Minamata Mandala

Minamata Mandala

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Presentato sia all’International Film Festival Rotterdam che allo Sheffield Doc/Fest, Minamata Mandala è l’atteso nuovo lavoro del maestro giapponese del documentario Kazuo Hara. Opera monumentale di sei ore, con il materiale girato nel corso di quindici anni, sulle sofferenze e le lotte della comunità di Minamata, vittima della pesante contaminazione di mercurio. Un film all’altezza delle grandi opere del maestro e nella tradizione storica del documentario nipponico.

Sindrome giapponese

Girato nel corso quindici anni, il film di Kazuo Hara documenta le dure battaglie legali e mediche portate avanti dai residenti di Minamata, una città nel sud del Giappone il cui nome è diventato sinonimo della famigerata sindrome neurologica. A sessant’anni da quando le acque reflue industriali di uno stabilimento chimico hanno contaminato di mercurio la baia della città, i pazienti di Minamata, le loro famiglie e quelle dei defunti, continuano a lottare per il riconoscimento e il risarcimento dei gravi danni subiti. [sinossi]

La malattia di Minamata, una sindrome neurologica causata dall’intossicazione da mercurio che può presentare forme anche molto gravi ed essere letale, è così chiamata perché scoperta e studiata nella cittadina di Minamata, nel sud del Giappone, nel Kyūshū. La diffusione di questa patologia è stata generata dal rilascio di metilmercurio nella baia di Minamata, dagli scarichi dello stabilimento della Chisso Corporation, dal 1932 al 1968, con il conseguente bioaccumulo di metalli pesanti nella fauna ittica, un avvelenamento poi trasmesso alla popolazione la cui dieta, come noto per i giapponesi, è costituita in buona parte da pesce. Le vittime colpite dalla malattia, accertate ufficialmente, sono state 2.265 e di queste 1.784 sono decedute, mentre i pazienti totali sono stati 65.000 e i risarcimenti complessivi sono finora andati a più di 10.000 persone.

Le lunghissime e durissime battaglie della popolazione di Minamata, portate avanti nel corso di decenni per il riconoscimento dello status di vittime e per i risarcimenti, sono oggetto del film Minamata Mandala, opera di un maestro del documentario giapponese quale Kazuo Hara, presentata ora sia al 50 International Film Festival Rotterdam, nell’edizione di giugno, sia allo Sheffield Doc/Fest 2021. Si tratta di un’opera monumentale, epica, di oltre sei ore, con il materiale girato nel corso di quindici anni, che ha poi richiesto altri cinque anni di montaggio. Si ritrova lo stesso spirito, la stessa energia militante che caratterizza i capolavori del regista degli anni Settanta e Ottanta, il suo stile di action documentary. Kazuo Hara si inserisce in quella comunità, segue quelle persone arrabbiate, quelle contestazioni anche molto violente. Ritornano certi momenti di ira, di tensione come quelli anche aggressivi di Kenzo Okuzaki in The Emperor’s Naked Army Marches On, quando c’è uno dei tanti incontri dei rappresentanti governativi con quelli dei cittadini, e i secondi riescono a vedere un foglietto sul tavolo che parla di nessuna scusa e si inalberano per poter avere quel pezzo di carta. Rispetto alle sue opere classiche, comunque, gli ultimi lavori del regista riguardano soggetti collettivi, non più individuali, com’è il caso di Nippon Asbest Village, il film gemello di questo, e Reiwa Uprising.

Minamata Mandala è incentrato sulle testimonianze dei medici, che raccontano tutto l’iter, l’iniziale non comprensione della malattia e i tanti errori compiuti, come aver dimesso dei pazienti che non avrebbero dovuto essere dimessi, e sulle loro nuove ricerche e sulla problematica etica di utilizzare per queste gli organi dei deceduti con il consenso dei famigliari; parla delle vittime, nei loro racconti e in quelli dei famigliari dei defunti; e infine documenta le lunghe e tortuose battaglie in sede giudiziaria e politica, i conflitti tra l’alta corte e la suprema corte, le sentenze ribaltate, i picchetti davanti allo stabilimento, gli accordi extragiudiziari, le scuse formali ufficiali. Per arrivare alle scuse dello stato attraverso uomini politici, pochi in realtà sinceri. La classe politica vede per esempio il ministro che si palesa molto tardi, le parole ipocrite della governatrice, il governatore che manca a un’assemblea perché impegnato in una festa di raccolta fondi per il suo partito. Lo stile è quello usuale, grezzo, del regista, che si manifesta più volte, denuncia la sua presenza e quella della troupe, con i microfoni per esempio, lascia pezzi di audio («Possiamo cominciare l’intervista?»). La lunga partecipazione alla vita di quelle persone fa trapelare rapporti di famigliarità instaurati.

Fin dalla sua prima opera, Sayonara CP, Kazuo Hara ha sempre trattato di disabilità, malattie terminali e degenerative, come in A Dedicated Life, senza ipocrisia, mostrando direttamente la cruda realtà, senza falsi pietismi. Lo fa anche in Minamata Mandala, esibendo i volti martoriati, consumati dalla malattia, le malformazioni delle vittime della contaminazione. Uno stile che potremmo associare allo sguardo di Werner Herzog in opere come Futuro impedito. E in effetti il cineasta tedesco fa parte di una schiera di illustri filmmaker che hanno dichiarato la loro ammirazione per il lavoro di Kazuo Hara. Il quale, in Minamata Mandala, non solo torna a dare il volto drammatico della sofferenza, ma ne teorizza la necessità demarcando la differenza con quel documentario televisivo di cui si vedono dei frammenti, dal titolo In the Shadow of Desease, in cui l’immagine è solo la silhouette del disabile, lasciato in ombra e probabilmente si tratta pure della simulazione di una controfigura. Minamata Mandala si vuole espressamente porre invece nel solco dei maestri del documentario nipponico, Shinsuke Ogawa e Noriaki Tsuchimoto. Di quest’ultimo, che aveva realizzato vari film sui fatti di Minamata, Hara raccoglie espressamente l’eredità, tornando su quei luoghi e seguendo le vicende dove il collega più anziano le aveva lasciate.

Nel lungo arco temporale abbracciato da Minamata Mandala, che rappresenta poi solo l’ultima parte di tutta la vicenda, i personaggi invecchiano e fanno parte di un nucleo di persone come legate da rapporti stretti, che contemplano tanto i vivi quanto i morti. Il cervello che deve essere sezionato e analizzato apparteneva ad Akira, che viene ricordato dai medici come un amico, e che Hara mostra subito con una sua immagine filmata accostata a quella del suo cervello espiantato. Il film raccoglie anche un atteggiamento disteso, a tratti fin troppo leggero, della classe medica. Dottori che ridono ricordando lo sbaglio del metodo diagnostico, che scherzano sul fatto di dover trasportare un cervello da una città all’altra, viaggiando con lo Shinkansen, il treno superveloce giapponese, perché sull’aereo avrebbero avuto il bagaglio ispezionato. Kazuo Hara non manca di toccare i nervi scoperti della società nipponica, per esempio il razzismo nei confronti dei coreani, raccontando dell’uomo che si è vista rifiutata la moglie da parte della famiglia, perché coreana. In generale il cineasta cattura anche momenti distensivi, non solo la pura rabbia. Se i film degli anni Settanta e Ottanta risentivano delle tensioni sociali che traevano origine ancora dalla guerra, la società nipponica registrata in Minamata Mandala è diversa, ancorché tutto abbia origine sempre in quell’epoca del peccato originale del Giappone moderno: le contaminazioni sono proseguite per una buona parte dell’era Shōwa. Tornano tanti elementi del cinema di Kazuo Hara ma in ottica e con un segno diversi. I corpi e i cadaveri violati, per esempio, ma in questo caso per fini di ricerca medica. E soprattutto la figura dell’Imperatore qui rappresentato da Akihito, che incontra le persone di Minamata e che partecipa a una cerimonia di ripopolamento ittico nella baia ormai bonificata. Sono lontani i tempi dell’Imperatore Hirohito, origine di tutti i mali, contro cui si scaglia con inaudita violenza Kenzo Okuzaki di The Emperor’s Naked Army Marches On. Qui la vittima che incontra il sovrano appare come pacificato da quel colloquio. Riconosce qualcosa di ancestrale in quegli occhi come fosse un proprio avo. Ancora nel paese molti ancora credono nella natura divina dell’Imperatore, nella sua discendenza dalla dea Amaterasu.

Info
Minamata Mandala sul sito dell’IFFR.

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