Il trionfo di King Kong

Il trionfo di King Kong

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Mentre il mondo cinefilo si sta dividendo – con la consueta acrimonia – su Godzilla vs. Kong è utile ripensare a Il trionfo di King Kong di Ishirō Honda, che nel 1962 preconizzò l’idea di far scontrare l’imponente scimmione con il gigantesco sauro atomico. L’abnorme natura che combatte le scaturigini della modernità, la sfiducia del mondo orientale verso l’Occidente “trionfatore”, la distruzione inevitabile del Giappone tradizionale schiacciato dal peso del contemporaneo: tutti questi temi sono trattati da Honda con uno stile divertito, giocoso, che già guarda al pubblico infantile che diventerà il riferimento principale negli anni a venire per i kaijū eiga.

Dei ed eroi della mitologia kaijū

Tenendo all’oscuro il governo giapponese, gli Stati Uniti decidono di condurre esperimenti nucleari su un’isola non distante da Tokyo. In questo modo risvegliano Godzilla, ibernato nell’oceano, e il lucertolone dopo aver fatto piazza pulita dei laboratori sull’isolotto si dirige verso la capitale nipponica. Nel contempo i membri di un’industria farmaceutica giapponese capitano sull’isola di Faro dove dopo mille disavventure catturano l’imponente gorillone noto come Kong, portandolo con loro in patria, dove Godzilla continua a compiere scempi d’ogni sorta. Il grande duello tra i due “mostri” è paradossalmente l’unica speranza di salvezza per l’umanità… [sinossi]
Signor Tako: Chi guarda le vostre serie televisive?
Zero! Nessuno!
Trovatemi un mostro,
e se non c’è, inventatelo!
Kinsaburo Furue: Questa è la cosa più semplice da fare.
Dialogo da Il trionfo di King Kong.

Mentre in giro per il mondo ha già raggranellato quasi 300 milioni di dollari, Warner Bros. annuncia che in Italia Godzilla vs. Kong uscirà “nel corso del 2021”, utilizzando la stessa formula evanescente ribadita dal governo per quanto riguarda la somministrazione del vaccino alla popolazione. Tutto questo mentre ovviamente già fioccano recensioni in italiano del film, facilmente reperibile sulle piattaforme di streaming. Recensioni per lo più roboanti, che polarizzano la visione “critica” del film, tra amanti indefessi e ferrei oppositori, seguendo la moda sempre più imperante nel pieno della desertificazione tanto dell’analisi quanto della dialettica. Al di là di quello che si può pensare del film di Adam Wingard – non è questa la sede né il tempo opportuno – è interessante notare come in pochi si siano presi la briga di annotare all’interno dei propri articoli il riferimento principale del film, che sarà anche parte del cosiddetto “MonsterVerse”, seguendo la moda per cui oramai ogni singolo blockbuster debba costruirsi una casetta di senso e logica fuori dal mondo reale edificata a uso e consumo singolo delle falangi di adoratori, ma deve molto a キングコング対ゴジラ, vale a dire Kingu Kongu tai Gojira, noto in Italia con il titolo Il trionfo di King Kong (che già contiene al proprio interno lo svelamento della trama) e a livello mondiale come King Kong vs. Godzilla. Il tonitruante impatto del MonsterVerse pare aver già fatto dimenticare al popolo cinefilo come Godzilla, ma anche la riscoperta dell’immenso scimmione Kong, sia da attribuire non al microcosmo hollywoodiano ma al filone giapponese dei kaijū eiga, i film con protagonisti i mostri di grandi dimensioni. L’appropriazione, non del tutto indebita ma senza dubbio forzata, di un essere come il sauro atomico da parte del cinema statunitense non può essere considerata paritetica al processo inverso, quello che spinse nel 1962 Ishirō Honda e la Tōhō a trovare un antagonista di Godzilla nel gorilla gargantuesco che abita in un’isola sperduta del Pacifico. King Kong era stato abbandonato dal cinema statunitense da un trentennio quando venne messo in produzione Il trionfo di King Kong, mentre la produzione giapponese non ha mai smesso di dedicare pellicole a Godzilla – 32 film in 64 anni –, tanto che appena un paio di anni dopo la realizzazione del bel Godzilla di Gareth Edward da Tokyo è arrivata la risposta con l’altrettanto notevole Shin Godzilla.

