Valley of the Gods

Valley of the Gods

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Allegoria sui destini occidentali, racconto di nuove decadenze, trasalimenti di esteti a confronto con le brutture del mondo. Valley of the Gods di Lech Majewski testimonia uno spiccato gusto visivo, fortemente nutrito di suggestioni pittorico-figurative, che tuttavia non riesce a tradursi in un oggetto narrativo veramente coeso. Con Josh Hartnett e John Malkovich. In sala.

La stagione dei Faraoni (viene e va)

Reduce da un matrimonio fallito, John si rifugia in una valle dello Utah, territorio sacro per la locale comunità navajo. A metà tra il sogno, la realtà e la fantasmagoria di scrittore, John viene a contatto con il conflitto in corso tra i navajo del posto e il magnate Wes Tauros, interessato a sfruttare i giacimenti di uranio del territorio… [sinossi]

A Lech Majewski non manca di certo l’ambizione. Giunto alla regia agli inizi degli anni Duemila dopo esperienze di scrittore e pittore, ha sempre proposto un cinema fortemente impastato con le suggestioni della sua preparazione artistica. Si è confrontato tra gli altri con Bruegel il Vecchio (I colori della passione, 2011) e nientemenoché con Dante (Onirica – Field of Dogs, 2014). Adesso arriva in sala la sua ultima fatica, rimasta non distribuita a seguito della pandemia, che raccoglie le medesime suggestioni pittorico-figurative meticciandole con l’arte della fotografia. Progetto sensibilmente diverso, Valley of the Gods (2019), più mirato all’allegoria, a suo modo più tradizionalmente scritto, e anche più declamatorio. Ricavando probabili impulsi dalla propria fisionomia di europeo trapiantato negli Stati Uniti, Majewski imbastisce infatti un racconto ellittico (ma anche chiarissimo nei suoi intenti) sul confronto fra culture tutte interne al contesto statunitense, unendo l’inizio con la fine, l’origine dei nativi con le attuali derive (attuali? ormai endemiche da secoli?) del capitalismo più selvaggio. Non solo: è evidente anche l’intenzione di riflettere sul processo di creazione artistica, sulla sua impasse e sul confronto tra artista e mondo reale, sul senso di annoiata inadeguatezza dell’esteta di fronte alle brutture del mondo. Un mondo fatto di nuovi faraoni egizi, dotati di un arbitrio illimitato sui destini altrui, trasfigurati dalla fantasia dello scrittore protagonista (uno scialbo Josh Hartnett) in un magnate immaginario, Wes Tauros, che tutto può e tutto manipola, finanche la propria stessa identità e il proprio destino.

