Haruhara San’s Recorder

Haruhara San’s Recorder

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Presentato al 32° FIDMarseille, Haruhara San’s Recorder è il quarto lungometraggio del giapponese Kyoshi Sugita, un’opera all’apparenza leggera, che ruota tutta attorno alla protagonista, una ragazza che lavora come cameriera in un locale, dove lo spirito della cultura giapponese tradizionale si confronta con la vita nello stato di pandemia.

L’inquilina del primo piano

Sachi, una giovane donna che lavora come cameriera in un locale, prende possesso di un appartamento e saluta sulla soglia di casa il precedente inquilino che sceglie di partire e trasferirsi a Miyazaki, nel Sud del paese. Seguiremo la vita della protagonista, i suoi incontri con amici e conoscenti, vecchi e nuovi. [sinossi]

Un grande ciliegio in fiore, che si staglia sopra un corso d’acqua con i suoi riverberi di luce, una chioma di color rosa pallido osservata e fotografata dai passanti, e ammirata dalla finestra di una caffetteria. Il simbolo principale del Giappone, che racchiude l’essenza di una bellezza che dura pochissimo, della labilità e transitorietà della vita, ma ormai anche immagine turistica, stereotipata. Con questa scena inizia Haruhara San’s Recorder (il titolo originale giapponese è traslitterabile come Haruharasan no uta, “la canzone del signor Haruhara”, e riprende il titolo della poesia cui il film si ispira, mentre il titolo internazionale del film corrisponde con quello del volume della raccolta di cui tale poesia fa parte), quarto lungometraggio del filmmaker Kyoshi Sugita, presentato nella competizione internazionale del 32° FIDMarseille. Un’immagine di felicità, quella della fioritura dei ciliegi, che non cessa di stupire. E una cameriera dice che con quel tempo la fioritura sarà anche prolungata. L’aspettativa di vita nel mondo contemporaneo, e in un paese ad alto tasso di longevità come il Giappone, è indubbiamente più elevata dei tempi dei samurai, del ciliegio e della spada. Tuttavia dopo questa prima scena, che funge da prologo, in tutto il resto del film vedremo persone con mascherine, segno che il covid ha fatto il suo ingresso anche in Giappone con un rinnovato senso della precarietà dell’esistenza umana.

In un momento successivo, Sachi sulla soglia della sua nuova casa, saluta l’ex inquilino che le ha lasciato l’appartamento. Lui da Tokyo si trasferirà a Miyazaki, nell’isola di Kyushu, attirato da quella terra che considera ancora gravida di mitologia e popolata dai kami, le divinità shintoiste, allo stesso modo in cui lo è l’Hokkaido, la terra natia della ragazza. L’estremo Sud e l’estremo Nord del paese mantengono ancora residui di quella cultura ancestrale che si va disgregando in quel Giappone moderno, in quella Tokyo dove è facile perdere le coordinate, le direzioni, smarrire l’indirizzo, come succede, più volte, nel film. Così la concezione di Kyoshi Sugita vede con spirito classicista la vita contemporanea, lo scorrere dell’esistenza della gente comune, con una contemplazione estatica, con un senso di pathos emotivo per le cose della vita compresi i piccoli gesti della quotidianità, innaffiare le piante, appendere i panni, giocare a basket in cortile, abbracciarsi. In questo senso il film è ispirato a un tanka, il tradizionale componimento poetico breve, di poco più lungo dell’haiku, di un’autrice contemporanea, Naoko Higashi.

Kyoshi Sugita usa uno stile di regia coerentemente ascetico e rarefatto, un anti-cinema di reminiscenza ozuiana. Inquadrature fisse, con pochi e appena percettibili movimenti, personaggi che si perdono sullo sfondo, mai inseguiti dalla mdp, interni a volte vuoti, a volte punti di vista al livello del tavolo basso giapponese, dove ci si dispone inginocchiati. E sopratutto incasella, incornicia o ritaglia personaggi e immagini con frequenti effetti di surcadrage, generati da finestre, porte aperte, finanche gli oblò nella parte finale sulla nave, come in una galleria di figure sospese. E il film diventa anche un contenitore di performance artistiche, eseguite e messe in scena dai vari personaggi che ruotano attorno a Sachi e al suo appartamento. C’è la calligrafia tradizionale fatta su un lenzuolo dalla protagonista, le canzoni e i momenti musicali con il flauto o strumenti a corde, la pièce dell’amica drammaturga che le chiede di provare insieme le battute. E c’è poi il film del ragazzo, uno studente di cinema, che filma Sachi con il cellulare (inizialmente con molti movimenti sembrerebbe ma poi l’immagine proiettata risulterà stabile) mentre stanno mangiando, l’unica volta del film con le forchette all’occidentale. Un film che verrà proiettato ancora su una finestra che funge da schermo, all’esterno di sera, che contiene così quella interna, del filmato, che fa da sfondo alla donna che mangia. Il cinema contiene e fagocita tutte le arti compreso sé stesso. E al centro di questo crocevia di forme d’arte ci sta la figura poliedrica di Chika Araki, che interpreta Sachi, un’attrice teatrale nonché danzatrice e maestra di calligrafia.

Info
Haruhara San’s Recorder sul sito del FID Marseille.

  • haruhara-sans-recorder-2021-kyoshi-sugita-01.jpg

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