What Do We See When We Look at the Sky?

What Do We See When We Look at the Sky?

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Presentata in Concorso alla 57ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, e precedentemente alla Berlinale 2021, What Do We See When We Look at the Sky? è l’opera seconda del georgiano Alexandre Koberidze e un vero e proprio atto di fede: per le immagini, per la rappresentazione di una porzione di mondo, per il potere aggregativo e immaginifico del calcio. In nome di questa pura fede tutto è possibile, persino che gli oggetti si rianimino, o che un perfido maleficio si abbatta su una coppia di giovani innamorati…

Notti magiche, inseguendo un gol (e l’amore)

Un incontro casuale alle porte di una scuola a Kutaisi in Georgia. Lisa e Giorgi si scontrano e un libro cade a terra. Chiaramente storditi, organizzano un appuntamento senza nemmeno essersi detti i nomi. È amore a prima vista e, come incantate, le cose iniziano a prendere vita: la telecamera di sorveglianza diventa un malocchio, la grondaia un oracolo, chiudono gli occhi e … gli amanti sono maledetti, condannati a svegliarsi il giorno dopo con un aspetto completamente diverso. Ma è proprio questo ostacolo soprannaturale al loro reincontro che diventa il biglietto per un mondo dominato interamente dalla magia del quotidiano [sinossi].

Se il premio Lino Miccichè della Mostra di Pesaro 2021 è andato a un cortometraggio (il brillante One Thousand and One Attempts to Be an Ocean), la menzione speciale della giuria composta dal montatore/sceneggiatore/regista Walter Fasano, dall’attore/regista Edoardo Gabbriellini e dalla scrittrice/saggista Eleonora Marangoni è andata all’opera di più lunga durata, quasi un involontario omaggio alla varietà delle scelte di selezione, tese a formare un Concorso in cui l’aggettivo Nuovo possa venire declinato in ogni accezione possibile, senza barriere di formato, supporto o, appunto, durata. Menzionato anche dalla Giuria Giovani a Pesaro, What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze si è portato a casa anche il premio Fipresci della critica internazionale all’ultima Berlinale: maestranze, critica, pubblico (giovane), un’unità di consensi non sempre facile da ottenere. Ma cos’ha, dunque, il film per piacere davvero a tutti?

Principalmente la sua forza è il suo essere un’opera-mondo densa di suggestioni, rimandi, piccoli frammenti, un contenitore dove poter trovare rappresentata ogni cosa e il suo contrario, con un unico filo conduttore: un fresco, genuino afflato (e sguardo) popolare, di una sincerità riscontrabile a distanze siderali, quasi indifesa, offerta senza pudori allo sguardo spettatoriale. Non è un caso che i due protagonisti ritrovino finalmente il proprio volto perduto sottoponendosi allo sguardo di una macchina da presa, davanti a uno schermo bianco; nelle due ore e mezza di proiezione lo sguardo registico risulta essere talmente immerso nella drammaturgia delle piccole cose da riconquistare la fiducia del pubblico, “scosso” dal realismo magico con cui il film inizia ed educato, ci si passi al termine, ad allargare lo sguardo ai bordi, lontano dal centro narrativo e focale, inscrivendo completamente i suoi personaggi nella realtà circostante. La porzione osservata diKutaisi, la seconda città più importante della Georgia dov’è completamente ambientata la vicenda, è vasta ma non troppo, abbraccia le sponde opposte del fiume Rioni che taglia in due l’abitato, e dispiega una sorta di kammerspiel en plein air, ci si perdoni l’evidente ossimoro, un’ampia quinta teatrale da dove entrano e fuoriescono campioni di varia umanità, molti finemente tratteggiati, anche se sgrossati con un solo tratto di penna. Evidenti la reminiscenze di certo cinema scandinavo, si può fare il nome di Roy Andersson ma le influenze sono/sembrano molteplici, evidenti soprattutto i riferimenti al “nostro” neorealismo, a un cinema che per sembrare spontaneo e vero deve essere assoggettato, in sede di pianificazione, a una ferrea struttura, a una precisa cura fotografica e scenografica, a una totale coerenza stilistica (nelle sue pagine migliori, naturalmente).

Inutile soffermarsi in questa sede su aspetti meramente narrativi, se non nel riconoscere a Koberidze grandi doti affabulatorie, sia su carta che nel ruolo autoassegnato di narratore onnisciente/demiurgo del piccolo mondo, intento a universalizzare il racconto (c’è un “male” indefinito al di là delle montagne, una guerra che è tutte le guerre) mentre al contempo prova a scavare con la videocamera sempre più nel micro, in una lacrima, una ruga, un latrato di un cane in cerca del suo padrone. Nel videomessaggio inviato agli spettatori pesaresi che ha preceduto la proiezione allo Sperimentale, il cineasta ha tenuto a ringraziare i convenuti per il tempo concesso alla sua opera, riassumendo perfettamente, e in esergo, il senso del suo film. Liberi dalla dittatura del colpo di fulmine, della superficialità, del ritmo serrato, del tutto e subito, anche un maleficio può rivelarsi una benedizione, perché permette di arrivare al traguardo attraverso un lungo giro, senza seguire la strada apparentemente più breve e più facile.

C’è un altro aspetto che apparenta il film col neorealismo italiano, ed è lo sguardo innocente e amorevole verso l’infanzia e la preadolescenza. Le nuove generazioni aprono, chiudono e punteggiano l’opera, muovendosi, giocando, correndo, guardando in camera quasi con la consapevolezza di essere, a loro volta, da noi guardati. Nell’ultima, struggente inquadratura, corrono su una lunga scalinata (non possiamo non riandare, con la mente, a Odessa e al Potemkin), inquadrati di spalle, a torso nudo, come i bambini del finale di Roma città aperta, costretti ad assistere al massacro ma già al di là del filo spinato, liberi e sciamanti. Quando i bambini arrivano alla sommità della scala, la musica orchestrale a commento si fa trionfante, prorompente, l’inquadratura resta larga: una pagina completamente slegata dall’assunto principale, ma che lo incornicia aprendolo a ulteriori livelli di lettura.

Non si può non menzionare, infine, il rapporto che il regista, attraverso l’opera, mostra di avere con il calcio. A sottolineare l’atemporalità della fiaba ecco che giunge in aiuto la passione della città per l’Argentina, per i Mondiali e il gioco in generale, un luogo dove persino i cani hanno (cog)nomi di calciatori e accorrono ai maxischermi per vedere le partite. E quella canzone, Notti magiche, che sembrava segnare il trionfale ingresso del nostro Paese nella modernità e che si è poi invece rivelata una Altamont, l’inizio della fine nel periodo del massimo fulgore. In chiusura, possiamo integrare la definizione di film-mondo presentata in precedenza con quella di film-contenitore: in questa sede abbiamo dovuto forzatamente selezionare contenuti e suggestioni, ma davvero ognuno può aprire la ricchissima cassapanca organizzata da Koberidze trovandovi la propria linea, di azione o di pensiero. Non tutte le parti sono omogenee o di eguale importanza ma, in un’operazione con queste caratteristiche, pretenderlo avrebbe significato fraintendere.

Info
What Do We See When We Look at the Sky?, il trailer.

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