La congiura degli innocenti

La congiura degli innocenti

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Spesso considerato un film “minore” all’interno della vasta filmografia di Alfred Hitchcock, La congiura degli innocenti ne rappresenta invece uno dei vertici ludici, e perciò sottilmente sadici. Nella grottesca e sardonica rappresentazione di un’umanità varia che potrebbe aver ucciso il malcapitato Harry, si annida il discorso hitchcockiano sull’istinto omicida, sul delitto come atto della quotidianità, sulla balzana idea di purezza di una cultura autodichiaratasi “proba”. Un capolavoro della commedia nera, con protagonista una splendida Shirley MacLaine.

A proposito di Harry

L’autunno nel Vermont è un paradiso per i pittori, con quei colori tendenti al giallo, all’ocra, al rosso mattone. Però può essere anche un inferno, soprattutto se un ragazzino scopre in mezzo all’erba il cadavere di un uomo e tutte le persone che si trovano nelle vicinanze ritengono di averlo ucciso, e temono dunque di essere scoperte. [sinossi]

L’aggettivo minore con il passare degli anni è divenuto sempre più centrale nella disquisizione – evidentemente fittizia, e puerile – sul cinema e sull’arte in generale. I social network abbondano di interazioni tra utenti in cui si fa a gara a quale film, canzone, dipinto sia superiore rispetto agli altri: un mondo bestiale, nel valore di subumano, in cui si gioca con i segni grafici < e >, lanciandosi in baruffe sterili e destinate a non lasciar traccia alcuna (non che si tratti di chissà quale perdita irrinunciabile). Per quanto il ricorso alla distinzione tra maggiore e minore all’interno delle varie filmografie sia aumentato a dismisura, non è che in passato queste categorie non venissero prese in considerazione, spesso elaborate per trovare il pelo nell’uovo anche della più linda delle carriere artistiche. Così si sottolinea come la filmografia di Stanley Kubrick sarebbe perfetta senza Paura e desiderio, o quella di Francis Ford Coppola “cada” su Jack, o ancora in quella di Akira Kurosawa “purtroppo” si trovi Dodes’ka-den. Quando si parla di Alfred Hitchcock, visto che il periodo inglese della sua produzione è pressoché ignorato dalla maggior parte dei cinefili, ci si sofferma sulle debolezze di Topaz, o di Complotto di famiglia. Nella classificazione dei “figli minori di un Dio” si può anche spesso rintracciare The Trouble with Harry, vale a dire La congiura degli innocenti: un grave errore di valutazione, dettato dal pregiudizio più difficile da eradicare, quello che vede la commedia come pedice del genere cinematografico, meno potente del dramma in maniera quasi tautologica. A distanza di quasi settant’anni dalla sua realizzazione, La congiura degli innocenti è in realtà un titolo dimenticato, rimosso, posto in un angolo della memoria. Nulla di così sconvolgente, se si pensa al fuoco di fila che Hitchcock riuscì a estrarre dal cilindro del proprio genio in neanche venti anni, dal dopoguerra ai primi anni Sessanta: Notorious – L’amante perduta, Nodo alla gola, L’altro uomo, La finestra sul cortile, L’uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psyco, Gli uccelli. Eppure si ha netta l’impressione che la libertà espressiva, il gusto per la dissacrazione di qualsiasi formulazione dell’ovvio, e la sadica lettura della quotidianità borghese rintracciabili ne La congiura degli innocenti meritino una rilettura articolata.

