Pizza Connection

Pizza Connection

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Versione semplificata dell’impegno civile anni Settanta, Pizza Connection di Damiano Damiani è un melodramma/fotoromanzo tra mafia, conflitti familiari e sentimenti adolescenziali. Privo di ombre, ambiguità e reale fascino, rappresenta una sorta di compromesso al ribasso tra le ambizioni del cinema civile e le vacue esigenze di un nuovo decennio. Con Michele Placido e Mark Chase.

Io non sparo, io amo

Il killer siciliano Mario Vialone gestisce una pizzeria a Brooklyn che serve da copertura per traffici illeciti. Ricontattato da Cosa Nostra che intende affidargli un incarico importante, Mario rientra in Sicilia e si scontra con suo fratello Michele, ventenne idealista e romantico che non accetta il contesto di violenza e sopraffazione generato dalla mafia. Mario vorrebbe che Michele lavorasse con lui, ma il ragazzo recalcitra e nel frattempo cerca di salvare Cecilia, una quattordicenne innamorata di lui e costretta dalla madre a prostituirsi… [sinossi]

Gli anni Ottanta semplificano, nel peggiore dei casi, talvolta, appiattiscono. Damiano Damiani giunge alla metà del decennio dopo aver già raccolto l’epocale successo televisivo della prima stagione di La piovra (1984), e si dedica a un ulteriore progetto centrato sulla mafia. Stavolta la destinazione è doppia: versione breve per le sale cinematografiche e versione extended (180 minuti in totale) per la televisione. Nato dal solidissimo connubio tra Damiani e la famiglia Cecchi Gori, Pizza Connection (1985) non ha colpito l’immaginario collettivo con la stessa forza dirompente della miniserie dominata dalla figura del commissario Cattani. Da La piovra il nuovo film eredita anche una parte del cast d’attori, a cominciare dal protagonista Michele Placido, che quasi per contrappasso abbandona le vesti del difensore della legge per incarnare un freddo e spietato killer della mafia. Qualche altra faccia derivante da La piovra la rintracciamo pure nei comprimari (Renato Mori), ma tuttavia l’impianto narrativo, che anche nella sua versione extended ha un raggio decisamente più ristretto se confrontato alle sei puntate della miniserie Rai, mostra un approccio ancora più semplificato ed elementare. La piovra evocava efficacemente un labirinto di connessioni tra Stato, grande economia e criminalità organizzata, affidandosi a un sostanziale spirito da feuilleton popolare; in Pizza Connection l’orizzonte è assai più limitato, l’avvio del racconto in terra americana è poco più di un pretesto per dedicarsi poi a un melodramma a tinte forti d’ambiente fondamentalmente familiare. Il racconto si avvita su un lacerante conflitto tra due fratelli, lo scafato Mario Vialone, killer mafioso richiamato in Sicilia per un incarico importante, e suo fratello Michele, ingenuo pesciaiolo che non accetta il contesto di violenza generato dalla mafia e che non vuol piegarsi a lavorare a sua volta per la criminalità. Rispetto alla pregressa filmografia di Damiani si percepisce un restringimento delle ambizioni anche dall’uso superficiale, tutto a effetto, del titolo prescelto: la vera operazione investigativa “Pizza Connection”, svoltasi tra il 1979 e il 1984 tra le due sponde dell’Atlantico, non è minimamente sfiorata dal racconto, e al limite ne possiamo ricavare qualche debolissima reminiscenza dal puro e semplice riferimento alla pizzeria di Brooklyn gestita da Mario Vialone all’inizio del film – nell’operazione di indagine si venne a scoprire una rete di pizzerie e ristoranti mafiosi newyorkesi, gestiti da italiani, che fungevano da copertura per il mercato dell’eroina. Per il resto, il titolo non sembra far altro che richiamare genericamente un’etichetta in odore di mafia discretamente nota alla metà degli anni Ottanta per attirare il pubblico e per riservare poi il racconto a tutt’altro.

