Crudelia

Crudelia

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Accolto con generale favore dalla stampa e dal pubblico, Crudelia (lo spin-off sulle origini dell’antagonista de La carica dei 101) è un film che mostra con dovizia di particolari la crisi all’interno dell’industria hollywoodiana dell’immaginario. Il film di Craig Gillespie è infatti proteso all’ennesima genealogia del male, quasi che non si volesse accettare la natura umana nel suo complesso, e riduce tutti i traumi a un bugiardino degli studi freudiani. Per colorire questa matassa poco interessante di negazioni di sé e duplicità dell’essere il regista ricorre a una messinscena colorata, ma babelica e superflua nella sua miscellanea di istanze culturali, estetiche, cinefile e musicali del tutto distanti tra loro. La pur brava Emma Stone è dunque intrappolata in un ennesimo “micro-universo” di racconto, proprio di un mondo che non sa più raccontare.

Cani e padroni di cani

Un live-action dedicato alla figura di Crudelia De Mon. Il film si concentra sulle origini della donna divenuta popolare grazie al cartone animato La carica dei 101 e successivamente grazie all’interpretazione di Glenn Close ne La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera, e nel sequel La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda. [sinossi]

È un vero peccato che dapprima Dana Fox e Tony McNamara, autori della sceneggiatura di Crudelia, e quindi Craig Gillespie a cui è stata assegnata la regia non siano tornati con la mente a un passaggio di Suspiria di Dario Argento, per l’esattezza quello in cui l’aspirante ballerina Susy Bannion incontra il colto professor Milius, che le spiega che “Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno”. Anche Crudelia De Mon (o Cruella De Vil, se ci si affida all’originale: non sarebbe stato un gran danno lasciare la celeberrima traduzione italiana nell’adattamento, ma tant’è), pur non possedendo poteri paranormali, fa il male, nient’altro al di fuori di quello, e sarebbe stato utile tenerlo a mente. Quando Rob Zombie, con grande sprezzo del pericolo, si accinse a una riscrittura di Halloween, pensò bene di raccontare l’infanzia di Michael Myers, quella di cui si era liberato John Carpenter con una dissolvenza in nero nell’originale: eppure, nonostante l’inquadramento di un background antropologico e culturale, ebbe la brillante intuizione di non cercare in nessun modo di trovare giustificazione alla propensione alla violenza e all’omicidio del suo protagonista. Non più un babau al limitar della fiaba, come nel 1978, ma comunque un essere umano che fa il male, nient’altro al di fuori di quello. Sì, è davvero un peccato che chi ha lavorato alla costruzione di Crudelia non abbia visto accendersi la stessa scintilla nella notte: si sarebbe forse evitato l’ennesimo tentativo di spiegare il cattivo, pratica oramai sempre più diffusa a Hollywood, tempio del cinema che ha dimenticato i principi salienti del senso della narrazione, della fabula e in ultima istanza – o prima – dell’immaginario. L’accoglienza del nuovo live action firmato dalle produzioni Disney è stata quasi ovunque trionfale, e non c’è da stupirsi: da un lato una commedia con ampi rimandi drammatici ritmata a colpi di hit parade del rock che da sola sarà costata come l’intera produzione cinematografica annuale rumena, e dall’altra l’ennesimo oggetto audiovisivo pronto a incastonarsi a mo’ di tassello nel mosaico di un microcosmo a se stante. Qualcuno si stupirebbe se la Casa del Topo creasse un suo “verse” attingendo alla miriade di storie raccontate – con ben altra comprensione del senso dell’immagine – nel corso dei decenni? Quanti film si potrebbero creare partendo dalla riscrittura del personaggio di Crudelia/Cruella, la nuova “baronessa” della moda londinese? Molti. Troppi. Decisamente troppi.

L’idea di Crudelia è decisamente semplice, per quanto ben pensata: prendere il supercattivo di un film a suo modo iconico (La carica dei 101, sia nella versione cartoon del 1961 che in quella live-action del 1996, cui purtroppo fece seguito nel 2000 anche l’imbarazzante La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda), e raccontarne le origini per cercare di trovare il punto esatto in cui il piano mentale si è incrinato senza più tornare a posto. Lo stesso identico schema che guidò la mano di Todd Phillips nel pittare il suo Joker di rimasticature del Travis Bickle di Taxi Driver. Qui ovviamente la sfida è duplice, perché (contrariamente a Batman e Il cavaliere oscuro) La carica dei 101 è un film tarato interamente ad altezza bimbo. Ecco dunque che, con la narrazione in prima persona – che Craig Gillespie aveva utilizzato con ben altri risultati in Tonya –, lo spettatore viene introdotto alla conoscenza della piccola ed esuberante Estella, bimba che la madre vorrebbe pacata e dolce ma che, a partire da una riconoscibile capigliatura bicroma che ricorda l’incontro a nord di Manaus tra Rio Negro e Rio delle Amazzoni (o semplicemente lo Yin e lo Yang del taoismo), sprizza orgoglio e vitalità da tutti i pori. Dopo essere stata espulsa dal college per eccesso di bravate – in risposta però sempre a delle dichiarate provocazioni – Estella viaggia con la madre alla volta di Londra, ma prima di arrivare a destinazione accadrà un evento che la traumatizzerà vita natural durante, e che qui viene risparmiato per non incorrere nella lesa maestà dello spoiler. Se il percorso di (de)formazione della protagonista permette a Gillespie di attingere a Dickens, con un processo di riutilizzo del riferimento culturale su cui si tornerà tra poco, il senso dell’operazione è quello che si citava dianzi, vale a dire normalizzare la follia di Crudelia, o per meglio dire contestualizzarla in modo da smussare gli angoli. Nell’atto della fabula, la creazione di personaggi ostili come possono essere i draghi, le streghe, i giganti, gli orchi, sta a indicare la necessità per il bambino che vi si confronta di sapere e accettare che al mondo esistono esseri umani che possono deliberatamente e volontariamente – magari anche con un eccesso di voluttà – agire per compiere il “male”. La nuova narrazione hollywoodiana, che a quanto pare non fatica a fare proseliti anche in Europa, vuole invece che tali personaggi siano ricondotti a un autobiografismo nel quale rintracciare senza difficoltà il senso di tale agire. Una vera e propria genealogia del male, che affonda sempre le radici in una lettura da “Freud for dummies” della società, per cui la nemesi è da rintracciare in forma esclusiva nella famiglia, e ancor più nel ruolo materno. È colpa della madre (delle madri) se Crudelia è così, se Crudelia si nasconde nel viso angelico di Estella ma cova sotto la parrucca che indossa per non farsi notare un desiderio di vendetta, di dominio, forse anche di sterminio. Ovviamente, essendo un’eroina a tutto tondo, per quanto più sarcastica del dovuto, Crudelia non può far fede davvero al suo nome: non uccide i cani, non uccide la donna che vuole sostituire per divenire la (e)stella di prima grandezza della Swinging London in odor di punk. Non abbandona neanche gli amici nel momento del bisogno, per quanto abbia imparato a trattarli come fossero suppellettili. Crudelia, ci insegna Gillespie, è buona, solo che ha avuto un’infanzia difficile. Tutti gli uomini del mondo, ci insegna Gillespie, sono in realtà buoni: Walt Disney si rivolterebbe nella tomba.

