El ventre del mar

El ventre del mar

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Presentato in concorso al 43° Mosca Film Festival, El ventre del mar è l’ultima opera di Agustí Villaronga che prosegue il suo percorso di cinema della crudeltà, di ricerca antropologica sulla violenza, adattando un racconto di Alessandro Baricco sul disastro, avvenuto nel 1816, della fregata francese Méduse, e collegandolo ai barconi precari dei migranti che oggi solcano il Mediterraneo.

Gocce nell’oceano

Giugno 1816. La fregata Alliance, della Marina francese, rimase incagliata al largo del Senegal. Poiché le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti per accogliere tutti i passeggeri, venne costruita una zattera precaria in cui furono imbarcati 147 uomini: soldati, marinai, alcuni passeggeri e alcuni ufficiali. Le scialuppe avrebbero dovuto trainare la zattera fino alla costa, ma le funi, con cui erano attaccate, si spezzarono, lasciando la zattera alla deriva. La fame, la follia scatenarono una feroce lotta di sopravvivenza. Un orrore che è durato giorni e giorni. Di quei 147 uomini solo 9 hanno hanno avuto salva la vita. Tra di loro c’erano Savigny, un ufficiale medico, e Thomas, un timoniere. [sinossi]

Da sempre interessato alla violenza umana, alla sua genesi antropologica e al modo in cui si propaga, al prendere di petto le situazioni più atroci, il maiorchino Agustí Villaronga mette ora in scena una tragedia storica, riprendendo una novella di Alessandro Baricco, in El ventre del mar, presentato in concorso al 43° Mosca Film Festival. Si tratta del disastro della fregata francese Méduse, chiamata nel libro e nel film Alliance, cominciato il 2 luglio 1816 quando l’imbarcazione si incagliò al largo delle coste della Mauritania, vicino al Senegal, a causa dell’imperizia del suo comandante Joseph François Raoul. Le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti per accogliere l’intero equipaggio che fu così imbarcato su una grande zattera, realizzata nell’emergenza, che avrebbe dovuto essere trainata a riva dalle scialuppe. Le corde che la collegavano a queste però si ruppero facendo andare alla deriva quel natante improvvisato su cui si trovavano 147 persone, generando così un microcosmo disumano dove la lotta per la sopravvivenza passava per ingestione di feci, uccisioni per cannibalismo. Situazioni di aberrazione come quelle da sempre messe in scena da Agustí Villaronga. I sopravvissuti, dopo giorni di quell’indicibile sofferenza, sono stati 9, messi in salvo da una nave di passaggio. La tragedia è anche oggetto del dipinto di Théodore Géricault La zattera della Medusa, realizzato pochi anni dopo i fatti, tra il 1818 e il 1819, conservato al Louvre.

Come gli orrori della guerra si ripercuotono nel presente, nei film di Villaronga Tras el cristal ed El mar per esempio, così il regista spagnolo lavora nello stabilire un filo conduttore tra la tragedia ottocentesca della zattera, con quella condizione di brutalità primordiale che vi si crea, e quella dei barchini di migranti che solcano oggi il Mediterraneo, imbarcazioni altrettanto precarie che spesso portano a tragedie del mare. Con ciò il regista va ben oltre la semplice evocazione storica letteraria di Baricco. Prima di tutto iscrive tutta la vicenda in un contesto di sopraffazione coloniale e rende i personaggi, creati dalla penna dello scrittore, del timoniere Thomas e della sua fidanzata Therèse, quali degli africani coloniali. Villaronga inserisce poi nel film immagini reali, drammatiche di cadaveri di naufraghi, di ecatombi, di corpi sulle spiagge o recuperati in mare e ammassati in fosse comuni, un campionario di orrori del mondo contemporaneo. Il film è fotografato in bianco e nero con poche scene a colori comunque molto scialbi, in modo da creare un’omogeneità cromatica per collegare queste immagine attuali, dall’estetica da fotografia sociale alla Salgado, e le tetre tonalità caravaggesche del dipinto di Géricault. E ancora, per segnalare questa derivazione nel presente, realizza un montaggio serrato tra immagini fotografiche, di cadaveri straziati, e close up sul dipinto che evidenziano ancora corpi dilaniati e mortificati, risultato di uno studio realistico che il pittore romantico fece in un obitorio.

Per la terza volta, dopo La leggenda del pianista sull’oceano e Seta, un regista utilizza un testo di Baricco, le cui narrazioni funzionano come flussi verbali ridondanti, fascinosi e compiaciuti, perfette tuttalpiù per monologhi teatrali. Così in effetti era concepito Novecento da cui Tornatore non poteva che distillare la trama per farne un kolossal cinematografico, negando del tutto quell’atmosfera da teatro povero di narrazione dell’originale. Il testo Il ventre del mare, parte del libro Oceano mare, è costituito dai monologhi dei due protagonisti, Savigny e Thomas. Villaronga lo rispetta sostanzialmente, con leggere varianti. Il regista usa le parole dello scrittore come una costrizione entro cui muoversi, come una di quelle gabbie in cui imprigiona spesso i suoi personaggi. L’invenzione, oltre a quella di rendere Thomas africano (nel testo non vi è nessuna indicazione della sua nazionalità ma si presume sia francese), consiste nell’immaginare ambienti e interlocutori dei due personaggi: i giudici al processo in cui i due si confrontano (un processo fu effettivamente celebrato anni dopo per la strage della Méduse), o la madre di Thomas nel loro villaggio africano.

Villaronga mantiene una dimensione antinaturalistica ambientando buona parte del film negli interni polverosi di un grande palazzo vetusto, con i suoi cunicoli, i suoi manufatti, le sue botti e cisterne (si tratta di Es Sindicat, un grande stabilimento dismesso per la produzione di vino sull’isola di Maiorca). In una di queste stanze c’è la zattera in una piscina, contornata così da pareti chiuse. Così Villaronga immerge in suoi personaggi in una situazione claustrofobica, pari alla stanza del polmone d’acciaio di Tras el cristal, tenendo al contempo una dimensione surreale, quasi teatrale. Fa pensare in effetti al celebre Orlando Furioso televisivo di Luca Ronconi che inventò un mare allagando le stanze affrescate del Palazzo Farnese di Caprarola). A queste scene se ne alternano altre, naturalistiche, girate in una zattera nel vero mare aperto, rendendo in questo caso la poesia dell’”oceano mare”, il principio finale, e il cimitero, che inghiottirà quegli sfortunati naviganti, che si trasfigureranno in quelle profondità, come il cadavere fluttuante di Therèse, un angelo sospeso tra coralli e gorgonie, resi da quella fotografia abbacinante in bianco e nero.

Info
El ventre del mar sul sito del Festival di Mosca.

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