One Thousand and One Attempts to Be an Ocean

One Thousand and One Attempts to Be an Ocean

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Presentato in Concorso alla 57ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro One Thousand and One Attempts to Be an Ocean, il cortometraggio di Wang Yuyan, giovane e talentuosa regista/videomaker cinese di stanza a Parigi nelle aule del Le Fresnoy (istituto d’arte che sostiene e produce il lavoro), è un attentato multilivello, visivo-sonoro-sensoriale-concettuale-tematico, alle certezze dello spettatore contemporaneo. Se il consumo d’immagini è oggi fluido, se lo è la produzione delle stesse, allora tentare di “farsi oceano” rimane forse l’unica strada per tentare di non scomparire inghiottiti dai flutti…

YouTube e l’arte della manipolazione delle immagini

Una riflessione sull’impossibilità di percepire il mondo con profondità, composta da micro-eventi estratti (quasi) a caso dai suggerimenti algoritmici della rete. Una narrazione astratta che si dispiega per propagazione, per successive appropriazioni tese inevitabilmente a perdersi nell’inesorabile entropia del flusso audio/video contemporaneo [sinossi].

Dopo un passaggio alla Berlinale nell’anomala edizione 2021, completamente e forzatamente on-line per l’emergenza sanitaria, One Thousand and One Attempts to Be an Ocean ha potuto finalmente incontrare il pubblico nell’oscurità di una sala cinematografica, quella del Teatro Sperimentale di Pesaro, dove è stato presentato all’interno del concorso Pesaro Nuovo Cinema. Ed è soltanto nel luogo deputato per eccellenza alla proiezione di immagini in movimento che il lavoro di Wang Yuyan può davvero essere esperito (ci sembra il termine più giusto da associare, spiegheremo meglio in seguito) in tutta la sua potenza visiva, sonora e, di risulta, concettuale. Un messaggio della durata di undici minuti, radicato nel presente ma declinato al futuro, sospeso tra l’illusione della deriva e la realtà del salto controllato, dell’onda sì ma artificiale, da Aquafan, con un inizio e una fine. D’altra parte, se il cinema sperimentale, categorizzazione spesso sterile ma qui inevitabile, arriva a proporsi gli stessi obiettivi di quello narrativo “classico” (far vivere allo spettatore la simulazione di un’esperienza, spesso oltreumana) attraverso strumenti stilistici ipercontemporanei, forse si è trovata davvero, e finalmente, una definizione di post-cinema da rafforzare e da difendere, rimanendo coscienti del fatto che, una volta trovatisi all’interno del moto “ondoso”, quel che è ipercontemporaneo mentre scrivo potrebbe non esserlo già più quando il lettore avrà la bontà di leggere queste righe.

Ma cos’è, dunque, One Thousand and One Attempts to Be an Ocean ? Una febbrile successione di immagini giustapposte l’una all’altra secondo ritmi e associazioni differenti, alcune vengono tenute qualche secondo, altre qualche fotogramma, il tutto teso a (ri)creare l’impressione di trovarsi all’interno di un movimento ondoso irregolare, che più o meno a metà del minutaggio ci avviluppa e ci sbatacchia per poi rilasciarci, stanchi e a riprender fiato, dall’altro lato. Nella parte “ascendente” del movimento, la prima, la regista, con mirabile capacità di sintesi, sceglie un’alternanza paritetica di onde naturali e artificiali, videoludiche ed eoliche, documentarie o in (scarna) VR: quasi cronenberghianamente, a tratti stentiamo ad accorgerci della differenza. Quello che, nell’era massmediatica appena precedente alla nostra, era definito “tele-flusso”, la possibilità d’immergersi in una serie di contenuti eterodiretti e FINITI, si è trasformato in un omni-flusso dove non c’è più differenza tra creatore e fruitore, tra reale e virtuale, dove un’onda artificiale all’interno di una centrale idroelettrica ci sembra quasi più spaventosa di un gigantesco tsunami.

Dopo le onde, si passa agli umani che le surfano (siamo al culmine del moto, sulla cresta), che ne vengono travolti, che simulano i movimenti all’interno di una piscina gonfiabile, che vengono colpiti dagli idranti in una manifestazione di protesta, che pogano a un concerto rock, che fanno la ola allo stadio. Quasi in punta di piedi, ma nella parte centrale del lavoro, le maree umane sono direttamente sovrapposte a quelle propriamente dette, e ci balzano agli occhi tutte le assonanze possibili, le adunate spontanee, o quelle provocate, tese ad incunearsi per sfondare una barriera. Le ondate umane possono essere respinte, l’acqua no, l’acqua trova sempre una strada, sgretolando, insinuandosi, o sfondando con tutta la forza degli elementi.

La parte successiva inverte il movimento: l’osservazione da superficiale si fa molecolare, la velocità di scorrimento si riduce, l’ossessiva colonna sonora diventa più intellegibile (complimenti al sound designer Raphael Hénard, vero coautore dell’opera), la sfida è quella di riconoscere gli ingrandimenti naturali da quelli chimici, ma non è più possibile. Nel frammento forse più didascalico, un braccio robotico risponde NO alla domanda Captcha che ci vediamo spesso rivolgere quando entriamo nei siti istituzionali (e non solo). Siamo davvero indistinguibili? O dobbiamo solo rassegnarci alla convivenza? Possiamo sfogare solo virtualmente la nostra voglia di abitare ed esplorare il mare? E, pur volendo, sarebbe giusto?

Non sono forzatamente queste le riflessioni che questa piccola grande opera può scatenare, la forza dell’esperienza (e qui torniamo a qualche riga fa) sensoriale fa sì che tutto possa/debba scaturire post visione, mentre il consiglio è quello di abbandonarsi ai flutti, di permettere che il proprio cervello ricombini immagini (e significati) a proprio piacimento. Per questo approccio “orizzontale”, e per tanti altri motivi che qui sarebbe pleonastico evidenziare, è persino scontato che il film sia tanto piaciuto, a Pesaro, alle nuove generazioni, alla giuria degli studenti dei Dams italiani, che gli ha conferito il primo premio. E se, godardianamente, il cinema del futuro non può che essere una manipolazione di materiali già dati, se davvero non è rimasto più nulla da girare, l’esempio di Wang Yuyan apre uno squarcio su come potrà continuare comunque questa strana arte che tutte le altre comprende. Godard e i filmati suggeriti da YouTube: One Thousand and One Attempts to Be an Ocean riesce nella complicata impresa di unire due cose (all’apparenza, e solo a quella) inconciliabili.

Info
One Thousand and One Attempts to Be an Ocean sul sito del Pesaro Film Festival.

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