento e coraggio. Benché Ben-Hur possa essere interpretato come prodotto preconfezionato e prevedibile, esso finisce per evocare una sorta di coincidenza tra fare cinema e vita. Spingere il limite del possibile ai confini delle umane facoltà, muovere masse e coordinarle in una visione d’insieme che spesso si risolve in compostissime inquadrature di perfetta geometria. Dare forma all’informe, canalizzare la vita scontrandosi con essa sul set, un minuto dopo l’altro del girato.

Nella sua sostanza allegorica Ben-Hur propone in realtà una lettura più stratificata di altri prodotti omologhi del tempo. Sulle orme del romanzo di Lew Wallace, il film sceglie di narrare gli albori del cristianesimo tramite le vicende di un principe ebreo caduto in disgrazia negli anni in cui Gesù Cristo diffonde il proprio messaggio tra discepoli e futuri fedeli. La vicenda di Giuda Ben-Hur è una sorta di Passione a stazioni, fatto di cadute ed enormi sofferenze fisiche, che trovano il proprio compimento e redenzione nell’adesione finale alla nuova fede del Messia. Non più vendetta, ma perdono – «Non vedo alcun nemico». Non più odio, ma amore. Non più conflitto, ma pace. Non più azione/reazione confinata nella dimensione della vita terrena, ma agire per il bene in nome della vita eterna. Certo non è un film per sionisti ortodossi e rigorosissimi, si potrebbe dire. A poco a poco Ben-Hur va incontro a una presa di coscienza cristiana che lo conduce ad abbandonare la “vecchia fede” ebraica in favore della lieta novella del Cristo. Parallelamente, sempre in un’ottica fortemente popolare, l’allegoria si espande anche verso altri territori. Fitti sono i riferimenti all’eterna diaspora del popolo ebraico, al razzismo nelle sue svariate forme, e il potere di Roma è narrato con la violenza e il crudele arbitrio del sopraffattore nazistoide. Nel 1959 la tragedia della shoah è ancora dietro la porta, lontana non più di un passo. Così come è intensa l’enfasi nel rapporto amicale tra l’ebreo Ben-Hur e l’arabo Ilderim, e al contempo Ben-Hur trova un rinnovato affetto paterno con il romano Quinto Arrio. Da un lato, è forte l’evocazione di un nuovo sentimento ecumenico di fratellanza e pace tra i popoli; dall’altro, Ben-Hur sceglie poi fieramente una propria strada verso il Cristo, rifiutando l’identità di romano che la sua transitoria condizione di schiavo gli ha imposto. Fratelli sì, ma nel Cristo.

La struttura a stazioni di una Passione formativa ed edificante, nonché la forte tendenza a una narrazione avventurosa, portano con sé l’inevitabile conseguenza di un racconto fortemente episodico e paratattico. Sembra anzi che Ben-Hur riproponga modalità narrative e suggestioni figurative dell’epoca del muto. Le semplificazioni narrative, e annessa episodicità, ricordano infatti l’andamento spezzato dei pionieri del cinema, aggiornate ai nuovi fulgidi mezzi della Hollywood anni Cinquanta. Una sorta di cinema muto ma sonoro, che sostituisce le tradizionali transizioni con la modernità di una nuova idea di montaggio. L’idea globale di cinema rammenta molto alcune realizzazioni colossali risalenti agli anni prima dell’avvento del sonoro – il romanzo di Lew Wallace, del resto, ebbe già due trasposizioni mute, un cortometraggio del 1907 per la regia di Sidney Olcott, ma soprattutto un primo tentativo di kolossal di lunga durata con il Ben-Hur di Fred Niblo (e altri) del 1925. Il Ben-Hur di Wyler sembra ricongiungere la naturale tendenza al cinema storico/romano/cristiano extralarge della Hollywood anni Cinquanta al primigenio spettacolo delle attrazioni che animava e motivava gli albori del cinema. La tenuta e coerenza globale del racconto passano in secondo piano rispetto al desiderio di meravigliare la vista, corroborata dagli strumenti del sonoro e dalle nuove tecnologie a disposizione. L’eroe fiero si delinea perciò come pura funzione narrativa, capace di cucire su di sé un racconto che dalla Giudea dei primi anni dopo Cristo si sposta agilmente su una galea durante una battaglia navale, poi ai fasti della Roma degli spettacoli circensi, poi all’arena di una corsa di quadrighe, infine nella Valle dei Lebbrosi – e abbiamo sintetizzato, omettendo diversi passaggi. È l’eroe, in fin dei conti, a rendere il tutto credibile, ivi compresi gli snodi narrativi risolti alla bell’e meglio e il miracoloso, facilissimo ritrovarsi tra i personaggi a distanza di anni e nei luoghi più diversi. Poco importa la generale improbabilità di una tale corda pazza narrativa. La percepibilità dell’incredibile è ridotta al minimo. C’è Ben-Hur, fiero e fisicato, a tenere tutto insieme. Come in alcune tendenze ingenue del muto, per l’appunto, dove la preoccupazione del credibile era volentieri trascurata in favore del mostrare.

Per cui, in ultima analisi, continuiamo a perderci in sala. Facciamo perdere le nostre tracce, come faceva mio padre, rinnovando lo stupore di fronte a cotanto spettacolo. Al momento le sale sono chiuse. Le riedizioni di classici in sala non si portano più o si sono ridotte a singoli eventi isolati. Eppure, in qualsiasi forma o canale (meglio in sala, ma per il momento accontentiamoci), Ben-Hur è una festa di cinema. Che tiene insieme il vecchio e il nuovo, l’antico e il moderno. S’interroga sul Vecchio Testamento e sposa il Nuovo Testamento. Ce n’è per tutti, grandi e piccini. Divertitevi.

Info
Il trailer di Ben-Hur.

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