Re Granchio

Con Re Granchio Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis esordiscono alla regia di un lungometraggio di finzione dopo il plauso ricevuto con Il solengo. E proprio da lì, dai racconti orali dei cacciatori della Tuscia, nasce questo affascinante racconto di un uomo e della sua perdizione, che lo porterà fino all’altra parte del mondo, nella Terra del Fuoco. Alla Quinzaine des réalisateurs.

C’era una volta un re…

Italia, giorni nostri. Alcuni vecchi cacciatori ricordano insieme la storia di Luciano. Tardo Ottocento, Luciano è un ubriacone che vive in un borgo della Tuscia, Vejano. Il suo stile di vita e la sua ribellione al dispotico principe locale lo hanno reso un reietto per il resto della comunità. In un estremo tentativo per proteggere dal principe la donna che ama, Luciano commette un atto scellerato che lo costringe a fuggire in esilio nella Terra del Fuoco. Qui la ricerca di un mitico tesoro, al fianco di marinai senza scrupoli, si trasforma per lui in un’occasione di redenzione. Ma la febbre dell’oro non può seminare che tradimento, avidità e follia in quelle terre desolate. [sinossi]
In poche terre il passaggio dal grandioso, desolante, orrido,
all’ameno, al ricreante, al gaio,
si effettua con tanta rapidità quanto alla Terra del Fuoco:
il canale dell’Ammiragliato,
la baia di Jandagaia e l’On-Asciaga
dividono quell’arcipelago in due parti di natura così differente,
che a stento puossi credere essere e l’una e l’altra
situate sotto gli stessi paralleli.
Giacomo Bove

C’era una volta un re, così inizia una celebre filastrocca, interamente costruita sull’impossibilità di uscire dal concetto di narrazione, e di affrancarsi dal racconto, dalla “storia infinita” che ne racchiude al proprio interno altre migliaia, forse milioni. Si costruisce così da sempre il racconto orale, già proteso a essere ripetuto con modifiche, aggiunte e sottrazioni, e foriero di intuizioni ulteriori, di svolte improvvise, di cambi di passo. I trentacinquenni Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis hanno ben chiaro questo concetto, come dimostrano i loro lavori documentari, il corto Belva nera e soprattutto il lungometraggio Il Solengo: nel primo, presentato nel 2013 nella selezione di CinemaXXI al Festival di Roma diretto da Marco Müller e poi premiato a livello internazionale (anche a Cinéma du réel), l’anziano cowboy Ercolino raccontava ad amici e conoscenti di aver avvistato una pantera nera aggirarsi attorno alla sua cascina di caccia, con la storia che sfociava nella leggenda; nel secondo caso la convivialità di un gruppo di cacciatori della Tuscia faceva scaturire il ricordo di Mario “de’ Marcella”, eremita ritiratosi per svariati decenni in una grotta. Parlando tra loro i cacciatori cadevano però in contraddizione, ricordavano aspetti differenti e dettagli discordanti. Narravano, dunque. Non è certo solo per un ammiccamento interno che i due giovani registi italo-americani in Re Granchio ripartano di nuovo da quel capanno di caccia in cui gli amanti dell’arte venatoria di Vejano e dintorni si ritrovano per fare bisboccia e parlare. E non si tratta neanche di un riallaccio forzoso al documentario – Re Granchio segna il loro esordio nel cinema cosiddetto di finzione. Niente di tutto questo. Quell’aggancio alla storia narrata, quel ritorno con la mente collettivo alla fine dell’Ottocento, quando si svolsero i fatti – o supposti tali – che articolano lo svolgimento del film, funge come primo pungolo, primo interrogativo che i registi si pongono e con il quale allo stesso tempo aprono alla dialettica aperta con il pubblico. Cos’è la verità in una storia, e qual è il reale valore del concetto di memoria?

