Il rumore di Roma: intervista ad Abel Ferrara

Il rumore di Roma: intervista ad Abel Ferrara

Dopo aver firmato alcuni capisaldi del cinema americano degli anni Ottanta e Novanta, China Girl, Kink of New York, Il cattivo tenente, The Addiction, Abel ferrata attraversa la quarta decade del suo cinema all’insegna dell’Europa. Il regista, ormai stabilitosi a Roma, realizza prevalentemente progetti prodotti con capitali francesi o italiani. Così è la sua ultima opera, Zeros and Ones, sorta di spy story in chiave di fantascienza distopica, ambientata a Roma durante il lockdown.
Abbiamo incontrato Abel Ferrara durante il 74 Locarno Film Festival, dove ha presentato Zero and Ones in concorso vincendo il premio per la miglior regia.

Parliamo della fotografia di Zeros and Ones. È un digitale sgranato che contribuisce a quella atmosfera dark che hai colto in Roma. Ce ne puoi parlare? Quale lavoro hai fatto con il tuo direttore della fotografia?

Abel Ferrara: Abbiamo girato di notte, è un film di guerra, un film che riguarda ciò che è reale e ciò che è fake, che tratta quello che c’è di nascosto, della paura, di quello che immagini che ci sia là fuori. Sean Price Williams, il direttore della fotografia, che ha lavorato a Good Time dei fratelli Safdie, è davvero bravo, ha questa percezione di come girare le scene di notte. Un elemento chiave per me è il nero. Giriamo in digitale, lo stesso titolo del film è un riferimento ai codici, gli zero e gli uno. Funziona anche come film di genere. Ci sono anche le uniformi come quelle americane. L’America è piena di militari in uniforme ma ora tutti i soldati fanno uso di camouflage. Nel film si evoca il soldato in generale, quello classico dei film di guerra. È l’immagine del soldato americano. L’idea era di avere un film di genere che avesse questa qualità, questo era quello che volevamo ottenere.

In questa Roma dark c’è anche il tuo vissuto di residente nella città ormai da tanti anni?

Abel Ferrara: Sì, piazza Vittorio è così davvero, non una versione romanticizzata. È un mondo più selvaggio, ecco com’è. Le motivazioni delle persone, la realtà delle cose, chi sono i tuoi amici e chi sono i tuoi nemici, tutto ciò sta cambiando e non è più così chiaro e definito. Ho vissuto a Roma negli ultimi vent’anni a intermittenza. Io sono italiano. Sono parte della cultura italiana. Cioè, sono italo-americano ma si tratta comunque di eredità culturale. Sono cresciuto in un quartiere completamente italiano del Bronx, insomma come un vero italiano. Sono americano ma sono cresciuto da italiano.

Una delle tue ossessioni è quella della religione. Qui arrivi a immaginare la distruzione di Piazza San Pietro, come mai?

Abel Ferrara: Senza spiritualità soffriremmo, sarebbe come essere nei secoli bui. Un mondo senza spiritualità non riesco neanche a immaginarlo, non credo sia possibile perché tutti ci chiediamo da dove veniamo. Non è possibile eliminare tutto ciò. L’approccio marxista-leninista non funziona, è stato dimostrato che non funziona. Non credo ci siano posti più grandi dove la religione sta fiorendo come in Cina o Russia. Alla fine la religione ha vinto sul comunismo. Il voler sapere chi sei, da dove vieni o perché sei qui è praticamente parte del tuo DNA. Ora sono buddista, quindi… Il film si svolge in Vaticano con l’idea di questa guerra che sta andando avanti, quindi quello può diventare il campo di battaglia. Mi riferisco alla guerra contro la religione, con i suoi precetti e i suoi ruoli. Questo tipo di discorsi che si sentono, il ritmo, e la stessa esplosione del World Trade Center che è simbolo del consumismo, dell’essere occidentale, della tua stessa religione, dell’America. Il film stesso riguarda le false informazioni o comunque informazioni sbagliate. Quindi, il Vaticano è esploso davvero oppure è photoshop? Si tratta di fake news, è una parte essenziale del film. All’inizio viene mostrato il muro del Vaticano che esplode, possiamo vedere che è lì e nulla può essere dato per scontato.

Il fratello del protagonista è un rivoluzionario. Cosa rappresenta?

Abel Ferrara: Lui aveva qualche sentore, come tipo se fosse Che Guevara o qualcun altro, lui è in quella posizione che è ben diversa da quella di un soldato. C’è il Che e poi c’è l’esercito, ma non puoi essere parte di entrambi. Possono essere due lati della stessa medaglia, come se fosse una guerra civile e un fratello combatte per il Nord mentre l’altro per il Sud. C’è chi sta da una parte e chi dall’altra, ognuno sceglie da che parte stare e decide le sue battaglie. Il nostro eroe, J.J., è dalla parte dei militari americani. Quindi sei da quel lato, indossi la tua uniforme, fai il tuo dovere, è si o no, è una situazione molto chiara. Ma quando sei un ribelle è tutta un’altra storia. Questo però non è un film dove puoi unire i punti, perché non si collegano, fidati. Semplicemente lo vivi, senti le emozioni, le idee e tutto il resto e trai le tue conclusioni. Insomma, riguarda la tua vita.

