A New Old Play

A New Old Play

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Premio speciale della giuria al 74 Locarno Film Festival, A New Old Play è un affresco della storia cinese attraverso le rappresentazioni teatrali messe in scena da una compagnia di provincia, in un teatrino dello Sichuan. Esordio al lungometraggio di finzione per il regista Qiu Jiongjiong che realizza un dialogo continuo tra cinema e teatro nella ricerca dell’essenza dell’arte cinese.

Il fantasma del palcoscenico cinese

L’attore che ha interpretato il ruolo di clown protagonista in una nota troupe teatrale passa a miglior vita e viene accolto nell’aldilà. Mentre torna per un’ultima volta ai suoi vividi ricordi, si rievocano 50 anni di arte, lotte e amore sullo sfondo della tumultuosa storia della Cina del XX secolo. [sinossi]

Una nebbia fittissima introduce il film: siamo nella provincia cinese dello Sichuan. Così è l’incipit di A New Old Play (il titolo originale è traslitterato come Jiao má táng huì), primo lungometraggio di finzione per Qiu Jiongjiong, presentato in concorso al 74 Locarno Film Festival, dove ha ricevuto il premio speciale alla giuria. Una nebbia che diventa come un fondo bianco in cui si disegnano i personaggi, che rende astratto il mondo reale conferendogli la stessa consistenza del teatro, dello spazio vuoto tipico della scena classica cinese, o della pittura. Il progetto cinematografico di Qiu Jiongjiong è da subito chiaro e lineare, passando da Jia Zhangke e Chen Kaige. Come il primo infatti vuole delineare un pezzo tumultuoso di storia patria attraverso gli spettacoli di una compagnia di teatro, come il secondo cerca una sintesi o un dialogo tra due, o più, forme di rappresentazione, rimanendo comunque nell’ambito della cultura di provincia, nello Sichuan, lontana dalla raffinata arte classica dell’Opera di Pechino.

Un lavoro che per il regista assume un carattere autobiografico, essendo figlio di un artista dell’Opera di Sichuan, e avendo già realizzato il documentario sperimentale Chi su un soggetto molto simile. I vari spettacoli che si susseguono in A New Old Play, messi in scena dalla compagnia, riflettono le mutazioni istituzionali, con relative direttive, che attraversa il paese, dalla guerra alla rivoluzione culturale, dalle rappresentazioni storiche a quelle del popolo, dall’intrattenimento alla pedagogia. La situazione politica riflette anche l’arrivo di testi di Tolstoj e Stanislavskij che i nostri teatranti leggono e commentano, inquadrati nei volti da una carrellata, mentre sono seduti al bagno. Non un’ironia, la cacca non è un tabù in Cina, dove rappresentava un indispensabile fertilizzante. E, come si vede nel film, rubare cacca era un reato, e la cacca in epoca socialista era proprietà di stato.

Qiu Jiongjiong, che lavora anche nel campo della pittura e del teatro, ricercando fusioni e connessioni tra le forme d’arte, per esempio con spettacoli on stage che interagiscono con filmati, conduce tutta l’operazione del film sul filo del confronto di linguaggi, cercando di cogliere l’essenza dell’arte cinese. Quasi tutto A New Old Play si gioca su carrellate laterali di mizoguchana memoria, mantenendosi su una dimensione di superficie, senza profondità, nel punto di vista della fruizione teatrale che per l’arte orientale equivale anche a quella di certe opere figurative come i rotoli dipinti o i paraventi. Sono pochissimi, e ben centellinati, nel film i movimenti in avanti. Qiu Jiongjiong sembra voler realizzare un dialogo continuo tra due superfici, lo schermo cinematografico e il boccascena del teatro, separazione labile tra finzione e realtà. In uno dei primi momenti del film vediamo confrontarsi, quasi come in uno specchio, due figure dentro e fuori il palcoscenico, due dignitari in uniforme, quello fuori del presente, quello in costume del passato. In altri momenti il film si gioca su campi controcampi tra dentro e fuori lo schermo, con le foto ricordo corali di chi stava dall’altra parte.

Il linguaggio ibrido di cinema e teatro si sviluppa anche su altri fronti. Per esempio sull’uso di elementi, quali un ventaglio o una finestra che si chiude, usati in funzione di sipario, a coprire il palcoscenico. Si spazia tra varie forme di teatro cinesi, anche quello famoso delle ombre con un gruppo di militari che si vede solo come silhouette. La composizione dell’immagine coinvolge anche la pittura, nei murales o nelle scritte («Abbasso Chiang Kai-shek»), mentre molte immagini si ritagliano in fenditoie o finestre sul muro, come quadri, o boccascena, secondari. E si arriva anche a una proiezione vera e propria sul palcoscenico, di un filmato sull’oppio. Ci sono poi immagini pittoriche, come quella dell’oca tra le macerie. Il film diventa così un’opera di composizioni, una macrocomposizione tra le arti.

«Lo spettacolo non finisce quando cala il sipario» dice uno dei teatranti. Il teatro è il luogo della magia, ma anche la realtà, cinematografica, ovvero quella che si trova fuori, tra il boccascena e lo schermo, si contamina della stessa magia e si può volare con un ombrello. La casetta, come di bambole, nella seconda parte del film, circondata da abitazioni stilizzate, è essa stessa una scenografia, non realtà. E sono ricorrenti anche degli occhi di bue che isolano i personaggi. Ed è teatro, tristemente, anche la gogna pubblica riservata a coloro che erano considerati controrivoluzionari in epoca maoista. Dopo la quale ancora Qiu Jiongjiong fa calare ancora una volta un sipario.

Info
A New Old Play sul sito del Festival di Locarno.

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