The Lonely 19:00

The Lonely 19:00

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Kinkyū jitai sengen (Stato di emergenza) è un film a episodi distribuito dalla divisione giapponese di Amazon lo scorso anno, quando si stava ancora affrontando la ‘prima onda’ della pandemia. All’interno di questo lavoro spicca il film breve, neanche quaranta minuti, di Sion Sono, intitolato Kokoduna 19-ji, in inglese The Lonely 19:00 (o anche The Solitude of 19:00). Partendo da una base grottesca Sono, tornato al massimo del suo fulgore, traccia l’ennesima riflessione sull’umano, sull’indispensabile necessità delle relazioni che può passare solo attraverso la disobbedienza. Un piccolo capolavoro.

Vivere non basta

Quando Otomi è nato, nel 2030, le restrizioni legate alla pandemia del COVID-19 erano in atto in Giappone già da dieci anni, e si erano inasprite con il tempo. Nel 2060 Otomi ha trent’anni, vive da solo da quanto i genitori e i nonni sono deceduti e non esce mai di casa, spesso neanche durante il giorno “libero” a disposizione. Per lui restare nelle quattro mura in cui è nato equivale a vivere, fino a quando… [sinossi]

Esiste il rischio concreto che Kokoduna 19-ji, rintracciabile nella traslitterazione inglese sia come The Lonely 19:00 che come The Solitude of 19:00 – con quest’ultimo titolo lo cita Matteo Boscarol sulle pagine de Il Manifesto, unico critico cinematografico ad aver affrontato una pur breve analisi del film – resti confinato tra le opere invisibili, praticamente irrintracciabili, di cui in pochi fortunati serberanno memoria. Il rischio è dovuto al fatto che questo cortometraggio diretto da Sion Sono si trova “confinato” all’interno di Kinkyū jitai sengen (la traduzione letterale è “Stato di emergenza”), film a episodi che lo scorso 28 agosto è stato diffuso a uso e consumo degli utenti di Amazon Japan. Un omnibus che affronta in tempo reale la discussione sulla pandemia, e sulla proliferazione del COVID-19 sia a livello nazionale che mondiale. È difficile prevedere che Kinkyū jitai sengen abbia l’occasione di essere programmato su piattaforme non giapponesi, sia perché per certi versi appare come un’operazione già vecchia (fa eccezione, come si vedrà, proprio il lavoro di Sono) sia per la difficoltà con cui il cinema giapponese continua a raggiungere il resto del mondo, privando i cinefili di una delle più importanti aree produttive del pianeta. Esiste dunque il rischio concreto che The Lonely 19:00 circoli solo in una cerchia ristrettissima di appassionati cultori tanto della produzione nipponica quanto dell’arte di Sono, che all’ombra dei primi sessant’anni di vita – festeggerà la cifra tonda il prossimo dicembre – ha diretto il suo primo film prodotto interamente negli Stati Uniti d’America, quel Prisoners of the Ghostland che ha avuto la sua prima mondiale allo scorso Sundance Film Festival. Sarebbe un peccato se The Lonely 19:00 restasse a disposizione di pochi eletti. Un peccato grave.

Avendo oramai festeggiato in tutto il mondo il primo anniversario delle misure di restrizione per rallentare la velocità di diffusione del virus è possibile anche iniziare a interrogarsi su quali siano state le modalità con cui il cinema ha scelto di raccontare questo peculiare e tragico momento storico. Spesso chi si è approcciato in maniera più diretta alla faccenda l’ha anche fatto nei modi più didascalici, pretendendo che la propria esperienza personale potesse assumere un valore universale o concentrandosi sulle evidenze più drammatiche – l’intasamento delle terapie intensive, l’impossibilità di ricongiungersi ai parenti, la morte di amici e vicini. Un modo di affrontare il problema magari anche empatico, a seconda dei casi, ma senza dubbio basico, primitivo, in qualche misura orgogliosamente ottuso. Sion Sono, lo si scriveva dianzi, ha quasi sessant’anni, e il suo primo lungometraggio l’ha diretto nel 1986, punto d’arrivo di una serie di piccoli poemetti visivi e virulenti (Love Songs, I Am Sion Sono!!, Love): a ben vedere A Man’s Flower Road, il suo primo esperimento sulla lunga distanza, è già un film sulla pandemia. Passando in rassegna l’intera filmografia di Sono, composta per ora da trentasei lungometraggi e una dozzina di corti, appare evidente come l’intera poetica si basi sulla visione dell’umanità come un organismo malato, che perpetua un contagio invisibile ma millenario, quello dell’incapacità a relazionarsi, delle convenzioni sociali che impediscono il naturale avvicinamento tra i singoli, e via discorrendo. L’intera filmografia di Sono è in realtà paradossalmente post-apocalittica, ed è anche per questo che il regista ha saputo filmare meglio di chiunque altro le macerie dello tsunami e del disastro nucleare di Fukushima quando erano ancora calde, firmando dapprima Himizu e quindi The Land of Hope. Un cinema che deve porsi in un’ottica post-umana per riscoprire le stille di umanità ancora possibili: si pensi in tal senso all’apocalisse umana che attraversa Suicide Club, Love Exposure, o The Whispering Star. Riuscire a leggere l’eternità del problema nella contemporaneità della storia, una dote che Sono ha, e sembrano possedere in pochi in questi anni.

