Red Rocket

Red Rocket

di

Red Rocket, settimo lungometraggio per Sean Baker in venti anni di carriera, sembra chiudere un’ideale trilogia con i precedenti Tangerine e The Florida Project; ancora l’America periferica, stavolta nella squallida Texas City, ancora l’illusione del “sogno” costretto a risvegliarsi all’ombra di una vita priva di sbocchi, e di speranza. Ma l’indagine umana appare superficiale, e la ricerca estetica sembra accontentarsi di un oramai usurato immaginario indie.

Porno a casa

Mikey Davis, conosciuto ai cultori del cinema pornografico con il nome d’arte “Saber”, ha quasi cinquant’anni ed è in parabola discendente. Decide così di lasciare Los Angeles per tornare nella natia Texas City, cercando di farsi accettare a casa dalla sua compagna. Ma il ritorno non sarà semplice… [sinossi]

In Tangerine una prostituta trangender appena uscita di prigione attraversava i sobborghi più malmessi di Los Angeles per scoprire se il pettegolezzo che riguardava il tradimento del suo compagno (nonché datore di lavoro) rispondesse a verità. In The Florida Project (Un sogno chiamato Florida in Italia) una bimbetta di sei anni si trova in un motel fuori dal mondo, a un passo dal Walt Disney World, con la madre che vive di espedienti. La casa, la famiglia, lo spaesamento, la necessità di confrontarsi con una realtà cruda, sono tutti elementi che tornano anche in Red Rocket, settimo lungometraggio di Sean Baker presentato in concorso al Festival di Cannes che con i due titoli sopracitati sembra quasi formare un’ideale trilogia incentrata sull’America periferica, su quella realtà tragica e dimessa che la dorata Hollywood sceglie sistematicamente di far finta che non esista. Fin dal suo esordio, “vecchio” oramai di oltre venti anni, Baker ha scelto da quale parte della barricata posizionare la sua macchina da presa, o videocamera: in questo senso non si può non apprezzare la coerenza espressiva e politica di un regista indipendente per scelta e per vocazione, e che rifugge dalla prassi produttiva dell’industria, come dimostra ad esempio la pervicace volontà di lavorare con attori amatoriali o scoperti casualmente per strada. Il suo è però anche un cinema di narrazione, costruito attorno al desiderio di una terra promessa e irraggiungibile: Hollywood per Sin-Dee Rella (la cui pronuncia è ovviamente Cinderella, Cenerentola) in Tangerine, Walt Disney World, il parco giochi più famoso del mondo, per Moonee – la cui pronuncia non è poi così lontana da “money” – in The Florida Project. Quella terra promessa Mikey Davis l’ha vissuta per qualche anno, pornodivo che si è mantenuto frequentando attrici porno assai più importanti di lui.

Red Rocket inizia con un ritorno a casa, e quindi già con il fallimento. Oramai uomo di mezza età Mikey, che nel settore utilizzava il nome d’arte “Saber”, vale a dire “Sciabola”, deve abbandonare i sogni losangelini e tornare nella natia Texas City, squallida cittadina sul golfo del Messico, in quella contea di Galveston che il cinema recentemente ha già raccontato come fiera perpetua dell’illusione (si veda l’interessante, e un po’ sottostimato, Galveston diretto da Mélanie Laurent). Mikey non ha neanche un posto dove stare che sia tutto suo, e può solo pietire un giaciglio nella casa della sua compagna storica, Lexi, che l’aveva brevemente seguito in California per poi capire ben prima di lui l’antifona e tornarsene da dove era partita. Lexi vive ancora con la madre, e quindi l’incubo familiare da cui un “tomber de femmes” come Mikey rifugge – moglie + suocera – gli esplode letteralmente in faccia, su quel volto tumefatto che ben racconta, al di là della fanfaluche raccontate dall’uomo, le difficoltà attraversate all’ombra dell’impero. Baker guarda con affetto i suoi personaggi, ma non per questo accetta di leggerli in un’ottica pietistica: Mikey è squadernato agli occhi dello spettatore in tutte le sue debolezze, nelle sue infinite meschinità, nelle sue bugie reiterate all’infinito forse per potersi permettere di crederci, almeno lui. Il rapporto sentimentale che instaura con la quasi maggiorenne Strawberry, commessa in un negozio di ciambelle, è l’epitome della mediocrità umana, autoriflessiva e professionale di un uomo allo sbando.

