Guarda in alto

Guarda in alto

di

Guarda in alto segna nel 2017 l’esordio alla regia di un lungometraggio per Fulvio Risuleo, già autore di due cortometraggi apprezzati e premiati a livello internazionale come Lievito madre e Varicella. Guarda in alto gioca apertamente con i codici del surreale, mettendo in scena Roma come nessuno aveva mai osato prima: dall’alto dei tetti. Un film, a tratti sbalestrato, che guarda alla luna, a Méliès, al cinema come fantasmagoria in fuga dal reale.

Tetti

Teco è un fornaio dall’aria delusa che una mattina come tante si reca sul tetto dell’edificio in cui lavora per fumare una sigaretta. È incuriosito dal volare di un gabbiano che sembra muoversi diversamente dagli altri. Il gabbiano è un congegno meccanico che cela all’interno una mano mummificata. Da qui inizia per Teco (insieme alla nuova conoscenza Stella) un viaggio meraviglioso sui tetti di Roma, tra fughe, peregrinazioni, incontri bislacchi, cunicoli e labirinti. [sinossi]

Si può viaggiare verso la luna? In epoche dominate dai nuovi magnati del Capitale, che corrono con i loro razzi verso Marte e propongono per i super-ricchi vacanze da sogno nel bel mezzo della galassia, Fulvio Risuleo esordisce alla regia balzando indietro nel tempo, tornando al sogno-cinema – o cinema del sogno – di Georges Méliès (ma anche di René Clair), preconizzando una riconquista della luna che non è mai piena ma mezza, a falce, quasi sorridente. Guarda in alto è “vecchio” di soli quasi quattro anni, ma sembra già dimenticato da un mondo del cinema italiano così inutilmente rutilante da mandare al macero tutto ciò che ai suoi occhi non appare evidentemente moderno, in grado di accaparrarsi le simpatie anche del più negletto degli spettatori. Nel frattempo l’oggi trentenne Risuleo ha estratto dal cappello a cilindro anche un’opera seconda, Il colpo del cane, guardata con il medesimo disinteresse da un mondo del cinema (tutto compreso, dalla produzione alla critica) che non sa più distaccarsi dall’impressione del vero, dalla rappresentazione credibile, dalla realtà che si trova a fondersi con la ricostruzione finta. E così i due film messi insieme al botteghino non hanno racimolato neanche cinquantamila euro. Una miseria, non c’è dubbio. Se si torna a Guarda in alto a quattro anni di distanza dalla sua realizzazione è anche e soprattutto perché Fuori Orario – Cose (mai) viste, miracoloso oggetto resistente nella mediocrità culturale degli attuali palinsesti televisivi, lo espone nuovamente al pubblico, cercando di convincerlo a uscire dalle secche mortifere della “verità” per ritrovare in qualche modo la via che porta alla luna. La via che porta al cinema.

Guarda in alto è un film assai piccolo produttivamente (fu la Revok di Donatello Della Pepa e Salvatore Lizzio a credere nel progetto; il nuovo film di Risuleo, ancora in sviluppo e dal titolo provvisorio La maga, dovrebbe invece essere prodotto dalla Elsinore Film di Annamaria Morelli), un’opera prima che si pone da subito un grande quesito, già di suo abbastanza inusuale: come si può girare un film interamente a Roma evitando qualsiasi tipo di cliché in cui l’immaginario odierno ha intrappolato la visione della città? Ecco dunque che per primo è lo stesso regista a porsi l’obiettivo che determina il titolo, guardando in alto. Il suo film, dopo un brevissimo incipit sotterraneo, nel quale viene mostrato il protagonista Teco – molto bravo, con il suo sguardo eternamente spaesato eppur sovreccitato Giacomo Ferrara, che alcuni ricorderanno nel ruolo di Spadino in Suburra e ha poi lavorato con Claudio Amendola a Il permesso – 48 ore fuori – alle prese con il deprimente lavoro di fornaio, si svolge quasi interamente sui tetti. Di più: Roma, con il suo dedalo di strade che hanno fatto la storia del cinema, dalle arterie più imponenti ai viottoli del centro, viene completamente trasfigurata, perché la si può attraversare senza quasi mai mettere piede a terra, di tetto in tetto, di terrazza in terrazza. Così come esiste una via alternativa alla viabilità (non a caso il film mostra anche mongolfiere, e razzi spaziali), allo stesso modo sembra suggerire Risuleo esiste una via alternativa al cinema italiano canonico. Quella via, poco battuta, è la via dell’eccesso.

In un film produttivamente piccolo come Guarda in alto tutto in realtà è enorme, portato alle estreme conseguenze, gargantuesco e folle. Ragazze francesi che atterranno in mongolfiera, schiere di bambini armati di tutto punto che dominano le terrazze, nani mascherati da bambini che costruiscono razzi per raggiungere la luna, gabbiani meccanici, suore malavitose, bische notturne clandestine, mani mummificate, apicoltori smemorati che vivono dentro le rovine della Città Eterna, che è eterna proprio perché capace di mutare forma, senso, struttura alle cose. Risuleo sguaina la spada dell’immaginario, e nel mezzo del “reale” come unica forma di senso dell’audiovisivo lancia un missile fantasmagorico, che non ha timore mai del ridicolo e che cerca disperatamente di riscoprire la naiveté troppo spesso dimenticata del cinema. In un processo simile è inevitabile che alcuni passaggi si dimostrino ridondanti, slabbrati, meno ispirati, ma nel complesso è impossibile non lodare il coraggio leonino di un ventiseienne che non accetta la prassi e rivendica il diritto alla visione. Un film così in grado di comprendere le derive del contemporaneo da divenire automaticamente démodé: troppo bizzarro per un pubblico disabituato alle deviazioni, ai percorsi alternativi. In un cinema italiano che si divide tra chi prende la Cristoforo Colombo verso il mare, chi imbocca l’Aurelia e chi si perde tra le viuzze dietro Colle Oppio o le salite impervie dei Parioli, Risuleo scala i tetti, cercando rifugio da tanta normalità, per provare prospettive nuove, traiettorie non dormienti dello sguardo. Per riaprire gli occhi sulla notte stellata, e su quel satellite naturale – ben più vero dunque di tutte le verità del cinema italiano attuale – che è già sogno, già immagine, già cinema.

Info
Guarda in alto, il trailer.

  • guarda-in-alto-2017-fulvio-risuleo-03.jpg
  • guarda-in-alto-2017-fulvio-risuleo-02.jpg
  • guarda-in-alto-2017-fulvio-risuleo-01.jpg

Articoli correlati

  • In sala

    Il colpo del cane (2019) di Risuleo - Recensione | Quinlan.itIl colpo del cane

    di Fulvio Risuleo, già regista di Guarda in alto, segna con Il colpo del cane un netto passo avanti all'interno della sua filmografia. Una commedia amara, ben strutturata sotto il profilo narrativo, e che ragiona con intelligenza sul punto di vista, proprio e degli spettatori.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento