Un altro giro

Un altro giro

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Un altro giro in originale si intitola Druk, traducibile come ubriacarsi, sbronzarsi. Il tema della dodicesima regia di Thomas Vinterberg è dopotutto quello, ragionare sulla necessità di gestire il proprio istinto al bere nella società occidentale: peccato che il regista di Festen e Via dalla pazza folla lasci ai suoi personaggi la possibilità di bere fino a stordirsi ma non sappia uscire dalla gabbia (contenutistica, stilistica e morale) in cui si rintana da decenni, dove è al sicuro da tutto, perfino dal cinema.

Idioti Ubriachi

Martin, un professore di scuola superiore, scopre che i suoi studenti, i suoi coetanei e persino sua moglie lo trovano noioso, apatico, cambiato. Non è sempre stato così: è stato un docente brillante e un compagno appassionato, quando era più giovane, ma ora è come spento. D’accordo con i colleghi e amici Tommy, Nicolaj e Peter, decide allora di cominciare, insieme a loro, a bere regolarmente ogni giorno, per supplire alla carenza di alcol che l’uomo si porta dietro dalla nascita, secondo la teoria del norvegese Finn Skårderud. L’esperimento, che ha anche un’aspirazione scientifica, comincia subito a dare i primi frutti e Martin torna ad essere un insegnante apprezzato e speciale. Ma gli amici rilanciano, aumentando il tasso alcolico e le cose prendono un’altra piega. [sinossi]

Infine è dunque arrivato anche nelle sale italiane Druk (tradotto come Un altro giro, mentre come si vedrà più avanti la traduzione letterale sarebbe ubriacarsi o meglio ancora sbronzarsi), il dodicesimo lungometraggio diretto da Thomas Vinterberg in venticinque anni di carriera. Un (altro?) giro lungo, che ha portato il film dai fasti inappagabili di Cannes 2020 – quella Croisette mai esistita nella realtà ma per la quale la direzione artistica ha voluto nonostante tutto assegnare dei “bollini di qualità” destinati ai titoli che avrebbero potuto far parte della selezione: c’era anche Vinterberg nella lista – ai festival autunnali e poi al trionfo tanto agli EFA, dove Un altro giro si è accaparrato i premi per film, regia, attore protagonista, e sceneggiatura, quanto agli Oscar che l’hanno incoronato “miglior film internazionale”, la dicitura che da qualche tempo ha sostituito la formula del “film straniero”. La sbornia dopo tutto questo successo è a dir poco giustificata, anzi lo sarebbe perfino la sbronza colossale che i quattro amici protagonisti si prendono – con risultati disastrosi – quando decidono di alzare l’asticella della loro ricerca sulle qualità dell’alcol. Vinterberg, che dopo oltre due decenni ancora faticava a scrollarsi di dosso l’appellativo di “regista di Festen”, ha al di là di ogni ragionevole dubbio raggiunto l’apice del proprio percorso artistico, con un film che ribadisce i punti salienti della poetica espressiva del regista e allo stesso tempo si apre al grande pubblico, attraverso un racconto universale e facilmente comprensibile per chiunque. Perché cos’è Un altro giro se non una digressione agrodolce sul tema dell’invecchiamento, dell’impossibilità di sfuggire alla routine a suo modo autolesionista di una società che accetta gli alcolici come veicolo forse persino privilegiato della socialità e al tempo stesso condanna moralmente e spesso penalmente l’abuso eccessivo delle medesime sostanze. Solo alla giovinezza è consentito “insanire” attraverso l’alcol, come testimonia il brillante incipit del film. Ma Martin, Nicolaj, Peter e Tommy non sono più giovani, per quanto con gli adolescenti abbiano a che fare ogni singolo giorno: nello stesso liceo esclusivo Martin insegna Storia, Nicolaj psicologia, Peter musica e Tommy li educa sportivamente. Eppure, suggerisce lo psicologo alla cena per i suoi quarant’anni durante la quale Martin si mostra depresso – il rapporto coniugale non è soddisfacente, quello professionale se è possibile ancor meno –, c’è una teoria che spinge ad assumere consapevolmente ogni giorno un livello standard di alcol in grado di migliorare il rendimento personale e sociale dell’individuo…