Quasi temesse di non essere compreso nelle sue intenzioni, Baker vacilla, e sovraccarica Red Rocket di sovrastrutture metaforiche fin troppo evidenti, così esplicite da divenire quasi parossistiche: anche il rimando continuo al dibattito elettorale tra Donald Trump e Hillary Clinton assume contorni esasperanti. È evidente che l’umanità descritta dal film sia quella che si è lasciata più facilmente blandire dallo slogan “Make America Great Again!”, ma ridurre l’antropologia umana descritta a un riferimento così semplice, perfino usurato, e per di più in un momento storico già spostatosi almeno in parte altrove, dona un’aura di pretestuosità al film. Red Rocket in tal senso non è aiutato neanche dall’estetica di Baker, cocciutamente ancorata a un panorama indie che non sembra avere più la forza espressiva per raccontare in profondità un Paese così conflittuale, e dunque pieno di contraddizioni. Non c’è mai contraddizione invece nello sguardo di Baker, che assume su di sé una verità assoluta della quale però non sembra in grado di sopportare realmente il peso specifico. Ecco dunque che i personaggi non vengono indagati fino in fondo, ma solo nella loro superficie metaforica, nel rimando ideale al racconto del “vero” che non sa però rinunciare al dialogo incessante, all’inquadratura “buffa” (Mikey che se ne va in giro con la sua bicicletta e finge di vivere nel quartiere più ricco della città, ad esempio). Un po’ come Trump anche Baker sembra voler convincere a forza i suoi spettatori dell’assolutezza della sua visione. Il risultato, esattamente come per il magnate, non può che apparire abbastanza vacuo.

Info
Il trailer di Red Rocket.

  • red-rocket-2021-sean-baker-01.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Cannes 2021Cannes 2021

    La ripartenza, i film, le recensioni di Cannes 2021: Paul Verhoeven, Bruno Dumont, Apichatpong Weerasethakul, Nanni Moretti, Ryusuke Hamaguchi, Asghar Farhadi, Sean Baker, François Ozon, Kirill Serebrennikov...
  • Cannes 2021

    Festival di Cannes 2021 – Presentazione

    Si è aperta la 74a edizione, un nuovo inizio dopo la non-edizione del 2020. La serata di inaugurazione ci ha regalato la presenza di Bong Joon-ho, Almodóvar, Spike Lee e Jodie Foster. Quattro nomi fondamentali, quattro lingue, quattro angoli del mondo per sottolineare la portata internazionale di Cannes 2021, la riapertura, la ripartenza.
  • Festival

    Cannes 2021: la selezione ufficiale

    Cannes 2021 svela le carte. Thierry Frémaux ha annunciato alla stampa i film che comporranno la selezione ufficiale dell'edizione di luglio, ed è una lista di titoli ampiamente previsti nel chiacchiericcio degli addetti ai lavori negli ultimi mesi. Grande invasione di titoli francesi, ben 19.
  • In sala

    galveston recensioneGalveston

    di Galveston nasce dalla penna di Nic Pizzolatto, noto ai più per aver scritto True Detective. Crime movie nerissimo a cavallo tra Louisiana e Texas, il romanzo è divenuto film grazie a Mélanie Laurent, con la quale pare che Pizzolatto abbia avuto a che ridire. Il risultato finale è comunque molto interessante.
  • Cannes 2017

    Un sogno chiamato Florida RecensioneUn sogno chiamato Florida

    di Tra disneyficazione del paesaggio e nuova povertà, Un sogno chiamato Florida (The Florida Project) di Sean Baker riesce a bilanciare perfettamente spirito anarchico e dramma sociale. Alla Quinzaine des réalisateurs e ora in sala.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento