Piccolo corpo

Piccolo corpo

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La trentunenne triestina Laura Samani esordisce alla regia di un lungometraggio con Piccolo corpo, racconto dell’elaborazione del lutto come perdita di un pezzo di sé, e della propria identità. Racconto ambientato in una Carnia ancestrale, eppur moderno nei temi affrontati, è un riuscito esempio di cinema d’introspezione che non ha timore di confrontarsi con il misterico, e il folklore. In concorso alla Semaine de la Critique a Cannes.

Il nome della figlia

Agata, che vive su un isolotto in una piccola comunità di pescatori, perde la prima figlia, che nasce morta. Il fatto che la piccola sia stata sepolta senza essere stata battezzata angoscia la giovane donna, e quando Agata viene a conoscenza di una sperduta chiesetta di montagna in cui miracolosamente per qualche secondo i morti tornano a respirare parte tutta sola alla ventura. Nel periglioso viaggio incontrerà molte persone, tra cui il misterioso Lince… [sinossi]

Non è affatto casuale che Piccolo corpo nasca in seno, per quel che concerne la parte produttiva italiana, alla Nefertiti Film, la casa di produzione fondata da Nadia Trevisan e Alberto Fasulo di stanza a San Vito al Tagliamento. Non è casuale né per il mondo che viene descritto, un ambiente rurale in cui si parla solo ed esclusivamente il furlan, e lo sloveno nelle zone prossime al confine, né per lo spirito con cui si affronta il senso della messa in scena, e del visibile. La trentunenne triestina Laura Samani esordisce alla regia di un lungometraggio ragionando tanto sul concetto di tempo – la narrazione si svolge sul finire dell’Ottocento, visto che si intravvedono barlumi di modernità come le lampadine a corrente elettrica, anche se il microcosmo friulano sembra almeno un paio di secoli in ritardo – quanto su quello di spazio. Samani segue sempre, con estrema fiducia nello sguardo, la sua indomita protagonista, la giovane donna Agata che non si arrende alla prassi della comunità in cui vive su un isolotto e in barba alle tradizioni “rapisce” la sua stessa bambina nata morta per inerpicarsi su per le montagne, in un viaggio disperato alla ricerca di un miracolo, quello che a quanto le è stato detto dal vecchio saggio Ignac è possibile in una remota chiesetta: lì i bambini nati morti tornano in vita giusto il tempo necessario a essere battezzati, a meritare un nome che li preservi dal limbo. Si immerge nella tradizione folklorica, Laura Samani, ma seguendo le linee guida di quel che faceva Fasulo con il suo Menocchio, altro film storico, non perde il lume del raziocinio. Le lampadine, inutili in assenza di corrente elettrica, potranno anche essere frantumate al suolo, ma la luce interiore è impossibile da spegnere, e nonostante tutto può ancora permettersi di combattere tanto il sonno della ragione quanto quello dei sentimenti.

In questo senso è curioso come Piccolo corpo sia in tutto e per tutto un film di viaggio, ma in cui lo spostamento fisico non presuppone in nessun modo un’evoluzione personale: Agata ha una missione, chiara e netta, ed è la sua ostinazione, la sua cocciutaggine che si tramuta in indomito coraggio, a spingerla avanti in totale sprezzo del pericolo. La giovane rischia di essere tramutata in balia, si ritrova fra le mani di briganti da strada, deve attraversare una miniera sotto la montagna, immersa nella totalità del buio, ma non c’è nulla che la fermi. Non esiste regola del mondo che possa ingabbiarla (in questo di nuovo torna il paragone con Menocchio, anche se lì ovviamente il rifiuto della prassi aveva un portato filosofico che ad Agata, madre disperata che vorrebbe solo un nome per la sua bimba, manca). Progressivamente, nel corso della visione, ci si rende conto di come in realtà forse la vera protagonista del film non sia Agata, ma quel Lince che l’ha incontrata all’inizio del percorso e l’ha convinta a seguirlo per venderla come balia (si è infatti reso conto che Agata perde latte dal seno), per poi trovarsela sempre accanto. È Lince l’unico personaggio a doversi evolvere. Non ha un’identità precisa, non ha un’etica facilmente identificabile, non appartiene a nessun luogo. Agata no, lei viene dall’acqua e all’acqua dovrà in qualche modo tornare, fosse anche un gelido laghetto di montagna. È dunque su Lince che si costruisce poco per volta lo sguardo dello spettatore, essere misterico che sa come attraversare i boschi ed è perennamente duplice, perfetta sintesi di un film a sua volta dicotomico, diviso tra la rappresentazione quasi naturalistica del rurale e la dimensione ancestrale, notturna, forse persino soprannaturale. Ed è a suo modo soprannaturale anche la coppia impossibile Lince/Agata, che calpestano il suolo della Carnia del Diciannovesimo Secolo portando a ogni passo istanze e riflessioni sul contemporaneo.

In un mondo del cinema italiano sempre più anodino Laura Samani ha il coraggio di lavorare e ragionare sul corpo, vivo e pulsante o cadavere che esso sia. Esibisce le secrezioni e la perdita di fluidi di una donna che ha partorito con sofferenza da pochi giorni, e non ha neanche timore di mostrare il corpicino della sua figlia senza nome, con un effetto speciale che probabilmente creerà molti problemi a una parte degli spettatori ma è in profondità la dimostrazione della coerenza espressiva della giovane cineasta. Cos’è infatti oggi il visibile? In un mondo che sta perdendo sempre più contatto con il materico non è forse uno dei compiti del cinema quello di far sopravvivere – anche ricorrendo a un “miracolo” tecnico – la necessità dello sguardo, unica reazione possibile forse alla deriva dell’oggi? Piccolo corpo non ha paura delle notti buie, non ha timore di affrontare un cunicolo dal quale nessuno è uscito vivo, e si arrischia con gran coraggio a sfidare il naturalismo, e la supposta oggettività del reale. Nelle profondità acquatiche, un attimo prima dell’assideramento, Samani sa ancora trovare il calore dell’umano che sopravvive nel sogno a ogni lutto. E lì, quasi occhieggiando all’onirismo di Vigo, ritrova la vita, e dunque il cinema.

Info
Il trailer di Piccolo corpo.

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