No existen treinta y seis maneras de mostrar cómo un hombre se sube a un caballo

No existen treinta y seis maneras de mostrar cómo un hombre se sube a un caballo

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Presentata in Concorso alla 57ma edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, No existen treinta y seis maneras de mostrar cómo un hombre se sube a un caballo è l’opera “speculativa” in cui il critico, docente e cineasta argentino Nicolás Zukerfeld dispiega un metodo di studio, d’indagine, di puntuale ricerca dell’attendibilità delle fonti. Applicabile, stante anche la tripartizione sillogistica, in vari campi del sapere e dell’agire umano.

Stampare la leggenda, dopo aver provato a conoscere la verità

Il regista americano Raoul Walsh una volta disse: “Non ci sono trentasei modi per mostrare un uomo che sale a cavallo”. Una dichiarazione di principio che stabilisce la forma del linguaggio classico. Un professore di cinema argentino inizia un’indagine sull’origine di questa frase, non rendendosi conto che la sua ossessione lo porterà a entrare in un labirinto di regia fatta di detective persi nel selvaggio West. [sinossi].

La critica cinematografica, più che un metro e un criterio di valutazione come erroneamente (e superficialmente) spesso si ritiene, è un metodo d’indagine, un modo per far “dialogare” tra loro immagini e autori, mettendoli in connessione diretta con pubblico generalista e cinefili di stretta osservanza, un tentativo di sintesi volto a contestualizzare e ampliare il gesto filmico. Spesso, se si fa riferimento al cinema americano “classico”, è quindi un’intellettualizzazione di un modus operandi, a monte, istintivo e utilitaristico, volto alla prosecuzione più chiara possibile della storia che si è scelto di narrare. Si deve principalmente al gruppo dei Cahiers du Cinéma degli anni Cinquanta del secolo scorso, molti dei quali passeranno poi dall’altra parte della barricata fondando la Nouvelle Vague, la fortuna critica di tanti cineasti statunitensi considerati fino a quel momento, a torto, dei meri esecutori, semplici parti di complessi ingranaggi, senza una visione propria del cinema e del mondo. Raoul Walsh, “protagonista” del critofilm dell’argentino Nicolás Zukerfeld No existen treinta y seis maneras de mostrar cómo un hombre se sube a un caballo, è forse il cineasta (ancora) più inesplorato e da riscoprire.

Cresciuto sotto l’egida di David Wark Griffith, per il quale interpreterà l’assassino di Lincoln John Wilkes Booth in Nascita di una nazione (1915), Walsh lavora febbrilmente nel periodo del muto, per poi specializzarsi in alcuni generi codificati, tra cui il western e il gangster movie. A lui è attribuita la frase del titolo, che traduciamo: “Non ci sono trentasei modi per mostrare un uomo che monta su un cavallo”. Un vero e proprio manifesto d’intenti per il cinema classico americano, poco incline all’orpello, che considera l’appellativo “invisibile” come miglior complimento possibile per definire una regia. Quando Walsh ha pronunciato questa frase? L’ha pronunciata davvero? Ed esattamente in questi termini?

L’analisi/indagine parte in maniera dimostrativa e compilativa, quasi invertendo il passo del “giallo” canonico. In un vertiginoso montaggio, vediamo le azioni del cinema di Walsh, ripetute, ossessive, uguali ma sempre diverse: non solo salite e discese da cavallo, ma anche ingressi nelle stanze, reazioni al lutto, spari, cimiteri. La scarsa reperibilità delle opere del periodo muto fa sì che noi si veda la successione di immagini nei formati più diversi e nelle qualità più diverse, fissando intanto il primo assioma per il critico/storico del cinema: l’importante è poter VEDERE l’opera, sarà poi compito successivo cercarne la versione migliore e più vicina (filologica) alle originali intenzioni. Dopo l’overdose d’immagini, che basterebbe da sola a consigliare spassionatamente la visione del film (anche per il gusto spesso ironico negli accostamenti), ecco il nero sullo schermo e l’overdose di parole, in una brusca inversione sicuramente azzardata ma coraggiosa.

Zukerfeld, attraverso le lezioni dell’amico/collega Edgardo Cozarinsky, s’inventa detective e parte alla ricerca dell’origine della citazione sopramenzionata, confrontando testi, compitando minuziosi interrogatori telefonici, visitando (a distanza) biblioteche ed emeroteche alla ricerca del Graal. Non vogliamo togliere allo spettatore il piacere del viaggio da fermo, dei colpi di scena (ce ne sono, e più d’uno), della metodica composizione di un complesso mosaico. Si vuole però sottolinearne l’applicabilità multidisciplinare, importantissima in una contemporaneità dove le “fake-news”, le parole completamente slegate dai fatti, la propaganda spudorata, stanno precipitando il mondo moderno in un nuovo oscurantismo, nichilista e prevaricatore. Certo, il tempo da investire nella ricerca non è a tutti concesso, ma il professore argentino ci (re)invita a fidarci dell’accademismo, a rifuggire la superficialità e la generalizzazione. Sembra tutto scontato, non lo è per nulla.

E allora, per tornare a John Ford (si ritorna sempre a John Ford, specie quando l’argomento è, appunto, la narrativa cinematografica classica), Zukerfeld ci ricorda che per arrivare a stampare la leggenda, citando il celeberrimo L’uomo che uccise Liberty Valance, bisogna prima conoscere la verità, e decidere che non è poi così importante. La ricerca metodica può anche non portare a nulla, o apparire superflua, ma rimane fondamento. Il gesto filmico di Walsh, istintivo e diretto, può essere fruito semplicemente o analizzato minuziosamente, la sua frase può essere citata o si può evidenziare, ad esempio, il fatto che venga da un modo di dire francese erroneamente riportato nella traduzione inglese. La forza e l’unicità della Settima Arte poggia anche su queste basi, sull’opera di un critico appassionato e competente che può essere davvero fruita da tutti, basta un po’ di curiosità…

Info
No existen treinta y seis maneras de mostrar cómo un hombre se sube a un caballo, il trailer.

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