Il mostro della cripta

Il mostro della cripta

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Il mostro della cripta, secondo lungometraggio di Daniele Misischia, gioca consapevolmente col genere, rievocando un periodo storico senza distorsioni o nostalgie preconfezionate. La produzione e il soggetto dei Manetti Bros. fanno parte del lavoro, fondendosi bene col gusto del regista e col suo impeto ludico e affettuoso verso tutto un pezzo di storia del genere.

Divertite memorie horror

Siamo nel 1988, in una sonnolenta provincia del centro Italia. Il ventenne Giò, aspirante regista, inizia a notare strane similitudini tra l’ambientazione dell’ultimo numero del suo fumetto horror preferito, Squadra 666, e alcuni luoghi del suo paesino. Nel frattempo, nella cittadina iniziano a verificarsi fatti orribili, tutti molto simili a quelli descritti nel fumetto… [sinossi]

Un film come Il mostro della cripta, secondo lungometraggio di Daniele Misischia, conferma una certa tendenza dell’horror italiano recente a giocare col suo materiale, a tanti livelli. C’è chi lo fa smontando e rimescolando in modo disinvolto i generi, partendo da una certa strada per battere poi, a sorpresa, altri sentieri: è il caso del recente A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli, uno dei più recenti “fenomeni” di genere nostrani, esperimento audace, per certi versi memorabile. E poi c’è chi sceglie di imboccare una via più filologica, omaggiando i suoi modelli in modo più letterale, ma condendo il tutto di una robusta dose di ironia: ed è proprio questo il caso del secondo film di Misischia, prodotto come il precedente The End? L’inferno è fuori dai Manetti Bros. In realtà, qui, i due ex enfant terrible del cinema di genere italiano sono anche autori del soggetto, e questa paternità si vede tutta: l’ambientazione è a fine anni ‘80, e il protagonista col volto di Tobia De Angelis è più o meno un coetaneo dei due fratelli. Cinefilo e nerd quanto loro, ovviamente, anzi: forse anche più di loro.

È ambientato negli eighties, Il mostro della cripta, un setting temporale che potrebbe persino far storcere il naso a qualcuno, memore dei tanti derivati di Stranger Things e di una tendenza alla rievocazione generalizzata e acritica che ormai è divenuta essa stessa cliché. Tuttavia, basta guardare poche scene del film di Daniele Misischia per capire che qui non c’è nessuna nostalgia a prescindere, nessun ricordo preconfezionato, nessun furbo richiamo a un passato ormai diventato mondo artificiale: l’ambientazione del film, infatti, è in un paesino di provincia del centro Italia, sonnolento, praticamente cristallizzato nel tempo. Potrebbe essere il 1988, così come un ventennio prima o dopo: al di là del vestiario dei protagonisti, delle inevitabili capigliature cotonate e degli inserti musicali (comunque mai gratuiti o fine a se stessi) gli anni ‘80 sono quelli anonimi e tutt’altro che eroici che molta parte dei quaranta-cinquantenni di oggi ha davvero vissuto. Con qualcosa in più, però: qui, il protagonista è un aspirante regista, uno che all’epoca veniva facilmente guardato come un alieno – o qualcosa di simile – dai ben più prosaici coetanei (e purtroppo per lui pure dalla ragazza di cui è segretamente innamorato). Altro che YouTube Generation e simili: qui siamo in pena epoca analogica, fatta di filmini home made girati con pesanti e scomode videocamere, di sangue finto fatto col ketchup, di improbabili trucchi che chiedevano ben più della classica sospensione dell’incredulità, e di nerdismo che era davvero, fieramente tale. Il primo riferimento che è venuto in mente a chi scrive, invero, è stato un misconosciuto DVD uscito un paio d’anni fa, dal titolo VHS Generation Vol. 1: qui, Paolo Fazzini ripercorreva l’avventura di tanti giovanissimi, aspiranti registi in un periodo lungo circa un quindicennio, da metà anni ‘80 a fine anni ‘90. Una generazione precedente a quella di YouTube e dei social, per la quale tentare di fare un film no budget era davvero un’impresa degna di nota. Una raccolta, quella curata da Fazzini, i cui protagonisti esprimevano la stessa vitalità e la stessa creatività “povera” che qui vediamo muovere il personaggio di Giò interpretato da Tobia De Angelis.

