The Last Darling Bulgaria

The Last Darling Bulgaria

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Presentato al 43° Mosca Film Festival, dove ha ricevuto il premio Silver George al migliore regista, The Last Darling Bulgaria è il nuovo film di Aleksei Fedorchenko, un’opera bizzarra che fa incontrare le traiettorie di un ibridatore di mele con Ėjzenštejn e con uno scrittore. Un film visionario che cerca il dialogo tra le diverse forme d’arte.

Il giardino dei meli

Il giovane ibridatore agrario Leonid Yets, nel 1943, si trasferisce ad Almaty, nel Kazakistan sovietico, per portare avanti il lavoro del padre nella coltivazione di una nuova varietà di mele da lui creata, la “Darling Bulgaria”. Trova i diari di uno scrittore dato per disperso, Semyon Kurochkin. Olga, che diventerà amica di Leonid, è accusata di essere coinvolta nella sua sparizione. [sinossi]

Incrociare due piante, impollinandole, per ottenerne una nuova varietà. È il lavoro dell’ibridatore Leonid, che porta avanti l’attività di suo padre, creatore della varietà di melo “Darling Bulgaria” che produce mele grosse e appetitose, molto più grandi di quelle dei suoi progenitori, e resistenti alle basse temperature come quelle raggiunte da tante zone della ex-Unione sovietica. Leonid è il protagonista di The Last Darling Bulgaria (Poslednyaya milaya Bolgariya è il titolo originale traslitterato dal russo, in inglese si trova anche la variante Last “Dear Bulgaria”), nuovo film di Aleksei Fedorchenko presentato al 43° Mosca Film Festival, dove ha ricevuto il premio Silver George al migliore regista. Creare un nuovo frutto, diverso, più grande, più bello, incrociando due piante preesistenti, è un’attività che non sarebbe dispiaciuta a Ėjzenštejn, che vi avrebbe visto l’ennesima struttura del montaggio dialettico, mettere insieme due immagini per produrne una terza. La mela Darling Bulgaria, creata dai genitori del protagonista all’inizio del film, è anche una metafora della nascita dello stesso, della fecondazione degli esseri umani al pari dell’impollinazione nelle piante.

Una volta, siamo nel 1943, che Leonid si è stabilito ad Almaty, nel Kazakistan sovietico, si imbatte in alcune figure. Quella di uno scrittore molto celebre, Semyon Kurochkin, che è scomparso nel nulla, e di cui trova e legge i diari; e quella di un regista cinematografico che lavora nei vicini studios. Il nome dello scrittore si scopre essere lo pseudonimo di Mikhail Zoshchenko, l’autore del libro da cui è tratto il film, Before Sunrise, scritto proprio nel 1943, racconto autobiografico della propria vita fino ai trent’anni, storie di amore e guerra, di fidanzate e rivoluzione, di borghesia e marxismo. Il regista invece non viene mai chiamato per nome ma è evidente che si tratti di Sergej Ėjzenštejn, anche perché impegnato nelle riprese di Ivan il terribile, come si vede durante la prima visita di Leonid agli studios. E dove anzi si rivela che il famoso conflitto del personaggio con la sua dimensione, nella sua gigantesca ombra, era stato realizzato con un trucco, con una sagoma a creare la quell’ombra. Il grande formalista è reso in modo grottesco, con uno stile di humor che riprende il deadpan di Zoshchenko, e che ricorda l’altra recente caratterizzazione fattane da Peter Greenaway in Eisenstein in Messico, cui Fedorchenko guarda anche per le analoghe sperimentazioni visive.

Due epoche storiche cruciali, gli anni Dieci/Venti con la Prima guerra mondiale e la rivoluzione, e gli anni Quaranta, due artisti e due forme d’arte, il cinema e la letteratura. Due linee narrative, quella del presente e quella del passato, nella rievocazione degli scritti autobiografici dell’autore, peraltro in ordine non cronologico, anticipando l’adolescenza all’infanzia per la sequenza con cui Leonid ha recuperato quei polverosi taccuini. La parte del passato è ricostruita con split screen, prevalentemente in tre parti, nella forma del trittico con un’immagine centrale e due laterali tra loro connesse e con combinazioni e relazioni variabili, come dei montaggi, delle attrazioni ma interni allo schermo. Gli stessi scritti dello scrittore sono ripresi analogamente con strutture tripartite, inquadrati dall’alto, con le parti di scrittura alternate a immagini di figurine inserite nei quaderni. La vita dell’agronomo e quella dello scrittore si specchiano, e la rivelazione finale, delle “turbe freudiane” cui era affetto il padre di Leonid, ci porta a quei conflitti psicanalitici con cui Mikhail Zoshchenko ha riletto la propria vita.

Nel film poi si dispiegano tutta una serie di forme di rappresentazione. Il teatro kabuki e quello messicano, amati da Eisenstein, le ombre cinesi, le danze, le forme di precinema come lo zootropio, le animazioni in stop motion, la fotografia che fa il padre di Leonid al figlio nelle varie fasi della crescita (riprendendo così l’invecchiamento proprio come le sequenze velocizzate dei semi che germogliano: la vita nel suo sviluppo), la pittura del padre di Semyon. Ci sono poi i due bambini, che sembrano Stanlio e Ollio, dispettosi e vandali che si accaniscono contro una, banale, statua femminile neoclassica del circondario. Prima la cospargono, nella zona del bassoventre, di una sostanza zuccherina in modo che le formiche si ammassino generando la figura di un triangolo pubico. Un’operazione alla Duchamp declinata in chiave naturalistica. Poi facendo esplodere quella scultura, nella distruzione di una forma di manierismo.

Con The Last Darling Bulgaria Aleksei Fedorchenko scrive, in chiave grottesca, un trattato sull’arte, e sul sapere, sulla sua evoluzione, sui rapporti di derivazione e ibridazione tra le sue diverse forme. La preziosa nuova mela, sempre in pericolo e sopravvissuta a un incendio del meleto che corrisponde alla fine del čechoviano Giardino dei ciliegi, evoca quelle nuove forme, necessarie per l’arte, che sempre il grande autore russo fa teorizzare al protagonista del Gabbiano.

Info
The Last Darling Bulgaria sul sito del Moscow Film Festival.

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