Si sa come l’idea di girare questo piccolo film nasca da un capriccio personale di Hitchcock, capriccio che fin dalla sua realizzazione venne poco compreso, anche dai più stretti collaboratori del regista. Si sa anche che Hitchcock prese a ispirazione un romanzo di John Trevor Story, che non ha lasciato molta traccia di sé nel mondo letterario. Schiacciato tra Caccia al ladro e L’uomo che sapeva troppo, La congiura degli innocenti sembra davvero un titolo spurio: non ha protagonisti di richiamo (la splendida Shirley MacLaine addirittura qui è all’esordio davanti a una macchina da presa), né eroi maschili quali Cary Grant o James Stewart; non ricorre mai alla suspense; non ha un’ambientazione facilmente riconoscibile e iconica, come potevano essere la Costa Azzurra e il Marocco. Anzi, è proprio la scelta della location, il Vermont autunnale con i suoi colori giallognoli, a sviare da subito lo sguardo abituato dello spettatore. Voglioso di concentrarsi sul concetto di contrasto, che ricorrerà più volte nel corso di una narrazione dichiaratamente ciclica – come si scriverà tra poco –, Hitchcock illumina lo schermo a giorno. Nelle dolci colline del Vermont, là dove gli alberi stanno per perdere le foglie, si è già consumato un delitto: inevitabile che sia così, visto che per terra si trova il cadavere di un uomo. Chi ha ucciso quest’uomo? Eccolo dunque, da subito, il contrasto hitchcockiano: la quiete campestre è solo un’illusione, squarciata dalla marcescenza che l’umano trascina con sé, insieme a un inveterato senso di colpa che proviene da una radice religiosa incistata oramai nella cultura. Qui potrebbe ovviamente aver luogo il thriller più canonico, la detection alla scoperta del colpevole. Ma di nuovo Hitchcock gioca con il suo pubblico, e con le sclerotizzate aspettative: tutti, ma proprio tutti i personaggi del film sono potenziali colpevoli. Di più: tutti, ma proprio tutti i personaggi del film sono convinti di essere i colpevoli dell’omicidio. Viene completamente ribaltata la prospettiva classica del noir e del thriller: là dov’era la notte, domina il giorno; là dov’era l’angoscia per un protagonista accusato ingiustamente, ecco tutti i protagonisti che si accollano da soli la responsabilità del misfatto. Nella grottesca e sardonica rappresentazione di un’umanità varia che potrebbe aver ucciso il malcapitato Harry, si annida il discorso hitchcockiano sull’istinto omicida, sul delitto come atto della quotidianità, sulla balzana idea di purezza di una cultura autodichiaratasi “proba”.

È anche interessante notare come la traduzione italiana del titolo sia l’unica a puntare l’accento sulla qualità morale dei personaggi in scena: lo spettatore italiano non si avvicina al film chiedendosi quale sia il “problema” con Harry, ma già sapendo che quella che andrà in scena sarà una “congiura” ordita però da degli “innocenti”. È dopotutto l’innocenza stessa dell’America, quel New England che ne certifica la primogenitura britannica – e dunque puritana – a farsi teatro della vicenda. Ed è dopotutto il più innocente tra gli innocenti, il figlioletto di MacLaine (poco importa che stando alla verità anagrafica l’attrice l’avrebbe partorito a quattordici anni), a fare la macabra scoperta. Hitchcock gioca anche con Harry, mostrandolo volentieri al pubblico con i piedi in bella mostra, quasi che un cadavere fosse un oggetto della natura non così dissimile da un sasso, da una foglia, da un ruscello: non a caso il pittore interpretato da John Forsythe – a proposito di film “minori”, tornerà sul grande schermo con Hitchcock per Topaz dopo aver recitato in televisione sia in Alfred Hitchcock Presenta che ne L’ora di Hitchcock – si ferma al suo fianco per dipingerlo, per poi chiedere al capitano Wiles (che pensa di essere il responsabile della prematura dipartita di Harry) “È vostra questa salma?”. Come un oggetto lo trattano d’altronde tutti, visto che viene spostato in continuazione, sepolto e dissotterrato, portato addirittura in una vasca da bagno. Nonostante il rigor mortis Harry è il personaggio più mobile del film, in un’ulteriore svisata sardonica del regista. Prima collaborazione da un punto di vista musicale tra Bernard Herrmann e Hitchcock, La congiura degli innocenti parte da un meccanismo molto semplice e lo reitera ossessivamente, in modo ciclico, muovendosi sul crinale del contrappunto non per stordire lo spettatore ma per mostrargli la vacuità di aspettative create dall’abitudine, dallo stereotipo, dalla tradizione. Questa scelta, che non ha molti eguali all’interno della filmografia hitchcockiana – forse anche per lo scarso riscontro ottenuto al botteghino statunitense: va detto che il film uscì in sala quando ancora furoreggiava Caccia al ladro, che poteva contare su due stelle di prima grandezza come Cary Grant e Grace Kelly –, nasconde al proprio interno anche il segreto della longevità di questa pellicola. La congiura degli innocenti appare senza tempo, eternamente contemporaneo, moderno, frutto di quella fusione tra l’astrattismo della pittura di Forsythe e il pragmatismo della non troppo inconsolabile vedova MacLaine. E il finale, in cui si svela il prossimo arrivo di un letto a due piazze subito prima che venga certificato come “The Trouble with Harry is over”, è il più smaliziato dell’intera carriera di Hitchcock – insieme alla più celebre conclusione di Intrigo internazionale –, e forse dell’intera Hollywood nel pieno del Codice Hays.

Info
Il trailer originale de La congiura degli innocenti.

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