Si c’était de l’amour

Si c’était de l’amour

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Presentato al Sicilia Queer Filmfest 2021, Si c’était de l’amour di Patric Chiha segue i danzatori in tournée della compagnia della coreografa Gisèle Vienne. Tra i vari film recenti sulla danza, questa opera appare tra le più riuscite cogliendo, con un approccio naturale e delicato, la fusione che si genera tra arte e vita.

Gisèle

Un’immersione nelle fasi preparatorie dello spettacolo di danza Crowd della coreografa Gisèle Vienne. Tutto è molto naturale, la coreografa dà alcune indicazioni, ma sono i danzatori a dover esprimere la loro arte nello spettacolo. Si raccontano, ripresi dalle videocamere ma anche in scena. [sinossi]

Non sono pochi i tentativi recenti del cinema, del reale come di finzione, di riprendere l’arte di Tersicore, con esiti più o meno riusciti. Dopo Pina di Wim Wenders, sulla grandissima Pina Bausch, ci ha provato Davide Ferrario con il suo Sexxx, sul lavoro di Matteo Levaggi. Nell’ambito della finzione va ricordato Climax di Gaspar Noé e lo stesso Suspiria di Guadagnino approfondisce molto la dimensione coreografica del soggetto. A questo elenco si aggiunge ora Si c’était de l’amour, presentato al Sicilia Queer Filmfest 2021 e vincitore del Teddy Award alla Berlinale 2020. Il regista Patric Chiha segue le prove, di teatro in teatro, dello spettacolo Crowd della coreografa Gisèle Vienne – acclamatissima nella scena contemporanea europea – con cui ha più volte lavorato. Lei compare infatti già nei suoi film Home, Domaine e Boys with Us.

Delle varie possibili forme di interazione tra cinema e danza, immagini in movimento e corpi in movimento, Patric Chiha sceglie un approccio delicato che scruta il lavoro e la vita dei danzatori, in un andirivieni continuo tra vita e arte. L’approccio di Gisèle Vienne non è quello da regista cinematografico che esercita il controllo assoluto fin anche del minimo passo di danza. La coreografa dà indicazioni lavorando in ensemble con i quindici performer dello spettacolo, invitandoli a portare in scena elementi della propria personalità e del proprio vissuto. Ogni interprete quindi è anche regista di se stesso. E in parallelo c’è anche l’approccio del documentarista, di chi deve cogliere il reale, non intervenendo ma al limite selezionando attraverso il montaggio del girato. I danzatori si raccontano chiacchierando, per esempio con la truccatrice, discettano della propria personalità, del proprio orientamento sessuale.

Crowd appare come uno spettacolo estremamente fluido, giocato sull’unico elemento scenografico di uno strato di terra sul palcoscenico, un elemento materico chiaramente ripreso da Pina Bausch, che torna nei corpi sporchi, bagnati, contaminati, sopra cui si giocano azioni performative di caos e morte, di conflitti e pianto, di felicità e sensualità, nella fisicità estrema dei corpi danzanti, almeno da quanto è dato capire dal film. C’è una componente assolutamente cinematografica, cinetica, nello stile di Gisèle Vienne, e riguarda il controllo dei tempi dei movimenti scenici, operando dei rallentamenti e delle sospensioni delle partiture fisiche dei performer, come il ralentì di un film reso però dalla disciplina corporea dei performer. E a queste stasi possono seguire degli scatti di energia che divampa. Patric Chiha ne coglie armonicamente lo sviluppo, come a rappresentare un terzo polo artistico, insieme a coreografa e danzatori, in un’ensemble totale dove l’arte si produce per contaminazione. Come il regista invita Gisèle a danzare con lui fino alla fine del film, così Si c’était de l’amour è un invito a danzare, o a far parte della danza.

Info
La scheda di Si c’était de l’amour sul sito del Sicilia Queer.

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