Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto

Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto

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Vincitore della Genziana d’oro al 69° Trento Film Festival, Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto dello svizzero Aldo Gugolz segue la vita di alcune persone che conducono un alpeggio, in una valle estrema in Canton Ticino. Il documentario su quella vita marginale, immersa nei cicli e con i ritmi della natura tra le capre e le mucche, si ibrida alla detective story, nella vicenda della misteriosa morte di un bracciante macedone che lavorava in quell’alpeggio.

Ti sorridono i monti

Fabiano ha ereditato la piccola azienda agricola del padre, in una valle isolata della Svizzera meridionale. Possiede cinquanta capre e otto mucche, e sta facendo del suo meglio per continuare a produrre lo speciale formaggio d’alpeggio fatto dai suoi genitori hippy negli anni Ottanta. Ma è pieno di debiti, la malga che affitta per l’estate è fatiscente, e la vendita del formaggio di capra non più redditizia. I suoi pensieri tornano a un incidente mortale occorso l’anno precedente a un lavoratore clandestino macedone. La sua morte lo perseguita, perché sente di esserne almeno in parte responsabile. Fabiano sarà presto padre. La sua ragazza Eva è incinta, e spera di realizzare il suo sogno di una vita semplice circondata dalla natura e dagli animali. [sinossi]

Un edificio rustico immerso in un paesaggio nella nebbia, si odono i tuoni di un temporale. Gli occhi delle vacche e delle capre. Con queste immagini di poesia rurale si apre Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto, il documentario elvetico che ha vinto la Genziana d’oro al 69° Trento Film Festival, dopo essersi aggiudicato il Prix du Jury a Visions du Réel 2020. Il film racconta di un mondo ai margini, quello di Fabiano e della sua compagna Eva che, con alcuni braccianti stagionali, conducono un alpeggio in una valle completamente isolata del Canton Ticino. Siamo tra le valli Onsernone e Vergeletto, nel distretto di Locarno, città di cui si riconoscono alcuni scorci, noti ai frequentatori del festival, nell’unico momento urbano, quando Fabiano scende per vendere i formaggi. Fabiano non fa parte di una famiglia contadina da generazioni e non è nemmeno uno di quei cittadini che è fuggono dalla vita urbana aprendo qualche stucchevole agriturismo. Suo padre, un uomo anziano con una foltissima barba bianca, era un hippy che si era trasferito lì dalla Svizzera tedesca, per sperimentare forme di utopia e di collettivismo a contatto con la natura. Una vita rurale che non è stata scelta, che si rivela nel film non così idilliaca come la si potrebbe romanticamente dipingere. La sua baita sta andando a pezzi e non può ripararla, i suoi formaggi d’alpeggio sono continuamente deprezzati. Tra gli abitanti di quella valle così pittoresca, poi, è diffusa la piaga dell’alcolismo. Così racconta quel mondo Aldo Gugolz, con uno sguardo inesorabile, vicino a quello del film Sans adieu di Christophe Agou, altro documentario recente sulla vita rurale.

La vita, dura, di Fabiano ed Eva è comunque legata ai cicli della natura, indissolubilmente. Viene messa in parallelo la vacca che partorisce mentre la stessa Eva è incinta. Lei vuole allontanarsi, da quella vita e dal lavoro quotidiano, solo per lo stretto necessario per il parto in clinica. Per lei è importante rimanere lì durante la gravidanza, lo dice accarezzando una capretta. Dopodiché il bimbo vivrà all’aria aperta. Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto segue quei ritmi di vita contadina. I vitellini che vengono alla luce, massaggiati, il pascolo delle capre, la mungitura, l’attività casearia. Una vita rurale destinata a scomparire nell’indifferenza generale, laddove naturalmente la natura è anche matrigna. In quelle valli sono frequenti gli acquazzoni e si creano numerosi fulmini che possono essere pericolosi.

Il quadretto agreste è da subito turbato da qualcosa di sinistro. Vediamo da subito che è in arrivo una troupe televisiva per un’intervista, interna al film, a Fabiano, che poi si rivedrà in televisione nel baretto più vicino. Non un programma sulla vita contadina, bensì un servizio giornalistico che si occupa del bracciante macedone che lavorava nell’alpeggio, di cui sono stati trovati i resti, e sulla cui morte aleggia un fitto mistero. Parallelamente a quell’affresco montanaro, il film sviluppa una detective story, in una progressione narrativa. Una storia che racconta ancora molto di quell’esistenza. Fabiano, e nessuno dell’alpeggio, ne aveva denunciato la scomparsa. Perché in quel mondo può capitare che qualcuno se ne vada, non riuscendo ad adattarsi, senza neanche congedarsi. Era stato preso a lavorare in nero, ma sembra difficile immaginare che quell’esistenza marginale preveda assunzioni con pagamento di contributi. Come in ogni detective story si arriverà a una conclusione, parziale, più una supposizione. Anche la procura giungerà all’archiviazione. In quel mondo perduto, lontano da tutto, anche dall’amministrazione della giustizia.

Info
Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto sul sito del Trento Film Festival.

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