Unitamente a questo background teorico, Il mostro della cripta ha un’altra idea per molti versi geniale: quella di fare il verso alla già citata serie Stranger Things parodiandola, facendone una sorta di consapevole caricatura, a cominciare dall’età dei protagonisti. Giò, il suo amico Alberino (col volto di Nicola Branchini) e gli altri due loro compagni, infatti, hanno circa vent’anni, ma a vedere come si comportano sembrano averne poco più della metà. I ragazzi vanno in bicicletta, comunicano con i walkie-talkie come i protagonisti di It, guardano al sesso come a qualcosa di misterioso e ancora apparentemente sconosciuto. Addirittura, usano la fionda come arma; lo stesso Giò ha con quest’ultima una mira infallibile, e in questo è proprio uguale al Bill Denbrough del romanzo di Stephen King. Non vedono l’ora, fin dall’inizio, di vivere un vero horror e di confrontarsi con un mostro, non mettendo mai nemmeno per un attimo in dubbio la sua esistenza: solo Alberino recita un po’ la parte del tipo razionale, ma si vede fin da subito che non ci crede fino in fondo. Un incredulo e divertito Lillo Petrollo (che interpreta la parte del fumettista Diego Busurivici) nota tutto questo e prende in giro amabilmente il gruppo: “Fionde? Walkie-talkie? Ma quanti anni avete, dodici?”. Lui, cinico com’è, fa fatica a sintonizzarsi sulle frequenze di Giò e dei suoi amici: lui disegna fumetti horror per mangiare, mica per altro (“prendendo a modello e non copiando”, ci tiene a sottolineare), è sempre strafatto d’erba e ascolta Guccini, che probabilmente gli ricorda i suoi, di vent’anni. Un’età in cui forse qualche sogno l’aveva. È proprio lo stesso Guccini, in una fondamentale scena, a ricordargli che “a vent’anni si è stupidi davvero”. Chissà se Guccini, al suo posto, avrebbe deciso di aiutare Giò e i suoi amici nella loro lotta contro il mostro: noi siamo disposti a scommettere di sì.

Il mostro della cripta, pieno di ritmo, vigore e gusto cinefilo, vuole stupire più che spaventare, strizzare l’occhio senza falsi rimpianti a un pezzo di generazione che era composto davvero di strambi outsider, rievocare un decennio – coi suoi sogni, i suoi incubi e le sue assurdità – per quello che davvero era, senza idealizzazioni e distorsioni di sorta. Il film di Daniele Misischia, nonostante l’impeto di affetto per certo cinema e certo sentire giovanile di cui è pervaso, non si tira comunque indietro quando c’è da premere sul pedale dello splatter, rievocando davvero i modelli di cui dice di nutrirsi – anche nella loro cattiveria, troppo spesso dimenticata. Il film ha giusto un piccolo cedimento nella sua seconda parte, quando la minaccia che grava sul paese diventa generalizzata e la lotta del giovane protagonista da individuale si fa collettiva; la sceneggiatura, qui, sembra perdere un po’ il filo del discorso, facendosi un tantino dispersiva. Ma poi, in vista del finale, il film di Misischia si riprende più che bene, piazzando nell’ultima parte l’apprezzabile creatura creata da Sergio Stivaletti, anch’essa citazione vivente di un altro classico del periodo (evitiamo di rivelare quale). Non si può non terminare la visione con un sorriso, e con la voglia di riguardarsi un classico horror degli anni ‘70 o ‘80 – magari Non aprite quella porta o La casa – o di rileggersi un vecchio numero di Dylan Dog. Il fatto che questo effetto, il film di Daniele Misischia, non sembri mai perseguirlo in modo aperto ed esplicito, è certamente un notevole titolo di merito.

Info
Il mostro della cripta, il trailer.

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