L’idea attorno alla quale ruota Un altro giro è brillante, e non merita di essere trattata con superficialità. In una società occidentale dominata dal benessere, dal rapporto sociale come vincolo attraverso il quale ottenere una credibilità e un prestigio che si riflettono anche a livello lavorativo (e scolastico: in tal senso intelligente la scelta di spingere Peter a consigliare a uno studente particolarmente emotivo di affrontare gli esami solo dopo essersi fatto un goccetto), l’alcol è un passaggio tanto propedeutico quanto guardato con sospetto. Condannato e accettato nel medesimo istante. Ma com’è possibile mantenere l’equilibrio senza lasciarsi dominare dall’istinto dei sensi, quei sensi resi ipersensibili dall’incontro con birra, vino, vodka o whisky? La prima parte di Un altro giro è in tal senso anche la più interessante, perché costringe lo spettatore a sancire un patto a suo modo “immorale” (per quel che concerne la morale condivisa, è ovvio) con i personaggi in scena, che dovranno essere incitati a bere quel goccio in più che permetterà loro di essere meno costretti nel ruolo in cui si sono infagottati e dunque più liberi, strutturalmente anarchici. Finché Vinterberg mantiene la narrazione nel campo dell’incontro tra euforia alcolica e rigore della ricerca il film procede in una direzione affascinante, per quanto già si evidenzi la pudicizia del tutto inopportuna del regista danese. Con il procedere dell’azione però i nodi inestricabili del cinema di Vinterberg vengono al pettine, uno dopo l’altro, tanto sul versante estetico quanto su quello contenutistico e in ultima istanza morale.

Nelle mani di un cineasta iconoclasta Un altro giro sarebbe divenuta una sarabanda, magari anche ostica e dolorosissima, su un’esperienza umana portata alle estreme conseguenze, in barba alle regole della società e ai costumi del popolo. Lars Von Trier, che qui pure partecipa alla coproduzione con Zentropa, indicò la via – scatenando putiferi e dibattiti infiniti: bei tempi – nel 1998 con Idioti, ma a Vinterberg non manca solo l’estremismo del compatriota, ma anche e soprattutto la voglia di sporcarsi con la materia che sta maneggiando. Potendo contare su un parterre attoriale di eccellente livello capitanato dal sempre fulgido Mads Mikkelsen Vinterberg riesce a mescolare le carte, ma poco per volta si fa largo lo spettro della morale, su cui tutto il luteranesimo danese poggia le sue basi portanti. Se Von Trier si getta con cotanta protervia alle spalle la morale dominante, Vinterberg vi si avvinghia con forza, aggravando il peso con un retrogusto classista che infastidisce la visione: ecco dunque che non solo l’obiettivo finale per ritrovare se stesso del protagonista sia quello di ritornare a casa con la moglie, ma anche che l’unico a dover soccombere davvero sia l’amico che non insegna materie umanistiche e dunque fondamentali, ma solo il divertente ma in fin dei conti inutile calcio per i bambini. Mentre i personaggi sbevazzano, si ubriacano, urinano nel proprio letto, si addormentano nel vialetto dei vicini, Vinterberg si ripara nella sua gabbia, comodamente al sicuro dalle sporcizie del mondo, e da lì si limita a filmare gli eventi, in una prospettiva borghese che smentisce in ogni suo passaggio l’assunto anti-borghese del discorso (pratica questa a cui il regista ha oramai abituato i suoi spettatori). Invece di comprendere come la messa in scena in sé equivalga alla ricerca di un equilibrio tra la furia della sbronza e il rigore dello sguardo, Vinterberg si accontenta della via più facile, sicuramente accogliendo al suo desco falangi di nuovi spettatori ma allo stesso tempo chiudendo una volta di più l’occhio al cinema, e al suo reale potere inebriante.

Info
Un altro giro, il trailer.

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