Clara Sola

Clara Sola

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Tra fogliame verdeggiante, bianchi destrieri e insetti variopinti, Clara Sola di Nathalie Álvarez Mesen mette in scena il desiderio femminile in una realtà arcaica e oppressiva. Alla Quinzaine 2021.

Il risveglio della Bella addormentata

In un remoto villaggio del Costa Rica, Clara, una donna di 40 anni, intraprende un percorso di liberazione dalle convenzioni religiose e sociali repressive che dominano la sua vita, attraverso un risveglio sessuale e spirituale. [sinossi]

Un bianco destriero, una natura esplosiva, madida di rugiada, uno stormo notturno di lucciole, insetti variopinti da accudire e poi liberare ad opera di un’outsider femminile oppressa dalla famiglia e dalla religione. Clara Sola, opera prima della regista costaricana-svedese Nathalie Álvarez Mesen presentata alla Quinzaine des réalisateur di Cannes 2021, apparentemente non si discosta molto da altre co-produzioni sovra-nazionali (in questo caso: Costa Rica, Svezia, Belgio, Germania) volte a evidenziare l’opposizione tra il rigore della “cultura” con annessa religione istituzionale e una totale adesione alla natura più selvaggia e incontaminata, che spesso trova incarnazione nei tormenti di un personaggio femminile. Pensiamo ad esempio al guatemalteco-francese Vulcano e al successivo La Llorona di Jayro Bustamante o a Dio è donna e si chiama Petrunya della regista macedone Teona Strugar Mitevska (co-produzione tra Belgio, Croazia, Francia, Macedonia, Slovenia), esempi di un cinema di qualità che tramite ruoli di donne ribelli e solitarie ci mette in contatto con altre culture e umane sensibilità. Mentre indubbiamente poi lo status co-produttivo composito, magari con la presenza di un paese europeo cinematograficamente “forte”, incarna anche quell’ambizione di un approdo festivaliero che poi sovente si concretizza (Vulcano e Petrunya erano a Berlino, La Llorona a Venezia).

Ma se l’adesione a un realismo magico lo accomuna in qualche modo ai film su elencati, Clara Sola possiede una peculiarità innegabile ed esplosiva: un erotismo di fondo che spinge la sua trama dalla solida sponda di una fiaba animista “esotica” verso interessanti lidi di natura apertamente anticlericale. Non c’è poi esattamente il patriarcato, com’è abituale, qui a reprimere il desiderio terreno della protagonista Clara, cui offe corpo e volto la danzatrice Wendy Chinchilla Araya (davvero eccezionale la sua performance), bensì una madre-padrona che ne replica pienamente le funzioni, sospesa com’è tra accudimento, sfruttamento e dure soluzioni censorie.

Clara ha circa quarant’anni, comunica poco con il prossimo, preferisce il mondo animale e in particolare la sua cavalla bianca Yuca. Una grave forma di scoliosi l’affligge e sarebbe opportuno trattarla chirurgicamente, ma l’anziana madre non vuole: preferisce che la figlia resti come “Dio gliel’ha data”. Tra l’altro proprio le peculiarità di Clara fanno sì che la comunità del remoto villaggio del Costa Rica in cui vive la reputi una sorta di guaritrice per intercessione della Madonna, che un tempo pare le sia apparsa. In tal senso, c’è un altro aspetto importante a legare Clara a Yuca: entrambe vengono sfruttate, la cavalla è noleggiata per far divertire i turisti, mentre Clara viene portata dalla madre a dei raduni religiosi, dove le sue mani benedicenti donano sollievo a malati e anziani sofferenti. E proprio le mani di Clara, su cui si apre il film, sono il medium con cui la donna comunica o rifiuta il mondo esterno. Nonché lo strumento con cui parla a se stessa, attraverso un autoerotismo notturno che la madre punisce prima con applicazioni di peperoncino piccante, poi con il fuoco. L’imminente quinceañera (passaggio alla maggiore età femminile) della nipotina e l’arrivo del giovane Santiago nelle loro vite, provocano infine un insopprimibile risveglio del desiderio erotico di Clara.

Mani, tatto, respiro, vita, morte e resurrezione sono alcuni degli elementi cardine attorno ai quali la regista, qui alla sua opera prima, costruisce tutta un’esperienza sensoriale, lasciando ondeggiare la sua macchina da presa attorno alla protagonista, concentrandosi ora su particolari del suo corpo, ora sui dettagli dell’ambiente che la circonda e poi sempre sul suo volto scarno e scontroso. Questa regia avvolgente e costantemente in cerca di un’estasi panica è poi esaltata dalle cuciture eleganti del montaggio firmato da Marie-Hélène Dozo (abituale collaboratrice dei Dardenne) e ancor più tutta quell’estetica dei fuorifuoco messa in campo dalla direttrice della fotografia Sophie Winqvist.

Se si vuole rintracciare un difetto in questo coinvolgente ritratto femminile, esso risiede forse nell’eccesso di estetismo che talvolta fa capolino, come ad esempio nella scena della masturbazione notturna en plein air ai piedi di un albero secolare, tra le zolle di terra e con il corredo luministico dello sciame di lucciole fiammeggianti. Ma probabilmente è più nella sequenza onirico-fiabesca dell’immersione nel fiume con il desiderato Santiago, quando l’abito di Clara si trasforma in quello azzurro della bella addormentata di disneyana memoria, che il film scivola un po’ troppo verso una ricercatezza esibita della bella immagine, una facile poeticità.

Fiaba terragna immersiva e coinvolgente, Clara Sola celebra il trionfo della natura – pensiamo anche alla casa che sta per essere divorata dalle termiti, ma anche alla scena in cui si manifesta il ciclo mestruale, risolta con grande naturalezza – e magari questa non è cosa nuova, ma ha il coraggio di portare sullo schermo la sessualità femminile, grande rimosso di un cinema autoriale a destinazione festivaliera troppo attento a non risultare mai in alcun modo, anche vagamente, disturbante. E il sesso si sa, ha questo potere di (dis)turbare le nostre comodità di spettatori borghesi.

Info: La scheda di Clara Sola sul sito della Quinzaine.

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