Morrison

Quarto film di Federico Zampaglione, Morrison racconta un mondo che il cantautore conosce bene, quello della musica, dei locali underground e delle case discografiche, fatto di entusiasmi iniziali quanto di successi effimeri, di opportunismo e sfruttamento, di carriere che poco hanno a che fare con il talento. Un’opera sentita ma che fa i conti con una sceneggiatura di frasi fatte e situazioni stereotipate, e dal sapore misogino.

Amava i Beatles e Libero Ferri

Lodo ha vent’anni e vive le difficoltà della sua età, tra un difficile rapporto con il padre e il tentativo di conquistare Giulia, la sua coinquilina. Si esibisce con i MOB, una band indie, in un leggendario locale romano: il Morrison. Un giorno, casualmente, la strada di Lodo incrocia quella di Libero Ferri, ex rockstar dalla carriera in stallo, che cerca di ritrovare il successo ma finisce per chiudersi sempre di più in se stesso, trascurando la bella moglie Luna e vivendo isolato nella sua lussuosa villa. [sinossi]

Federico Zampaglione torna a dirigere un film, a nove anni da Tulpa – Perdizioni mortali, accantonando il cinema di genere per un’opera personale e sentita quale Morrison, che parla del mondo cinico dell’industria discografica, delle carriere effimere che portano sull’altare, con relativi deliri di onnipotenza da grande star, per poi ritrovarsi dimenticati nel giro di un attimo, sostituiti prontamente da nuove band all’ultima moda. Si parla di talento e di passione, anche questi che vanno e vengono, e di merchandising artistico, di gavette in locali underground, dove tutto si fa in nero, in cui si può essere scoperti come rimanere anonimi e continuare a esibirsi per gli avventori del locale, raccattati tra amici e parenti come pegno per potersi esibire. C’è sicuramente molto di autobiografico per il leader dei Tiromancino nel film che è tratto dal suo romanzo Dove tutto è a metà, scritto insieme a Giacomo Gensini. Zampaglione probabilmente si sdoppia nelle figure del cantante navigato, il debosciato Libero Ferri, ormai in declino irreversibile, e il giovane entusiasta Lodo, musicista per diletto con la sua band di amici. Libero Ferri parla di un suo amico, celebre regista, per cui ha scritto varie colonne sonore, e Zampaglione ha effettivamente composto un brano per Le fate ignoranti. La compagna di Ferri, Luna, poi è interpretata da Giglia Marra che risulta dai gossip proprio l’attuale fidanzata del frontman dei Tiromancino.

L’inizio del film, con il carrello che segue la fila alla biglietteria del locale Morrison, che si trova su una chiatta sul Tevere, fa ben pensare sulla tenuta e la buona fattura dell’operazione. Ma Morrison scricchiola progressivamente, scadendo con una sceneggiatura di personaggi e situazioni stereotipati, di frasi fatte, di elementi gratuiti. La figura del padre di Lodo per esempio è appena tratteggiata e la sua morte è buttata lì, un elemento narrativo del tutto gratuito. Così come la parte in cui il ragazzo lavora nell’agriturismo in Liguria. Forse sono ancora elementi autobiografici, ma il buon vecchio Hitchcock insegnava che le parti inutili della vita andrebbero tolte al cinema. La situazione finale in cui poi l’anziano cantautore si lascia andare nei vizi, rimasto solo, con carica autodistruttiva, e si fa trascinare nei giri della malavita, perdendo i suoi beni a poker, sfiora davvero il ridicolo.

Stereotipata è poi la donna traditrice. C’è Luna che si mette con il rampante collega, dopo aver colto Libero in un momento imbarazzante con Giulia, la ragazza di Lodo. Per la compagna di Libero, scoprirne l’infedeltà è solo un pretesto per lasciare un uomo in declino e mettersi con una persona di successo, il collega con cui era già molto legata, probabilmente non aspettava altro. Per un momento si può immaginare che la donna possa mettersi con Lodo, l’altro cornuto, per rendere pan per focaccia, ma sarebbe davvero troppo. Sembra concepita da una mentalità misogina poi la figura di Giulia, la ragazza arrampicatrice sociale che “la dà” a chi serve per far carriera, che torna poi nel finale con la coda tra le gambe da Lodo, che la rifiuta compiaciuto, nella sua raggiunta maturità di chi ha capito come non farsi sottomettere dalle donne. Telefonatissimo poi lo sguardo geloso del ragazzo, quando lei gli chiede il contatto di Libero per ringraziarlo: tutto diventa così prevedibilissimo. Poco credibile anche il rapporto d’amicizia tra il cantautore decadente e il musicista in erba, a parte farci vedere che si fa carriera, nella musica come nel cinema, solo se si hanno amicizie che contano. Durante il loro primo incontro, quando Libero invita Lodo nella sua lussuosa dimora, il primo esorta il secondo a trattenersi ancora, gli vorrebbe far vedere ancora qualcosa, mentre il secondo rifiuta adducendo un impegno, nonostante debba coltivare quella nuova amicizia? Un’avance omosessuale? Anche questa ipotesi non ha nessun seguito né interesse.

Poco riusciti infine quei passaggi narrativi che dovrebbero funzionare con le canzoni, il pane per Federico Zampaglione. Ovvero come rendere cinematograficamente l’impatto all’ascoltatore che decreta il successo della canzone di Lodo, arrangiata da Libero, e l’insuccesso di quella di Libero, presentata al ricevimento. Vero che quest’ultima fa effettivamente schifo, ma entrambi i momenti sono dopati dalle reazioni grottesche del pubblico, quello nel locale e quello degli invitati al ricevimento. Visto che si cita nientemeno che Blow-Up, nel poster che si vede, forse sarebbe stato più interessante rendere i numeri musicali senza gli strumenti, soltanto mimandoli.

Info
Morrison, il trailer.

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