Emigrantes

Emigrantes

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Epopea realistica e sentimentale dell’emigrazione italiana in Argentina, Emigrantes è la prima regia di Aldo Fabrizi, un film tutto da riscoprire presentato a Il Cinema Ritrovato.

Casa dolce casa

La famiglia Bordoni non si è mai ripresa dal dissesto economico causatogli dalla Seconda Guerra Mondiale e pertanto decide di partire per l’Argentina, pensando di restarci un anno. Giunti a Buenos Aires, i Bordoni capiscono che non è così facile inserirsi e arricchirsi in breve tempo, pertanto il padre, Giuseppe, si gioca tutti i risparmi alle corse dei cavalli. E perde. L’unica soluzione per riuscire a tornare in Italia è truffare l’assicurazione per gli infortuni sul lavoro. [sinossi]

“Un film movimentato” e “dal possente verismo”. Sono queste le frasi di lancio contenute nel trailer di Emigrantes (1948), l’esordio alla regia di Aldo Fabrizi presentato, insieme al filmato promozionale, al Cinema Ritrovato 2021, per la retrospettiva curata da Emiliano Morreale dal titolo Aldo Fabrizi: “Tolto al mondo troppo al dente”. Nel breve filmato di circa 3 minuti, una vera chicca tutta da scoprire, oltre alle scene del film, è possibile vedere anche le immagini dell’anteprima tenutasi a Buenos Aires, alla presenza di Evita Peron, presenza che sancisce la storica relazione tra Italia e Argentina, tutt’oggi il paese estero ove si registra la maggiore presenza di nostri compatrioti.

Tra i pochi lungometraggi nostrani dedicati all’emigrazione italiana in Argentina, Emigrantes è costantemente sospeso sul crinale tra dramma e commedia, tra l’amarezza di un espatrio dettato dalle difficoltà economiche del secondo dopoguerra e l’inventiva italica spesso nota anche come “arte di arrangiarsi”. Probabilmente proprio questo mix ha fatto storcere il naso alla critica del tempo, specie quella che identificava Fabrizi con il Don Pietro di Roma città aperta (1945) e che non vedeva di buon occhio quella mescolanza tra toni tragici e comici, letta come degenerazione di una presunta purezza del Neorealismo. Degenerazione dettata magari da una compiacenza più o meno esplicita verso il grande pubblico. Ma quanti rammentano la celebre scena della padellata nel su citato capolavoro di Rossellini, sanno già quanto peregrine fossero quel tipo di critiche. E allora forse è persino superfluo dire che Emigrantes rappresenta in quest’ottica un film da recuperare, sia per la sua tematica, così poco frequente nel nostro cinema (molto più raccontata è invece l’emigrazione negli USA, in Francia, in Germania), che per l’ottima prova registica e interpretativa di Fabrizi.

Al di là del tema del viaggio e delle peripezie in cui incorrono i protagonisti, Emigrantes è anche un film “emotivamente movimentato” in grado di cogliere, attraverso dettagli arguti e per nulla banali, tutta la gamma di sentimenti che investe chi lascia la propria casa per andare in cerca di fortuna altrove. Lo si percepisce soprattutto nella prima parte del film, quella dedicata all’abbandono dell’appartamento trasteverino da parte della famiglia Bordoni, e la nostalgia assume poi la natura di un vero e proprio malessere fisico, di una malattia, per il personaggio della madre, interpretato da Ave Ninchi.

Padre (Aldo Fabrizi), madre incinta (Ave Ninchi) e figlia ventenne (Loredana) sono in procinto di partire per l’Argentina, nel tumulto generale di una smobilitazione domestica che comporta non pochi strascichi affettivi. La signora Bordoni ha infatti già perduto due figli maschi e l’abbandono dell’appartamento è fin da subito evidentemente doloroso per lei, al punto che decide all’ultimo momento di prendere con sé anche una vecchia padella e una piantina in vaso, simbolo di quelle radici che non intende estirpare dal suo amato quartiere. Il marito le ripete, ma non si sa quanto sia vero, che entro un anno avranno fatto fortuna e potranno tornare a Roma. Una toccante inquadratura con le ombre dei due coniugi che si stagliano su un muro ormai vuoto della casa, sottolinea poi con efficacia il dolore di questo commiato. Seguirà un lungo addio in carrozzella alla Città eterna, con la famiglia che ne saluta ogni angolo.

