Scompartimento N. 6

Scompartimento N. 6

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A cinque anni di distanza da La vera storia di Olli Mäki il finlandese Juho Kuosmanen torna alla regia con Scompartimento N. 6, quasi interamente ambientato su un treno a lunga percorrenza in viaggio tra Mosca e Murmansk sul finire degli anni Novanta. Cinema d’altri tempi, non privo di semplificazioni ma che punta tutto sul concetto di grazia. Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes.

Strangers on a Train

Sul finire degli anni Novanta Laura, una studentessa universitaria finlandese che si trova a Mosca a casa della donna con cui ha una relazione, parte – tutta sola – in treno in direzione di Murmansk, nell’estremo nord del Paese, per vedere dal vivo i petrogrifli lì situati. Durante il tragitto si trova a condividere lo scompartimento numero 6 con Ljoha, un coetaneo russo che compie il viaggio per andare a lavorare come minatore… [sinossi]

A cinque anni di distanza dal bianco e nero gelido ma kaurismäkiano de La vera storia di Olli Mäki il finlandese Juho Kuosmanen torna alla regia con Scompartimento n. 6 (Hytti nro 6 in originale), un film che in modo forse anche inconsapevole ragiona sull’abitacolo chiuso, sullo spazio apparentemente immenso ma in realtà ristretto, sul quadro non allargabile, tutti elementi che hanno assunto un ruolo chiave durante quasi due anni di pandemia. Lo fa prendendo spunto da un romanzo in gran parte autobiografico di Rosa Liksom – pseudonimo di Anni Ylävaara scelto dalla scrittrice in omaggio a Rosa Luxemburg –, ma nei fatti smentendolo quasi completamente: in Scompartimento numero 6, in Italia edito da Iperborea, la studentessa di antropologia attraversa l’Unione Sovietica negli anni Ottanta a bordo della mitologica Transiberiana, e durante il viaggio incontra il violento proletario russo dedito all’alcolismo e alla misoginia. Il rapporto tra i due diventa una lunga dissertazione sulla fine del sogno socialista, sulle contraddizioni di una terra seducente e tragica, e sul crollo di un impero. Kuosmanen, forse per semplificare le riprese, cambia radicalmente lo scenario: si è sempre in Russia, ma l’URSS è già un ricordo, visto che la storia è ambientata sul finire degli anni Novanta – in un dialogo si cita Titanic di James Cameron, e la videocamera Hi8 di Laura è un modello che non esisteva in commercio nel decennio precedente. Anche il treno scelto percorre una tratta differente: con lo scioglimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche il viaggio verso est da Mosca a Ulan Bator perde parte del suo valore metaforico, ed ecco al suo posto quello in direzione nord che collega la capitale a Murmansk sul golfo di Kola, oltre il Circolo Polare Artico e distante meno di trecento chilometri dal confine finlandese. Anche la delusione amorosa che Laura si lascia alle spalle tra la Piazza Rossa e il Bol’šoj viene modificata in fase di sceneggiatura: un uomo nel romanzo, una donna nel film.

Per quanto possano apparire a uno sguardo superficiale come delle modifiche irrilevanti, questi dettagli finiscono in qualche modo per azzoppare parte della riuscita reale di Scompartimento n. 6. Le ambizioni del racconto di Liksom erano quelle di discutere del proprio tempo, della sconfitta di un’utopia, della disillusione umana e collettiva. Tutto questo viene a mancare nel film di Kuosmanen, che quindi deve necessariamente aggrapparsi all’unico elemento interessante sopravvissuto alla riscrittura, il rapporto interpersonale tra due sconosciuti in treno – il riferimento hitchcockiano termina qui, ovviamente – che nel corso delle varie giornate di viaggio troveranno il modo, dopo gli screzi iniziali, di conoscersi, scoprire le rispettive fragilità, forse addirittura innamorarsi. La visione collettiva cade in maniera definitiva, per di più lasciando qua e là la sgradevole sensazione di un vaghissimo accenno razzista nella rappresentazione del popolo russo, e quindi Kuosmanen deve ridefinire il personaggio di Ljoha: resta un mezzo ubriacone dai modi rudi, ma la sua gentilezza d’animo si fa largo quasi da subito, così come la sua schiettezza, e la sua sincerità che cozza con una quasi totale incapacità a uscire dal proprio guscio. Invece di allargarsi ad analisi del mondo russo, Scompartimento n. 6 si limita dunque a una aggraziata storia d’amore e d’affetto, tutta racchiusa in due persone schive che si trovano costrette a denudarsi – in modo metaforico – per via di una sistemazione coatta e di un viaggio che nessuno dei due in fin dei conti vorrebbe davvero compiere (Laura avrebbe scelto di farlo per scoprire sì i petroglifi, ma come occasione per uscire da Mosca con la sua amata; Ljoha si reca in quel luogo inospitale per lavorare come minatore).

Kuosmanen è indubbiamente talentuoso, e sa come descrivere un rapporto affettivo. La relazione tra i due personaggi scorre via gentile, leggera, con il ritmo indefesso del treno su cui si trovano. Gli sketch funzionano quasi tutti, così come le digressioni a terra – ma la stragrande parte della narrazione si svolge in viaggio –, anche se l’impressione è quella di un’impalpabile inutilità. La verità è che il regista avrebbe potuto osare molto di più, ma si accontenta del bozzetto, di un impressionismo leggiadro e a ben vedere superficiale. A risollevare le sorti del film è l’ultima parte, quella dove finalmente si raggiunge Murmansk. Lì, vagando in spazi aperti e durissimi (la protagonista viaggia d’inverno, quando i petroglifi neanche è possibile raggiungerli a causa delle pessime condizioni meteorologiche), Kuosmanen sa riprendere il senso del discorso, è in grado di raccontare quella dispersione umana che sul treno diveniva subordinata allo scambio dialettico, al campo controcampo quasi obbligato, alla banalità della rom-com. Un approdo forse tardivo ma salvifico, che permette di abbandonare la visione di Compartment no. 6 con un senso di soddisfazione.

Info
Scompartimento n. 6 sul sito del Festival di Cannes.

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