Che il bevitore anarchico Luciano sia esistito, mal visto in tutta Vejano e nelle campagne circostanti, sembrano non esserci dubbi. Che si sia macchiato un crimine orrendo e per questo sia stato spedito dall’altra parte del mondo pare essere altrettanto documentabile – i registi affermano di aver trovato nome e cognome dell’uomo su un registro degli immigrati a Buenos Aires. E il resto? Il resto, ça va sans dire, è cinema, e quindi sguardo prima della parola, immagine che produce senso – e non il suo opposto –, montaggio come unico dittatore di tempo e spazio. Rigo de Righi e Zoppis, sorretti dalla splendida fotografia di Simone D’Arcangelo (già al lavoro su Il Solengo), non cercano le coordinate espressive necessarie a raccontare un tempo preordinato, ma si muovono nel pittorico cercando di rintracciare il senso di un’esperienza umana ai limiti, di un’insubordinazione contro il proprio tempo che diventa inevitabilmente insubordinazione contro l’universo, e le regole del gioco. Lo sprezzo mostrato da Luciano tra una boccia di vino e l’altra nei confronti del principe che gestisce la contrada appare da principio come un atto velleitario, ridotto alla pura schermaglia – decidere di attraversare a tutti i costi un portale d’ingresso al paese che il principe pretende chiuso –, per poi trasformarsi dapprima in un duello amoroso a distanza (la ragazza di cui è innamorato, ricambiato, Luciano, è anche promessa al principe) e quindi in un’inesausta interrogazione sul concetto di colpa, di espiazione, e di martirio. Re Granchio è suddiviso dunque in due segmenti, un primo ambientato a Vejano, nella Tuscia (“Il fattaccio di Sant’Orsio”), e il secondo nella Terra del Fuoco (“In culo al mondo”). Dallo sperone tufaceo ai piedi del Poggio di Coccia ci si sposta, con un solo stacco di montaggio, nell’arcipelago a sud dello Stretto di Magellano.

Due mondi inospitali, il primo a causa dell’umanità che lo abita, e il secondo perché brullo, privo di vita, e desiderato ed esplorato solo per ricercarvi l’oro, il paese di Bengodi della seconda metà del Diciannovesimo Secolo. Rigo de Righi e Zoppis edificano con intelligenza un percorso unico e duplice al medesimo istante. L’Ottocento già (in)civile italiano si articola in inquadrature d’alto rimando pittorico, dove l’ombra è il primo e principale elemento di luce e il quadro cinematografico sembra tornare alle origini, agli albori della Settima Arte. L’Ottocento ancora non civilizzato argentino è invece un fiammeggiante western, che fa dello sconfinato spazio a perdita d’occhio l’elemento centrale dello sguardo. Se l’umano nella sua corporeità era il punto nevralgico della prima metà del film – il corpo sfatto nella dipendenza dell’alcol di Luciano, l’unione fisica tra lui e la bella e sfortunata ragazza che ama – nella seconda parte ci si muove in un orrido sconosciuto, misterico, quasi soprannaturale. Il western irrompe naturalmente, legandosi al leggendario, con la sorprendente presenza in scena di un “re granchio”, vale a dire un granchio reale rosso: un animale che vive completamente dall’altra parte del mondo, nelle gelide acque dell’Alaska, della Kamchatka, e del Mare di Barents. Un apolide, proprio come il reietto e derelitto Luciano. La nettezza caravaggesca del primo segmento, unita a un profondo gusto naturalista che sembra rimandare alla mente ipotesi di Ermanno Olmi, sfocia in un deliquio impervio e disperato, che riecheggia le gesta di Lisandro Alonso e del suo splendido Jauja e ha il sapore della diaspora nella wilderness, alla ricerca di sé prima ancora che del fantomatico tesoro del re granchio. In una vertigine che annulla lo spazio e il tempo il film sembra anche cercare una circolarità salvifica, in grado di redimere anche l’atto meno perdonabile. Il cinema italiano non toccava vertici di simile visionarietà da tempo immemore, e un esordio così putrefatto eppur limpido, espressionista e di struggente delicatezza, lascia a bocca aperta.

Info
Re Granchio sul sito della Quinzaine des réalisateurs.

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