Gillespie si trova a maneggiare una creatura costruita perfettamente a tavolino per non offendere nessuno, in nessun modo possibile e immaginabile. Eppure Crudelia dovrebbe essere una punk, una ribelle, una che manda all’aria i baronati della moda, la Vivienne Westwood di Disney+. Il problema è che nell’ottica contemporanea questo personaggio privo di profondità, dai riflessi emotivi quasi pavloviani, senza neanche la dote della cattiveria fine a se stessa – che ha sempre reso immortali, splendidi, i villain –, è davvero considerato “punk”. Perché rifiuta la società? Quando mai, l’unico desiderio della protagonista è diventare il nome di punta della moda. Perché è rifiutata allora dalla società? Falso anche questo, nonostante qualche tribolazione iniziale la giovane si ritrova assunta dalla maison delle maison, la più prestigiosa della capitale inglese. Per la concezione attuale dell’immagine Crudelia è punk perché utilizza quell’immagine, sic et simpliciter. Artie è un glam bowiano perché così si trucca e così si veste. Tutto, in Crudelia, è riferito alla mera immagine, tutto è ridotto all’icona, al simbolo, al segno. In questa depauperazione di qualsiasi riflessione ulteriore sul tempo si può giocare con l’arma impropria del sincretismo, mescolando Godard a Il diavolo veste Prada, ricopiando il celebre lavoro sugli insetti di Jan Fabre e martellando lo spettatore con una colonna sonora tutta da canticchiare mentre si segue il film, tra Doors, Stooges, Blondie, Nina Simone, Electric Light Orchestra, Queen, Clash, Animals, Rolling Stones, Zombies, Deep Purple, David Bowie, Black Sabbath. Tanto per non lasciare dubbi sull’operazione (e rendere palese il riferimento a Joker) viene anche ripescata Smile di Charlie Chaplin, qui nell’interpretazione di Judy Garland. Questo profluvio di citazioni, atte a rimpolpare un corpicino altrimenti assai rachitico, è anche l’indice della volontà della Disney di ammaliare fasce di spettatori, pur dichiaratamente “non mainstream” pronte però a lasciarsi avviluppare da citazioni da cogliere, spezzoni musicali e cinematografici da esibire, reminiscenze di performance artistiche o della moda. Schiere di spettatori che si lasciano affatturare da un’immagine, di nuovo, dimentiche del senso che dovrebbe veicolare. Nel 1961 La carica dei 101 aveva la capacità di ragionare tanto sul mondo beatnik quanto sulla nuova borghesia, passando in rassegna le evoluzioni della moda, e dimostrandosi appieno all’interno del proprio tempo, e quindi moderno. All’opposto Crudelia è dichiaratamente fuori da ogni tempo, da ogni rappresentazione dello spazio: il suo atto di teppismo e di non accettazione della prassi è quello dell’agente di borsa che fuori dall’orario di ufficio tira un sasso contro il vetro di una finestra. Come in una Babele contemporanea Gillespie lascia confondersi tutti i riferimenti culturali, spogliandoli dunque del loro naturale peso politico, e proponendo un pout pourri innocuo, inoffensivo, stiloso il giusto (altrimenti come si fa a pubblicizzare il film su Instagram?), in cui anche una fettina di banana incollata sulla guancia è inquadrata nella prospettiva meno disturbante. Un’industria che accetta l’immagine in quanto tale e si premura solo che non risulti indigesta ha già di per sé abdicato a qualsiasi ruolo che non sia puramente commerciale. Ma ci sono i Clash in colonna sonora, e Jan Fabre, e la citazione di Chanel: non lo vedi che ficata?

Info
Il trailer di Crudelia.

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1 Commento

  1. FEDERICO 07/07/2021
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    Recensione eccessivamente demolitrice. Per carità, il film ha i suoi difetti ma non merita assolutamente un quattro. I film veramente brutti sono ben altri.

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