Il trionfo di King Kong fu oggetto di manipolazioni varie al momento della sua distribuzione, con gli Stati Uniti che lo “occidentalizzarono” come già fatto con il primo Godzilla (che nella versione nota anche in Italia prevede la presenza di Raymond Burr, inventata di sana pianta), tagliuzzandolo per oltre dieci minuti fino a rendere incomprensibili determinati passaggi narrativi. L’Italia da par suo completò l’opera di distruzione riducendo la durata di altri quindici minuti. Recuperare dunque la versione integrale de Il trionfo di King Kong, quella che si erge fino a sfiorare l’ora e quaranta di durata, è un’operazione indispensabile per riuscire davvero a comprendere le direzioni che Honda insieme alla casa di produzione cercarono di dare al loro (anti)eroe di punta. Il film, che durante i titoli di testa fa godere l’ascolto dell’iconica colonna sonora di Akira Ifukube, praticamente inudibile nella versione statunitense, presenta infatti uno scarto di tono rispetto ai due titoli che lo precedono (Godzilla e Il re dei mostri, quest’ultimo diretto da Motoyoshi Oda). Basterebbe la sequenza d’apertura a rendere evidente la direzione intrapresa: dapprima una voce informa gli spettatori che il mondo potrebbe prima o poi fermare la sua incessante rotazione – con tanto di modellino del globo che rallenta poco per volta –, quindi la voce si incarna in un uomo che si rivolge direttamente al pubblico per ribadire lo stesso concetto (che lui stesso dichiara più adatto a un fumetto che alla realtà) e infine il medesimo personaggio è incardinato in un televisore in qualità di presentatore di un programma che dovrebbe elencare le “meraviglie del mondo”. Honda innesta da subito quella che sarà una delle colonne portanti della sua riflessione, vale a dire la superficialità priva di reale contenuto del mondo moderno, dominato dalla necessità di vendere gli spazi pubblicitari, e di costruire mostri in grado di aumentare l’audience dei programmi. Il mondo del Capitale ha vinto la guerra, e ha conquistato il mondo, ma non sa rinunciare alla propria protervia e stupidità, al punto ovviamente di risvegliare la vera forza, quella atomica di Godzilla che era stata ibernata tra i ghiacci del Polo Nord al termine dell’avventura precedente. Honda, celeberrimo pacifista, non ha però intenzione di approfittare della presenza di Godzilla e King Kong per lanciarsi in un pamphlet contro l’occidentalizzazione del Giappone – che pure è presente tra le righe, si pensi alla celebre distruzione della pagoda durante il combattimento tra i due bestioni –, e cerca di comprendere il senso di proseguire nella narrazione di un sauro di proporzioni così abnormi. Ecco dunque che si sceglie la via della commedia, della satira di costume, perfino della parodia di se stessi: Il trionfo di King Kong, sovente ridotto a b-movie privo di qualità, è invece la consapevole riduzione di un’epica già sconfitta dal “vero” e che non può che mostrarsi in tutta la sua ridicola facciata pomposa.

Come si può prendere sul serio un’epoca dove a dominare è lo sketch televisivo, lo spot per vendere un prodotto eletto a “cinema”? Honda, contando sulla sceneggiatura oltre i limiti del demenziale lavorata per lui da Shin’ichi Sekizawa – non a caso allievo di Osamu Tezuka e ancor meno a caso tra gli ispiratori di Ultraman, il più celebre dei tokusatsu pensati per il piccolo schermo –, gioca con il linguaggio, alternando le miserie di una società opulenta ma priva di reale potenza immaginifica con la magnificenza di due mostri alti come grattacieli, l’uno del tutto naturale – il gorilla extralarge dell’isola Faro – e l’altro invece “vittima” delle sperimentazioni nucleari e della discutibile idea di progresso dell’umanità. In questo bailamme a pochi passi dalla comica en travesti, Honda somma alcuni dei passaggi fondamentali della sua poetica in relazione ai “mostri dalle notevoli dimensioni”: l’abnorme natura che combatte le scaturigini della modernità, la sfiducia del mondo orientale verso l’Occidente “trionfatore”, la distruzione inevitabile del Giappone tradizionale schiacciato dal peso del contemporaneo. Per quanto riguarda il resto, è il ridicolo a farla volutamente da padrone: si prenda l’insensata rappresentazione dei “selvaggi”, per di più tutti interpretati da attori giapponesi, che evidenzia al di là di ogni dubbio la portata farsesca dell’insieme. L’urlo di Kong viene prima scambiato per un tuono, e diventa poi il ruggito di un leone in un documentario televisivo. Honda sa come lasciar bruciare sui tizzoni ardenti i suoi spettatori, dilatandone le aspettative: Godzilla compare una prima volta solo attraverso il suo alito incandescente, e lo stesso accade con Kong con il suo verso guerresco. Per vedere davvero i due mostri all’opera il pubblico dovrà infatti armarsi di santa pazienza: Godzilla si mostra in totale dopo quasi mezz’ora, emergendo da un iceberg, e King Kong arriva addirittura dieci minuti più tardi. Il combattimento di quest’ultimo con il polipo gigante che minaccia la popolazione autoctona dell’isola, oltre a sottolineare la perizia tecnica di Honda e la sua capacità di creare suspense con pochissimi elementi a disposizione – e per di più assai poco “seri” –, permette di comprendere da subito il ruolo attribuito all’enorme scimmia, vero e proprio eroe della vicenda, unica speranza per il Giappone assediato dalle fiamme atomiche di Godzilla. Inutile rimarcare come Il trionfo di King Kong raggiunga l’apice quando i due mostri sono finalmente l’uno contro l’altro armati: un agone che si protrae per quasi quaranta minuti, concentrandosi poi in uno scontro fisico spassoso e avvincente, con gli uomini inguainati nel corpo dei due giganti (Kong è Shoichi Hirose, Godzilla Haruo Nakajima) che se le danno di santa ragione e Honda che si toglie lo sfizio, in un paio di segmenti, di ricorrere alla stop motion che avrebbe voluto come unico effetto speciale nella lotta tra i due, anche per omaggiare la prima apparizione del gorilla nel lontano 1933. Chissà se Wingard sarà stato in grado, sovrastato dalla macchina industriale per eccellenza del cinema, di conservare il candore e la purezza utopica dello sguardo di Honda, di cui non si può che provare una profonda nostalgia.

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