Nodo alla gola

Nodo alla gola

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Alfred Hitchcock con Nodo alla gola moltiplica il gioco con lo spettatore, “costretto” a risolvere un giallo di cui ha già la soluzione, “spinto” a sperare suo malgrado che i colpevoli la facciano franca. La scelta del piano sequenza – finto, perché la bobina della pellicola aveva una sua “fine” – ribadisce la vocazione sperimentale, mai soddisfatta dell’ovvio, del regista britannico, e la sua volontà di superare le limitazioni stesse della tecnica.

Il piano-sequenza per un delitto

Brandon Shaw e Phillip Morgan, due giovani di buona famiglia che convivono, hanno indetto un ricevimento nel loro appartamento newyorchese, invitando parenti e amici del loro ex compagno di Harvard David Kentley. Gli invitati ignorano che il cadavere di David giaccia in un antico baule nel bel mezzo della sala, proprio sotto la tovaglia con gli stuzzichini e le bevande: Brandon e Phillip infatti l’hanno strangolato nel pomeriggio, inscenando il delitto perfetto, senza movente. Tra gli invitati però c’è anche un loro vecchio professore, Rupert Cadell… [sinossi]

Nel 1924 i giornali di Chicago e di tutti gli Stati Uniti d’America – ma anche del resto del mondo – focalizzarono la loro attenzione cronachistica sul povero Bobby Franks, quattordicenne rapito e ucciso da Nathan Freudenthal Leopold jr. e e Richard A. Loeb, ventenni studenti dell’Università di Chicago spinti al crimine dall’idea di poter consumare il “delitto perfetto”, così privo di movente da rendere impossibile la scoperta del colpevole. Non andò proprio così, e i due finirono in carcere (dove Loeb trovò la morte trentenne per mano di un compagno di cella che si giustificò affermando di essersi difeso da un assalto sessuale). Per quanto l’eco dell’omicidio rimbalzò di pagina in pagina, e di nazione in nazione, durante quel 1924, in pochi oggi ne serbano memoria. Tutti i protagonisti della vicenda giacciono sottoterra, e così probabilmente fanno anche i loro eventuali discendenti. La cronaca, per quanto potente possa essere il megafono che la rilancia, resta cronaca, spesso impossibilitata a superare le angherie del tempo. Il cinema però, come ogni arte, ha il lusso di saper resistere proprio all’incessante movimento in avanti del tempo. Nel suo falso movimento, nell’illusione dello spostamento temporale e spaziale, il cinema sopravvive a sé, alla propria epoca, alla propria “tecnica”. Così se il nome di Bobby Franks difficilmente potrebbe smuovere memorie in chi vi si imbattesse, bastano i titoli di testa di Rope (Nodo alla gola è il titolo italiano, volutamente fuorviante ma in ogni caso appropriato anche nella sua duplice funzione narrativa e spettatoriale: il nodo alla gola materialmente uccide lo sventurato David Kentley, ma è anche quello che si stringe minuto dopo minuto alla gola del pubblico, stretto tra le grinfie del thriller e del giallo) per risvegliare l’occhio, che riverbera l’atrocità di un gesto, e la sua supposta morale. Alfred Hitchcock è il primo a prendere spunto dal delitto Leopold/Loeb, che dopo di lui ispirerà tra gli altri Frenesia del delitto di Richard Fleischer, Formula per un delitto di Barbet Schroeder e perfino i due Funny Games di Michael Haneke, in cui due ragazzi di buona educazione si presentano nelle ville estive di ricconi con l’unico scopo di mattarli uno per uno. Senza movente. Il cinema, d’altro canto, è un’arte senza movente, se non all’apparenza nella sua funzione industriale quella di solleticare il pubblico, fingendo la vita.

