Saint-Narcisse

Saint-Narcisse

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Approda al Sicilia Queer 2021, dopo un percorso festivaliero iniziato alle Giornate degli Autori veneziane, Saint-Narcisse, il nuovo lavoro di Bruce LaBruce, nome tutelare del cinema queer. Una storia degli anni Settanta, un inno alla liberazione dei sensi e alla pansessualità, dove però l’autore sembra aver perso di mordente, rifugiandosi in stereotipi ormai abusati come l’iconografia di San Sebastiano.

Come in uno specchio

Canada, 1972. Dominic, ventidue anni, ha un feticcio… se stesso. Niente lo eccita di più della sua immagine. Per questo motivo passa gran parte del suo tempo scattandosi dei selfie allo specchio con una Polaroid. La sua amorevole nonna, in fin di vita, gli rivela due segreti legati alla famiglia: sua madre lesbica non è morta di parto e in un remoto monastero vive un fratello gemello, Daniel, cresciuto da un prete depravato. La forza del destino riunisce i due fratelli belli e identici, che si ricongiungono anche con Beatrice, la loro madre, e la figlia della sua compagna. [sinossi]

Si deve al colto scrittore ottocentesco Karl Maria Benkert l’invenzione dell’espressione “omosessuale”, fondendo il termine greco omoios (lo stesso) con il latino sexus (sesso), indicando così la ricerca sessuale dell’equivalente anziché del complementare. Quale maggiore omologia può esserci di quella di un gemello omozigote, con cui una unione carnale equivale a una attrazione verso se stessi? È il sasso lanciato da Bruce LaBruce, l’espressione portata alle estreme conseguenze di una sessualità che si manifesta verso l’affine, dove il concetto di omosessualità sconfina con quello di narcisismo. È il tema che uno dei più importanti fautori del cinema queer sviluppa in Saint-Narcisse, che approda al Sicilia Queer Filmfest 2021, dopo un percorso festivaliero iniziato alle Giornate degli Autori veneziane.

La storia del film è ambientata nel Canada rurale degli anni Settanta, con protagonista Dominic, un conturbante ragazzo muscoloso, con la barba incolta. Ricorda un po’ il supereroe canadese Wolverine: in effetti Bruce LaBruce è incline all’uso dell’iconografia dei supereroi dei fumetti. Dominic è compiaciuto della sua bellezza, si ammira allo specchio e si scatta foto istantanee con la polaroid. È un centauro che scorrazza, con la sua moto, è vestito in abiti di pelle. Subito nella prima inquadratura Bruce LaBruce ne esalta la virilità, inquadrandone il rigonfiamento tra le gambe mentre è seduto in una lavanderia automatica. La sua immagine speculare, quella del gemello Daniel, è invece depilato, glabro, indice della sua condizione di castità e di repressione sessuale, avvolto nel suo castigato saio da frate. Dominic arriverà a depilarsi a sua volta, e il primo incontro carnale dei corpi dei due arriverà dopo che il primo vede la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua, o quella immaginata del gemello, in un film dove abbondano situazioni oniriche. Alla fine sarà Daniel a diventare peloso e barbuto, segno della conquistata libertà, sulla moto, e di una nuova esistenza secondo natura.

Bruce La Bruce è un regista talentuoso. Lo dimostra come concepisce il prologo del film, accavallando diverse fasi temporali con il montaggio che alterna il viaggio di Dominic in motocicletta, tra le stradine di campagna, già oltre quel prologo, già proteso nella sua avventura alla ricerca delle origini familiari. Oppure nella primissima scena della lavanderia a gettoni, con l’attrazione sessuale che cresce tra Dominic e la ragazza, resa con una panoramica a schiaffo sui due volti e la scena di sesso esposta in vetrina, che si rivela onirica. L’arte è un’imitazione della natura, dice la madre di Dominic che si diletta nella pittura. E l’arte di Bruce La Bruce vuole essere un ritratto della natura umana nella libera espressione della sessualità in ogni declinazione possibile, superando tutte le barriere create dalla cultura. Dominic è, edipicamente, nudo quando incontra per la prima volta la madre e non mancherà di avere rapporti con la sua convivente, figlia della sua amante, oltre che con il fratello gemello. Dominic interviene in un nucleo familiare già alternativo così come l’angelo di Teorema nella famiglia borghese bigotta. La nonna lo esorta nel suo capezzale a formare una famiglia: l’aspettativa mancata classica dei genitori di persone omosessuali. Ma Dominic farà parte di una famiglia, quella della scena finale del film, una famiglia arcobaleno, di fatto, dove avviene un libero flusso di sessualità e inseminazioni.

Quello che manca in Saint-Narcisse è il sapore genuino della liberalizzazione sessuale degli anni Settanta in chiave di scoperta, contestazione e ricerca di uno spirito alternativo. Sembra tutto artefatto e didattico come quell’immagine finale, della nuova famiglia, con i diademi floreali da figli dei fiori. Altrettanto scontata è tutta la struttura da favola dark, con quella caratterizzazione infernale del convento – dove ridicolmente Daniel si eccita e si flagella guardando i modelli discinti in biancheria intima di un catalogo tipo Postalmarket –, con il richiamo scontatissimo a San Sebastiano, e con la contrapposizione dell’ambiente bucolico dove vivono armoniosamente le due donne. In una casetta in mezzo alla natura, tra prati dove spuntano copiosi fiori di narciso, che le donne raccolgono e tengono in vaso. Il “Narciso” del titolo, richiamo al mito greco come al romanzo Narciso e Boccadoro per l’ambientazione monastica. Ben altro mordente aveva saputo mostrare il regista in altre sue opere.

Info
Il sito del Sicilia Queer Filmfest 2021

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