Fabrizi punta dunque l’obiettivo su Ave Ninchi – con la quale aveva già lavorato in Vivere in pace di Luigi Zampa, 1947, e che tornerà a dirigere in La famiglia passaguai, 1951–, e resterà lei l’anello debole dell’emigrazione, lei che ha paura anche di andare a pagare una bolletta a Via Nazionale.

Nella lunga sequenza centrale di Emigrantes, dedicata al viaggio in nave, la famiglia Bordoni incontra una varia umanità, con la classica coralità di dialetti regionali dalle più varie provenienze, e dove si segnala poi la presenza anche di una famiglia di profughi istriani. È durante la traversata poi che donna Adele (questo il nome del personaggio della Ninchi) dà alla luce il bambino, che con suo grande scorno avrà nazionalità argentina. E così, per compensare, viene chiamato Italo. Non mancano in questa parte di film momenti di stampo comico, come ad esempio una serie di gag legate allo scarso orientamento che i viaggiatori hanno (nel film come nella realtà, ieri come oggi) a bordo di una nave. La sequenza del parto è poi orchestrata con efficacia in montaggio alternato con una festa danzante sul ponte, cosa che accentua le difficoltà di movimento e comunicazione tra i personaggi, e dunque anche la tensione spettatoriale. Sempre sulla nave poi, in alcune scelte di angolazione su dettagli e primi piani, Fabrizi occhieggia all’Ėjzenštejn de La corazzata Potëmkin. Una gag appare poi esemplificativa del tono comico-drammatico che innerva tutto il film: quella del battesimo del neonato sul ponte, dove l’acqua santa argentina viene mescolata a quella romana (un altra reliquia patria portata dai Bordoni in viaggio), liquida metafora della mescolanza tra nazionalità sotto la cui egida il bambino è nato. 

L’approdo a Buenos Aires avviene senza troppi scossoni: la città appare accogliente e le sue luci notturne sono promessa di quel benessere che i Bordoni sperano arrivi presto. Ora però è importante per loro avere una casa. Giuseppe inizia a lavorare come manovale in un cantiere, sotto la direzione dell’ingegnere, un italo-argentino figlio di emigranti di un’ondata precedente. È proprio con lui che la giovane figlia stringerà un legame, osteggiato però dalla madre che pensa solo a tornare a Trastevere. Fa poi capolino una forte idea di solidarietà sociale, anzi, di socialismo reale: Giuseppe propone ai compatrioti di fare squadra con chi è già lì da tempo, unendo dunque investimenti (degli oriundi) e forza lavoro (dei nuovi arrivati) possono costruire durante i weekend della case che saranno per loro, non per gente più abbiente.

La melanconia crescente di donna Adele, spingerà Giuseppe prima a perdere tutti i risparmi nelle corse di cavalli e poi a truffare l’assicurazione rompendosi da solo un braccio in cantiere. Ma la forza della nuova comunità è dietro l’angolo, con i suoi risvolti sentimentali e la sua energia centrifuga. Con correlati buoni sentimenti finali, perché agli affetti non si può sfuggire, né ai vecchi né ai nuovi. Ma, pur nel suo scorrere fluido sui binari ben oliati di un romanzo popolare e sanamente populista, è soprattutto nei dettagli che Aldo Fabrizi rivela quella raffinatezza che consente a Emigrantes di rivelare tutta la sua forza, in quegli oggetti (la piantina, la padella, l’acquasanta mescolata) troviamo metafore toccanti e non scontate, troviamo quella verità che ci permette, senza remore, di ridere e commuoverci, senza spegnere il cervello.

Info:
La scheda di Emigrantes sul sito del festival Il Cinema Ritrovato.

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