Ha qualcosa di ironico in sé il fatto che Hitchcock, il regista che con lucido sarcasmo divise la vita dal cinema affermando che quest’ultimo non proponesse “tranches de vie”, ma semmai “tranches de gâteau”, sia stato il primo all’interno di un film dell’industria (tra l’altro la sua prima esperienza anche come produttore di se stesso) a fingere così bene la vita da ridurre al minimo il concetto di taglio delle inquadrature, e di montaggio tra loro. Nodo alla gola è passato alla storia per la sua tecnica, vale a dire per la capacità di girare piano-sequenza fino alla fine naturale della bobina cinematografica – dieci minuti e spiccioli di secondi – e poi incollarli tra loro fino a raggiungere la durata di un’ora e venti. Chi si avvicina a questo miracoloso oggetto dell’immaginario spesso lo fa, da adolescente o da giovane adulto, per via di tale peculiarità: una curiosità, una bizzarria, un evento fuori dall’ordinario. Certo, in epoca digitale sono proliferati in modo esponenziale film girati in un’unica inquadratura, e addirittura girati davvero in un’unica inquadratura, senza dover far terminare la bobina su un elemento nero della scenografia per poter poi riprendere da lì con una nuova bobina come se niente fosse accaduto (questo è l’escamotage tecnico a cui ricorre Hitchcock, ovviamente). Ma si tratta, nell’epoca digitale, di spingere un passo più in là qualcosa che in realtà nel 1948, al suo primo film da produttore e al suo primo film girato a colori – dettaglio questo tutt’altro che di poco conto se si considera che l’intera narrazione si svolge al calar del sole: su questo si tornerà brevemente più avanti nel corso della disamina –, Hitchcock ha già chiaro. Se il cinema ha già ampiamente dimostrato di poter oltrepassare il concetto spaziale, Nodo alla gola si rammenta del tempo, e della sua usura. Il tempo “reale” costringe a una finzione ancor più strutturata, perché le “parti noiose” della vita non possono più essere elise. Nodo alla gola è un film rivoluzionario che Hitchcock dirige contro se stesso, maestro indiscusso e assoluto della segmentazione, della capacità di costruire la suspense ricorrendo al montaggio – si pensi all’indimenticabile sequenza della bomba in Sabotaggio, per dirne una. Una sfida a sé che diviene sfida allo spettatore, ma anche alle convenzioni dell’industria. Forse anche per questo appare ancora più potente l’incipit, nella sua divagazione, puramente hitchcockiana, sulle commistioni tra normalità e devianza. I titoli di testa scorrono infatti su una strada newyorchese come tante altre, con il viavai del tutto anonimo di persone qualunque (una di queste persone è lo stesso cineasta, impegnato nel classico cameo che contrappunta la quasi totalità della sua filmografia): una prospettiva quasi wharoliana, che viene poi smentita dal movimento della macchina da presa, che si allontana dalla quotidianità normale per entrare nella quotidianità deviata. Ecco le finestre di una casa, serrate però da un pesante tendaggio. Nella realtà lo sguardo rimarrebbe puro, perché non potrebbe oltrepassare quelle tende. Ma il cinema corrompe lo sguardo, per fortuna, lo costringe a stare dove non potrebbe e forse non dovrebbe stare. E subito prima di lanciarsi nella sfida del film composto solo da sequenze “uniche” Hitchcock travalica lo spazio ed entra nell’appartamento, sul primo piano di un ragazzo con un nodo alla gola: un nodo scorsoio che i suoi due ex compagni di università gli stanno stringendo attorno alla giugulare, portandolo alla morte.

Di nuovo Hitchcock sfida il pubblico. L’omicidio, il crimine attorno al quale ruoterà l’intrigo del film, è palesato fin da subito. Non solo: il pubblico sa benissimo chi sono i colpevoli di tale misfatto, e sa anche che il gesto è stato compiuto con la più glaciale consapevolezza. Quest’ultimo dettaglio in realtà è chiaro solo agli spettatori che possono godere della versione originale, visto e considerato che in Italia il doppiaggio curato dalla C.D.C. di Giulio Panicali stravolge completamente questo passaggio, probabilmente per evitare di incorrere in problemi con il visto censura (il film uscì nelle sale italiane solo nel 1956, a otto anni di distanza dalla sua effettiva realizzazione). Mentre in originale il Brandon interpretato da John Dall sprona l’amico dopo il delitto dicendogli “Phillip, we don’t have too much time. It’s the darkness that’s got you down. Nobody ever feels really safe in the dark” (di nuovo ammiccando al pubblico, a sua volta costretto da Hitchcock nella penombra), nella versione italiana questa linea di dialogo diventa “Phillip, non… Non c’è tempo da perdere. È stata una vera disgrazia, ma chi immaginava questa tragedia dopo una discussione tanto banale?”. Non c’è dubbio che lo spettatore smaliziato saprà leggere le reali intenzioni dei personaggi nel fatto di aver oscurato la stanza impedendo la vista dall’esterno e di aver strangolato l’amico con i guanti a coprire le mani, ma resta l’anomalia della traduzione che di fatto impedisce di cogliere fin da subito il reale scopo del film. Nodo alla gola non spinge lo spettatore a chiedersi “capirò chi è stato prima che mi venga svelato?”, ma a sfidare a sua volta il personaggio del professore interpretato da James Stewart. Riuscirà lui a scoprire quello che già so come spettatore? Eccolo il vero interrogativo lasciato dal film, che presuppone un inevitabile corto circuito psicologico. Essendo lo spettatore testimone diretto di un omicidio, e non avendo fatto nulla per impedirlo, è a sua volta connivente, colpevole: questo meccanismo lo porterà involontariamente a parteggiare per Dall e Farley Granger, sperando in cuor suo che possano farla franca. Come accadrà pochi anni dopo nel sublime L’altro uomo, e come già in parte sperimentato ne L’ombra del dubbio (e se si vuole anche ne Il sospetto, ma lì il personaggio di Cary Grant è effettivamente innocente, nonostante tutte le prove siano contro di lui) Hitchcock dà una spintarella all’occhio dello spettatore, chiedendogli magari non di comprendere il gesto dell’assassino, ma di parteggiare per lui. Un atto abominevole, ma che già apre le porte all’immagine di un giovanotto del tutto dolce e innocuo che gestisce un motel che ha perso la sua clientela da quando è stata costruita la superstrada…

Di nuovo la questione centrale si fa nello sguardo, non nell’atto – impossibile da pre-vedere – né nella parola, del tutto superflua. La disquisizione sull’Übermensch nietzschiano, che è ovviamente alla base del gesto abominevole di Dall e Granger, non si fa tanto nella spiegazione finale, l’atto conclusivo in cui il professore coglie in fallo i responsabili e la rettitudine morale vince sullo sprezzo dell’umanità – si è per di più a strettissimo contatto storico con la distorsione di un pensiero filosofico nelle mani di un potere politico spietato, dettaglio da non sottostimare –, ma nell’immagine costruita. Un’immagine fluida, apparentemente senza stacchi e dunque potenzialmente vera, così falsa da essere strumentalmente più vera del vero. Hitchcock, tra i più profondi innovatori dell’idea di montaggio come costruzione teorica e narrativa dell’oggetto cinematografico, finge la prospettiva teatrale per farla naufragare una volta per tutte. Non c’è una scelta di campo, non c’è un montaggio interno che non sia puramente cinematografico. Ancor di più, il palese cartonato scenografico che finge il panorama di New York è a sua volta un film nel film: in quello scenario finto e impossibile si annidano migliaia, forse milioni di storie analoghe, quotidiani aberrazioni protette da un tendaggio, da una porta chiusa, da una parete non semovente come quelle a disposizione di Hitchcock e della sua troupe. Quella scenografia, costruita in modo tale da non dare spazio all’occhio naturale costringendolo di nuovo ad accettare una finzione e parteggiare per essa (discorso che si potrebbe allargare a buona parte del cinema classico, e che spesso viene svilito e non compreso), racchiude in sé la rivendicazione di una ridefinizione dello spazio, e del tempo, e perfino della prospettiva, tanto fisica quanto morale. Una scenografia che deve accompagnare lo scorrere del tempo “reale”, e quel calar del sole che farà di nuovo tornare le tenebre sulla città, e sulle persone che vi abitano – senza bisogno di ricorrere al tendaggio –, sfida ulteriore alla tecnica, sfida fotografica a quella luce “a cavallo” che è uno degli incubi ricorrenti dei direttori della fotografia. Sfida che di nuovo assume un carattere narrativo, teorico, psicologico, morale. Ridotto a esercizio tecnico dallo stesso Hitchcock, che però come ben si sa tendeva a sminuire la stragrande maggioranza delle sue opere, Nodo alla gola è un tentativo rivoluzionario, non una bizzarria; un atto di cosciente insubordinazione, non un capriccio registico. Tra le più stratificate testimonianze di uno dei più grandi geni dell’arte novecentesca.

Info
Il trailer di Nodo alla gola.

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