In questo senso The Lonely 19:00 è quasi una dichiarazione di intenti. Dopo un rapido montaggio di elementi della civiltà attuale abbandonati al loro destino (case, vie, una cabina telefonica), sull’inquadratura dal basso di un gruppo di alberi si erge la voce narrante: “Nel 2020 un coronavirus si diffuse in tutto il mondo; per quanto quella volta fosse stato difficile affrontarlo cinque anni dopo apparve un virus più feroce”. Nell’apocalisse non si può prevedere una fine delle atrocità, e nello spostare avanti nel tempo la sua lettura Sono già marca un territorio. È inutile e superfluo parlare dell’oggi, della quotidianità che tutti o quasi hanno vissuto. Cos’è un virus? Fino a quali profondità può infettare una società, la sua cultura, il suo modus operandi? Giocando con il lato grottesco della vicenda, Sono pone nell’incipit del cortometraggio la lettura della situazione contingente come ovviamente prossima alla fine. I genitori e i nonni del protagonista – che nascerà solo nel 2030, a dieci anni dunque dalla prima diffusione del virus a livello mondiale – sono chiusi in casa dal lockdown, ma già prevedono di tornare tutti insieme a festeggiare all’aperto, su un prato. Quando Otomi nasce questa speranza già non c’è più. Il mondo ha deciso di rinchiudersi per evitare il terribile contagio; il distanziamento sociale è ora di cinquanta metri, si può uscire di casa solo nel giorno libero assegnato al proprio cognome e di fatto solo per fare la spesa, visto che ci si muove all’aperto bardati di tutto punto, come se l’aria contenesse un alto tasso di radioattività. Se l’interrogativo che si pone Sono può anche apparire semplice (in una società abituata alla solitudine e alla reclusione cosa accade se le persone scoprono il contatto umano con l’altro?) in realtà il suo cinema problematizza l’evidenza della contemporaneità in modo netto, chiedendosi quale sia la vera rinuncia che si sta facendo oggi. È solo una privazione del cosiddetto “tempo libero”, delle abitudini “inessenziali”, o forse qualcosa di più profondo, e dunque insondabile? Nel Giappone del 2060 tutti gli indicatori governativi segnalano al protagonista il rischio cui si va incontro: cartelli che recitano “Non uscire, morirai!”, megafoni che ripetono le regole per il distanziamento. Segnali di un controllo la cui mano alle spalle è completamente invisibile. Non c’è più traccia di umanità nel dominio, così come non c’è neanche nell’opposizione a tale dominio: è sempre da un megafono che Otomi riceve le indicazioni per “parlare con qualcuno”, e magari incontrarlo. Dopotutto Otomi è stato già programmato dalla nascita, grazie all’indottrinamento di nonni e genitori – oramai morti, ma che lo guardano dall’alto delle foto commemorative che il ragazzo saluta con deferenza come si trovasse a tu per tu con delle divinità – interamente basato sul principio che solo a casa si è al sicuro. Al sicuro dalla morte? No, perché tutti i suoi parenti sono ovviamente morti. Ma al sicuro dal rischio della vita, questo sì.

Come da prassi, The Lonely 19:00 mostra come la vita ordinata di un essere umano – Otomi fa sempre le stesso cose: si scatta una polaroid che attacca al muro, gioca a go da solo, guarda i filmini di famiglia (il cinema è scomparso a sua volta, perché non ha senso là dove a mancare è la vita sociale), striscia delle X sul muro come un carcerato, ma senza l’ipotesi né dell’evasione né della liberazione al termine della pena – possa venire sconvolta dall’incontro con l’altro. Il punto è che per Sono l’altro non è un essere specifico, tanto che il ragazzo incontra due donne diverse seguendo lo stesso procedimento (che si basa sul telefono a spago di Robert Hooke), ma l’intera sfera della socialità oramai debellata, e trasformata in spauracchio. Più che un’educazione alla vita The Lonely 19:00 è un’educazione al rifiuto della morte sociale, alla riscoperta di sé attraverso la malattia, il rischio salvifico del contagio, la riappropriazione di tutti quegli atti non puramente meccanici o solo naturali, ma che contraddistinguono il sentimento, la capacità empatica. Questo risveglio, che è in qualche misura lo stesso presente tanto in Love Exposure quanto in Himizu, prevede lo sfinimento, la consunzione consapevole. Per questo il cinema di Sono è contraddistinto da corse a perdifiato, spasmodiche, fino all’ultimo respiro. Perché in quello sfinimento, in quel rantolo è racchiuso il motivo dell’esistenza, la capacità di esistere per qualcun altro, di essere fisicamente in un luogo non per sé, ma per l’altro. Straordinaria riflessione tanto sulla pandemia quanto sui doveri dell’immagine, e del racconto (in questo senso il passaggio del tempo scandito nonostante tutto ancora dalla trasformazione del bianco e nero in colore acquista un valore teorico e sentimentale altissimo), The Lonely 19:00 gronda del romanticismo disperato e dolcissimo di Sono, ma anche della sua capacità di lavorare su registri tra loro estremamente divergenti, come la commedia, il grottesco, la fantascienza. Per farlo non ha bisogno di quasi nessun elemento, né di alterare alcuna realtà. Gli basta l’essere umano, e una videocamera. Gli basta un atto di insubordinazione e di disobbedienza. Gli basta una persona morente che chiede a un’altra di stare a distanza, per evitare il contagio, per continuare a vivere. Ma, anche di fronte al virus dei 100 anni, come viene oramai definito nel film, “Vivere non basta”.

Info
Il trailer di Kinkyū jitai sengen, di cui fa parte The Lonely 19:00.

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