A ben vedere, l’intero film è dominato dal medesimo spirito generico, superficiale e semplificante. Il cinema d’impegno civile e intrattenimento, di cui Damiani è stato maestro lungo tutti gli anni Settanta, sembra qui andare incontro a un bagno di genere, cristallizzando figure, temi e paesaggi antropologici. In tal senso Pizza Connection acquisisce una fisionomia decisamente singolare, da un lato iperconvenzionale nella proposta di personaggi e nello sviluppo narrativo, dall’altro prigioniero di una natura ibrida che non dà slancio né al cinema di genere tutto azione e intrattenimento, né alle possibilità di approfondire e ragionare su temi e figure. La piovra di Damiani portava su di sé segni ben più evidenti di serialità televisiva; Pizza Connection conserva invece tratti più spiccatamente cinematografici, nel ritmo del racconto, nello spazio dedicato alle singole figure, ma nella sua versione lunga per la tv (pratica molto diffusa lungo gli anni Ottanta italiani) mostra soltanto una consueta espansione della durata che tuttavia non aggiunge molto alla sostanza dell’operazione. Si rilevano, inevitabilmente, sostanziali sbalzi stilistici da una versione all’altra. La versione per il cinema è rapida, caratterizzata da un montaggio frettoloso, poco appassionante, e se rapportata alla versione lunga appare una sorta di approssimativo Bignami dove si è tagliato distrattamente qua e là per adattare il film alle consuetudini di sala. Con la visione della versione lunga si scopre che i tagli sono stati operati con modalità diversificate: da un lato l’intervento ha colpito la singola sequenza (la scomparsa di alcune inquadrature rende particolarmente goffi alcuni brani della versione breve), dall’altro si sono tagliate anche intere sequenze, interi corpi narrativi senza i quali alcune figure vanno incontro a un’ulteriore banalizzazione. È il caso soprattutto del nucleo narrativo dedicato alla famiglia di Cecilia (una giovanissima Simona Cavallari) e dei tagli che intervengono primariamente a sacrificare la figura della madre Ida Di Benedetto – un’intera sequenza, rimossa nella versione breve, è dedicata alle motivazioni sociali che determinano le turpi decisioni di una madre snaturata. Di contro, la versione lunga dilata fortemente i tempi narrativi, lascia molto più spazio al dialogo e al confronto tra visioni diverse della vita, ma le scene d’azione sono ridottissime – a conti fatti, resta da segnalare solo la bella orchestrazione dell’attentato al procuratore Santalucia, presente e praticamente immutato in entrambe le versioni.

Più in generale, Pizza Connection si delinea come un’operazione di ulteriore semplificazione del cinema civile di Damiani, che già fin dai suoi esordi si caratterizza per un approccio fortemente popolare e didascalico. La Sicilia/Italia di Pizza Connection non è più terreno di polemica e denuncia, bensì mero teatro di conflitti elementari che coinvolgono archetipi di presa immediata. Famiglia, conflitti tra fratelli, sfruttamento della prostituzione minorile, tossicodipendenza, procuratori integerrimi e quotidiana criminalità: elementi ridotti a rappresentare nient’altro che se stessi, la propria immanenza di genere, inscritti in una cornice di puro melodramma dai toni accesissimi, qua e là al limite della sceneggiata. Sparisce qualsiasi ambiguità, elemento forte dei migliori film di Damiani, in favore di una totale orizzontalità narrativa. A favorire il restyling dell’impegno civile sembrano intervenire anche altri elementi che si trasformano in ineludibili priorità da nuovo decennio – la fotogenia del coprotagonista, il misteriosissimo Mark Chase, apparso soltanto in questa pellicola, che si dedica al tratteggio di un ventenne romantico e idealista, munito di casco e motocicletta, una sorta di nuovo eroe dai tratti tipicamente Eighties pronto a far piegare un mafia-movie anche verso il teen-fotoromanzo, tanto per non lasciare insoddisfatto alcun tipo di pubblico. In sostanza, tale processo di semplificazione riduce le questioni mafiose a puro materiale narrativo, pronto per essere sfruttato in ottica di intrattenimento, che sia azione, melodramma, teen-drama e quant’altro. Oltretutto, Pizza Connection presenta anche qualche evidente problema di sceneggiatura, punteggiato com’è di vicoli ciechi narrativi, che incredibilmente si conservano pure nella versione lunga – il maggior minutaggio a disposizione avrebbe potuto garantire il necessario spazio a tutto e tutti. Basti pensare al flirt tra Michele Placido e Adriana Russo, che sembra aprire una nuova pista narrativa poi subito abbandonata e mai più ripresa.

Inutile dire che tale approccio finisce per consegnarci un film davvero poco appassionante, sotto tutti i profili, sia stilistici sia meramente fruitivi. Il conflitto tra i due fratelli è talmente corrivo e programmatico da tenere lontana qualsiasi possibilità di empatia, e altrettanto succede con il dramma lacrimoso dell’adolescente Cecilia, costretta dalla famiglia a prostituirsi per procurarsi il denaro necessario a foraggiare la tossicodipendenza del fratello. La solidità professionale di Damiani si riconferma anche in questo caso, ma il risultato finale è una copia grigia e scialba di un cinema brillante e accattivante qual era stato fino a pochissimi anni prima.

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