Dal pianeta degli umani

Dal pianeta degli umani

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Presentato fuori concorso al 74. Locarno Film Festival, Dal pianeta degli umani è l’ultimo lavoro di Giovanni Cioni incentrato sulla figura di Serge Voronoff, un autentico mad doctor noto per i suoi trapianti di testicoli dalla scimmia all’uomo, nella sua clinica sopra Ventimiglia, negli anni Venti. Una storia vera che sembra un B-movie di fantascienza anni Cinquanta.

Se questo è un umano

Un sopralluogo alla frontiera di Ventimiglia, tra Italia e Francia, diventa una fiaba fantastica, narrata da un coro di rane, in cui uno scienziato sperimenta una cura di ringiovanimento con testicoli di scimmia. Il dottor Voronoff è esistito, negli anni Venti la sua fama fu planetaria. La sua villa si trova sulla frontiera che i migranti tentano di attraversare. Ma è come se non esistessero. [sinossi]

Una storia vera: lo ribadisce più volte Giovanni Cioni in voce off con quelle sue tipiche reiterazioni. È la storia raccontata in Dal pianeta degli umani, presentato fuori concorso al 74. Locarno Film Festival, quella di un mad doctor, che sembra uscito da un B-movie di fantascienza anni Cinquanta se non da un romanzo gotico, che trapiantava testicoli di scimmie sugli uomini. Siamo nelle colline sopra Ventimiglia, nella località Grimaldi, un territorio di confine, un luogo peculiare, storicamente, geograficamente. Se l’uomo e la scimmia hanno un discendente comune, come sosteneva Darwin, qui abbiamo la testimonianza di una tappa chiave della storia dell’uomo, negli scheletri tra i pochi perfettamente conservati di Uomo di Cro-Magnon, nelle grotte dei Balzi Rossi, parte di quei rilievi montuosi e impervi che proteggono la costa dai venti freddi del Nord, conferendole un clima particolarmente mite. Un clima che ne ha fatto il territorio privilegiato delle vacanze esclusive della Belle Époque, come testimoniano le immense ville liberty con sontuosi giardini. Qui sceglievano di vivere, o anche svernare, i colonizzatori inglesi come le zarine russe, celebrando gli ultimi fasti di un mondo prossimo alla sua fine. A questo contesto aristocratico decadente apparteneva anche il dottor Voronoff, come delineato in Dal pianeta degli umani. Espressione di un delirio di onnipotenza scientista che inseguiva l’illusione di ringiovanimento e di contrasto della morte. Portatore di una visione antropocentrica, sessista, perché solo il sesso maschile poteva esserne beneficiario, e colonialista, per cui l’uomo bianco aveva a disposizione le risorse del pianeta intero.

Cosa resta ora di quel territorio che dalla Riviera dei Fiori del ponente ligure si estende nella Costa Azzurra francese, un tempo meta turistica aristocratica? Il Festival di Sanremo che diventa il centro d’Italia, quando si svolge, e che mantiene l’eredità delle località turistiche vintage, come lo stesso Lido di Venezia, scelte come sedi di grandi manifestazioni. Ma fuori da quei riflettori c’è una massa di marginali, i migranti che cercano di attraversare il confine, che vengono acciuffati e riportati indietro dai gendarmi francesi alla prima stazione oltre frontiera, quella di Menton-Garavan. O che cercano di passare clandestinamente per quei sentieri collinari che passano proprio vicino al Castello Voronoff. Cioni racconta le loro storie, di quelli che ha conosciuto, in via indiretta. Sceglie di lasciarli fuori campo, senza mai mostrarli, nemmeno oscurati, come fantasmi, spettri che cerchiamo di rimuovere dalle nostre coscienze.

Una storia vera raccontata come una fiaba, come un film muto richiamato in alcune parti del film riprendendo i carrelli con gli intertitoli racchiusi in una cornice decorata, con gli effetti a righe tipici della pellicola consunta. Un racconto gotico imperniato sullo stereotipo del maniero appollaiato sulla cima della montagna, il castello di Dracula che contiene il laboratorio di Frankenstein. Il concetto di umano è posto al centro del film, già dal titolo. Il concetto di umano è molto labile, i suoi confini non sono netti, dove cominci e dove finisca rispetto a quello di animale, e viene spesso distorto a fini ideologici. Non erano considerati umani gli africani impiegati come schiavi, così come quegli indigeni che venivano esposti in diorami come in uno zoo, nella stessa mentalità predatoria per cui King Kong viene catturato ed esibito in un grande teatro. E lo stesso Voronoff aveva sperimentato, in quanto ebreo, questa regressione allo stato di non umano, prima con i pogrom, per cui dovette fuggire dalla Russia, e poi per le leggi razziali che lo obbligarono a trasferirsi negli Stati Uniti, nonostante fosse molto popolare anche per il regime fascista. Oggi non sono considerati umani, ma solo un fastidio da ricacciare, i migranti che cercano di passare il confine tra Italia e Francia, che fuggono dai loro territori per necessità. La loro dignità di umani, di individui, è restituita da Cioni che li cita con i loro nomi e racconta le loro storie.

Cioni inizia il film dal mare, con il distacco rispetto a quel territorio stretto, teatro delle vicende che racconta come in un flusso di coscienza in voce off. Sceglie spesso un punto di vista non antropomorfo per questa narrazione, quello delle tante rane che vivono gracidando nelle cisterne che raccolgono acqua sulle colline. La biologia è il filo conduttore: le uova ammassate di rana assomigliano ai globuli rossi del sangue umano che si vedono alla fine, nel raccordo narrativo che porta all’odierna pandemia. L’utopia di eterna giovinezza di Voronoff si scontra con il continuo flusso della vita a livello cellulare: le cellule si moltiplicano e rigenerano, non c’è bisogno di scomodare una medusa per evocare l’immortalità. Si è ipotizzato un collegamento con i trapianti di Voronoff e il salto del virus da scimmia a uomo che avrebbe poi portato all’AIDS, anche se studi recenti smentiscono questa teoria. Ma la pandemia che stiamo vivendo, con cui il film termina, ci fa capire comunque quanto fragile sia ancora il pianeta degli umani, se non viene maneggiato con cura.

Info
La scheda di Dal pianeta degli umani sul sito del Locarno Film Festival.

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