Palpabile comunque nel film è il contesto della pandemia, già nelle mascherine che tutti portano.

Abel Ferrara: Il virus è come un atto di guerra, è come un veleno, un gas. È come l’annegamento simulato, le pistole, le esplosioni e tutti questi strumenti di oppressione.

Il lockdown ti ha fornito questo scenario di una Roma spettrale, ma deve aver rappresentato anche un ostacolo alla realizzazione del film, no?

Abel Ferrara: Questo virus esiste sulla Terra ed è qui ora, non se n’è andato e non se ne andrà, quindi dobbiamo farci i conti. È la vita con i suoi termini, e cosa possiamo farci? Dobbiamo arrenderci e chiuderci in una stanza? Forse, dipende da quello che decidi di fare e da cosa il mondo decide. Alcune persone sono vaccinate e altre no. Il nostro governo non obbliga nessuno a vaccinarsi contro la propria volontà, ognuno è al governo di sé stesso e può decidere quello che vuole. E non puoi fare una legge per questo, o tipo mandare i militari. Non è così ora, ma magari la prossima guerra sarà tra persone vaccinate e coloro che non lo sono, tra i pro-vax e i no-vax, e sarebbe un campo di battaglia globale.

Come credi che questa situazione abbia cambiato il mondo?

Abel Ferrara: Sono ottimista e spero per il meglio ma guardo alla realtà dei fatti. Le idee sulla possibile provenienza, naturale, di questo virus non cambiano il fatto che ogni paese, che sia America, Russia, Iran o altri, ha un laboratorio da qualche parte che sta cercando di creare un virus che ucciderà tutti quanti. Questa è la realtà. Anche se sono buddista, con l’idea del karma, penso al karma della bomba atomica, del nucleare. Non è piacevole. È in atto la desertificazione del pianeta e nessuno che se ne preoccupa. Sono ottimista ma non sono cieco, guardo al mondo e alle persone, a come reagiscono a tutto questo, a ogni possibile cambiamento significativo, ma, siccome è così difficile, ogni cosa è una discussione. Non è tutto bianco o nero, come se fosse un film, del tipo «Ti sei vaccinato o non ti sei vaccinato?». Sì, ho settant’anni e mi sono vaccinato, ma se ne avessi venti mi vaccinerei? E se fossi una donna incinta? Non lo so. Ognuno ha le proprie decisioni da compiere. Se nel tuo paese non c’è il vaccino non puoi nemmeno decidere. Peccato, non ti puoi vaccinare, il tuo paese è inferiore.

Nell’ultima parte della tua carriera, lavori in Europa con standard di budget ben diversi da quelli delle tue grandi opere. Quale delle due condizioni produttive preferisci? E qual è il ruolo del digitale nelle potenzialità di girare senza grandi budget?

Abel Ferrara: Ho abbastanza soldi per fare quello che mi serve quindi il budget per me non significa molto, è irrilevante. Se devi fare cose che richiedono soldi allora ti servono soldi, se devi fare cose che non te ne richiedono allora non te ne servono. Per esempio, se ho un gruppo di trenta persone devo sfamare trenta persone, ma se ne ho uno di dieci allora devo sfamarne dieci. Non sono preoccupato per il denaro, sono preoccupato di assicurarmi di poter sfamare tutti quanti. Se hai un iPhone 10 o 12 hai la videocamera migliore che tu possa avere. Già quella del 10+ è abbastanza per realizzare un film. Quindi l’idea di usare una videocamera ad alto budget o una a basso budget, è una stronzata. Steve Jobs ha cambiato le regole, ha rivoluzionato il mondo e ora tutti hanno una videocamera da film, tutti possono fare un film. Quando ero giovane io serviva tutto questo equipaggiamento assurdo, dovevi sincronizzare tutto, usare laboratori e tutto il resto. Insomma, servivano tantissimi strumenti solo per ottenere un’immagine di qualcuno che parla con te. Ora invece il mio telefono fa tutto, puoi montarci il film, girarlo, aggiungerci la musica. Il ruolo dello studio cinematografico è stato cambiato dalla natura dei telefoni. Suggerisco di comprare un Apple 12, basta ad esempio andare dalla Vodafone e pagare.

Mi puoi parlare invece della colonna sonora di Zeros and Ones?

Abel Ferrara: La colonna sonora è il risultato del lavoro di tre musicisti di talento. Joe Delia, che è il mio compositore, Tony Garnier, che è il miglior accompagnatore di Bob Dylan e che collaborato in molti nostri film, e poi Danny Toan, che è un chitarrista, con lo stesso stile di Hendrix. Questi tre hanno lavorato usando molti suoni reali, come i rumori dei treni notturni, il rumore di Roma, che durante la pandemia ha davvero un suo suono, e poi abbiamo mescolato tutto. Questa pellicola è anche un film di guerra, e questo è il suo suono, quello di una guerra.

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