Traslato in un racconto rarefatto e non privo di una certa divertita e gustosa tendenza all’invenzione audiovisiva, Valley of the Gods palesa tutta l’ambizione di Majewski pure nei riferimenti culturali. A un certo punto si evoca la Xanadu del wellesiano Charles Foster Kane (Quarto potere, 1941), si richiama apertamente la figura di Howard Hughes e la sua leggendaria doppia identità, mentre il racconto divaga fra maestose location che assemblano paesaggi dello Utah, castelli polacchi, la skyline di Los Angeles e pure la Fontana di Trevi. Le speculazioni finanziarie condotte su un territorio sacro per i Navajo non sono altro che un tenue, flebilissimo pretesto per dare la stura a un racconto fortemente episodico ravvivato da invenzioni più o meno persuasive. Majewski sembra subire più del dovuto la fascinazione del proprio gigantesco coprotagonista (un John Malkovich sempre più avvitato nella maniera del crudele esteta); a fare da coscienza pulita interviene lo scrittore puro e idealista di Hartnett, ma intanto le sequenze più convincenti sono tutte dedicate alla mostrazione degli enormi artifici allestiti da Wes Tauros per celebrare se stesso e un’idea di opulenza completamente autoreferenziale. Una Grande Bellezza (l’ultimo cinema di Paolo Sorrentino è dietro l’angolo) tutta decadente, fastosa e mortifera, in cui la figura umana si riduce a strumento di una composizione generata dalla volontà assoluta di un despota/demiurgo – in tal senso, anche i cantanti inseriti graficamente nella Fontana di Trevi assolvono alla funzione di schiavi resi statue di un progetto estetico, in coerenza con il giardino punteggiato di ospiti di pietra. Il punto di vista di Majewski resta in fin dei conti molto ambiguo; al versante navajo del racconto sono riservate anche pagine virate al grottesco, mentre lo stordimento per l’arbitrio dell’esteta, per la Bellezza che tutto guarda dall’alto, sembra avvolgere il racconto fino a fagocitarlo. Le trovate migliori, del resto, si collocano tutte in questo solco, prima fra tutte quell’inno divertito e complice allo sfacciato sperpero ravvisabile nell’auto lanciata fuori dal castello con una catapulta d’epoca. Anche in ambito di cinema, e in una forma di racconto relativamente più trasparente del solito rispetto ai film precedenti, Majewski sembra insomma non staccarsi mai del tutto dalla forma d’arte che conosce meglio. Per lunghi tratti anche Valley of the Gods assume infatti i tratti di un allestimento d’arte in cui il piacere del mostrare si traduce in composizione di affascinanti sequenze prese a sé. È uno sguardo di pittore-esteta, anche un po’ altezzoso e infastidito dall’esistenza del reale.

In tal senso il lavoro di Majewski sull’idea di Bello, sulla sua contaminazione tra antichi fasti e attuali risorse della rappresentazione digitale, si mantiene interessante su un piano prettamente formale. Alcune soluzioni, non sempre sostenute da un adeguato comparto tecnico, colpiscono comunque nel segno, e denotano uno spirito creativo che punta sempre all’amplificazione, all’eccesso visionario – si pensi all’interminabile limousine che si snoda intorno alla Collina/Maniero di Wes Tauros assumendo le fattezze di un serpente posto a difesa della roccaforte. È l’insieme, purtroppo, che resta poco convincente. Di americani in crisi che fuggono nell’arte per lenire la propria alienazione (e assai più banali pene d’amore) è piena la storia del cinema, così come l’allegoria di cui Valley of the Gods si nutre risuona vecchia, di riporto, più ascoltata che vissuta. Possiamo sbizzarrirci a cercare i modelli reali dietro ai quali fluttua la figura di Wes Tauros, e da Hearst, a Hughes, al freschissimo Donald Trump rintracceremmo una storia americana che in forme diverse si perpetua da decenni. Sta forse qui la vera chiave di Valley of the Gods, nei suoi dichiarati riferimenti intertemporali: l’evocazione di un abito mentale che si è semplicemente adeguato al mutare dei tempi e alle nuove risorse, ma che sostanzialmente si è ormai radicato oltreoceano (anzi in tutto l’Occidente) e che resta fedele a se stesso nei secoli, fino a superare l’idea di Storia e sfondare nel Mito. Faraoni, il Re Sole e Donald Trump. La zavorra però è tanta, i travagli privati dei personaggi spesso estemporanei e poco sinceri, il controcanto navajo spesso francamente stonato. La forza visionaria di Majewski c’è, e si conferma anche nel delirante finale in cui emerge, spietatamente vindice, il distruttore bambino di pietra. Così come alcune idee, sia pure risapute, mantengono una propria forza concettuale – i prigionieri che una volta liberati non se ne vogliono andare. Eppure, restiamo convinti che al fondo lo stesso Majewski fuggirebbe volentieri nel maniero di Wes Tauros, si farebbe rinchiudere lì con grande gioia, a rimirare gli affreschi sui soffitti e a far vibrare le ugole nella Fontana di Trevi. La potenza audiovisiva di quei momenti testimonia tutto il fervore di chi li ha ideati. La decadenza è rovina, ma anche una dolcissima fuga.

Info
Valley of the Gods, il trailer.

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